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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Maggio 2009

30 maggio 2009
ISTANTANEE DELL'EUROPA - PUNTATA 5

Siamo partiti in 5.
Abbiamo a disposizione 24 giorni per visitare in treno la penisola scandinava, e vogliamo arrivare fino a Capo Nord. Il punto più in alto d'Europa. Unico problema: il treno fin lassù non arriva. Incontriamo 1 ragazzo del luogo che ci dice che è stato a Capo Nord già 3 volte nella sua vita: sempre con la pioggia. Non ci facciamo demoralizzare e allora, salutata la stazione ferroviaria di Narvik, saliamo su di un autobus che avrebbe impiegato 16 ore per portarci a destinazione. Siamo 11 persone a bordo, di cui il nostro gruppo, 1 norvegese, e un altro gruppo di 5 ragazzi italiani: siamo anche riusciti a far mettere all'autista una nostra cassetta durante il viaggio, grazie ad 1 nostra compagna che riuscirebbe a familiarizzare anche con le nature morte.
Veder tramontare il sole poco prima di mezzanotte, e ammirare l'alba a 30 minuti di distanza è qualcosa di magico. Il cielo che non diventa mai scuro, ed una scogliera sul mare che è una vera delizia per gli occhi. Non possiamo evitare di sorridere alle previsioni del tempo: per domani hanno assicurato pioggia. Il viaggio del ritorno è quindi altrettanto lungo, ma a noi pare infinito, avendo dormito 4 ore scarse all'addiaccio aspettando l'arrivo del pullman. Un viaggio che diventa ancora più lungo, quando si è costretti a soste impreviste lungo la strada per poter ammirare le bellezze locali. Bellezze che si parano in mezzo alla via, impedendo il cammino. Bellezze che riesco a fotografare, mentre tutti gli altri dormono. Bellezze che ho ancora davanti agli occhi.



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28 maggio 2009
VIRU

1442

Un tentativo nato per gioco.



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27 maggio 2009
SEMINARIO MICROSOFT

1441

Ogni riferimento [a Federico] è puramente casuale.

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27 maggio 2009
ISTANTANEE DELL'EUROPA - PUNTATA 4

Silenzio.
Non succede che rare volte, ma ogni tanto il mondo intero ammutolisce. E quando succede, è sempre alla sprovvista. Sono istanti in cui l'unico suono che riusciamo a percepire è il battito del nostro stesso cuore, un battito che va ad unirsi al respiro che diventa via via più affannoso per lo stupore e la sorpresa. Fino a pochi istanti prima, ne siamo certi, potevamo percepire anche soltanto un ticchettio lontano o il semplice rumore del vento. Fino a pochi istanti prima c'era il ronzio di una zanzara all'angolo sinistro dell'orecchio che invano cercavamo di allontanare. Fino a pochi istanti prima eravamo nel nostro mondo, il mondo a cui siamo abituati, quello stesso mondo che ogni tanto ci rende perfino sordi. Sordi alla vita, sordi alla pietà, sordi alla gioia, o più semplicemente sordi e basta. Poi, d'improvviso, la svolta.
Silenzio.
Tutti i rumori spariscono, tutte le distrazioni si dissolvono, tutto il mondo si zittisce. Di colpo. E restiamo noi, solo noi, al centro di questo vuoto che ci circonda e ci abbraccia, ci avvolge e ci schiaccia. E' un silenzio talmente forte che ci sembra quasi di percepire un urlo dal più profondo della nostra mente, un urlo agghiacciante, un urlo fortissimo, un urlo lancinante. E' un silenzio talmente forte che riusciamo a percepire l'accavallarsi dei nostri pensieri, oramai liberi da qualunque restrizione, oramai privi di attrito e liberi di scivolare lungo le pareti del nostro più profondo essere. E l'urlo aumenta. E' un urlo di dolore, un urlo di rabbia, un urlo di coscienza. E' un urlo contro di noi e contro il mondo, quel mondo che mi ha abbandonato e lasciato in balia del mio sporco e lurido candore.
Silenzio.
Ci sono posti in cui i suoni sembrano essere proibiti all'ingresso, come se esistesse un buttafuori invisibile che impedisce loro l'accesso a quei paradisi perduti. Ma non sempre sono giardini incantati, non sempre sono luoghi che portano gioia e serenità. A volte quei posti sono diventati muti per le troppe urla che hanno udito in passato, e che ancora echeggiano nella nostra mente quando varchiamo la soglia che li separa dal resto del mondo. A volte sono posti dimenticati da tutte le divinità a cui potremmo pensare. A volte sono l'essenza del sonno cerebrale, l'assenza del suono primordiale. Impallidiamo, quando i nostri passi ci conducono in questi posti. Impallidiamo e ci immobilizziamo, dalla punta dei capelli alle radici che ci impediscono di muovere le gambe di un ulteriore centimetro. Impallidiamo e vorremmo andarcene immediatamente, ma dentro di noi sappiamo che non è possibile. Non è possibile, perchè quello che abbiamo davanti agli occhi è comunque un suono che dobbiamo imparare a conoscere. A percepire. Imparare a ricordare.
E' il suono del silenzio.



Quell'estate, uscito da Auschwitz, non riuscii a trovare frasi per descrivere quello che... quello... Imponente. Paura. Enorme. Capelli. Mattoni. Grida. Silenzio. Freddo. Urla. Aria. Mura. Traversine. Legno. Scarpe. Silenzio.
Parole, ma non frasi. E, ancora oggi, non ci sono affatto riuscito.

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26 maggio 2009
ISTANTANEE DELL'EUROPA - PUNTATA 3

Sur le pont d'Avignon
L'on y danse, l'on y danse
Sur le pont d'Avignon
L'on y danse tout en rond


La leggenda vuole che il ponte di Avignone sia stato costruito grazie ad un giovane che si portò in spalla una pietra enorme e la gettò nel fiume, davanti agli occhi di un vescovo miscredente. Si dice che questo blocco di pietra sia ancora incastonato in una delle arcate del ponte, nonostante gli anni e la continua corrosione del fiume.
Non so quanto vi sia di vero in questa leggenda, ma non ha importanza. Quello che ricordo è che alla base del ponte vi era una moltitudine di piccioni, tutti serenamente ammassati e incuranti di tutti i turisti che continuavano a calpestare le arcate sopra di loro. E' stato quindi con immenso piacere che ho cercato di far loro pagare le tre volte che mi hanno centrato con i loro escrementi, nel corso della mia vita.
La leggenda vuole che il ponte sia una sfida stessa alla natura umana. Non so se sia vero, e per me non ha importanza: ho vissuto il ponte di Avignone come una sfida alla natura volatile, per una volta. La natura umana dovrà aspettare ancora un poco...



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25 maggio 2009
ISTANTANEE DELL'EUROPA - PUNTATA 2

La Romania è un paese povero.
Anche se sta cercando di sollevarsi da anni di buio ed emarginazione, basta circolare qualche giorno per le strade per osservare come siano rimasti anni indietro rispetto ai paesi occidentali a cui siamo abituati in questo lato d'Europa. Appena varcato il confine ci si imbatte in interi campi dati alle fiamme per rendere fertile il terreno, una tecnica che da noi è oramai in disuso da tempo. Le strade sono malamente asfaltate, e soprattutto nei tratti montani bisogna procedere quasi a passo d'uomo per non finire in qualche buca d'asfalto che compare qua e là nel bel mezzo della strada. Sui tetti delle case svettano fieri e orgogliosi dei nidi di cicogne, che osservano curiose il passaggio di vecchi carri trainati da cavalli. Le sole strade asfaltate sono quelle principali, ma se si abbandonano per un istante le arterie che collegano i maggiori centri non si fatica per niente a finire in viottole sterrate e dismesse che penso siano la gioia ed il sostentamento dei mille gommisti sparsi per tutto il paese. Le indicazioni stradali sono pressochè inesistenti. Gli alberghi a quattro stelle, il massimo del lusso per i pochi rumeni che se li possono permettere, costano meno di uno scalcinato ostello italiano, e sono equipaggiati di una moltitudine di servitori che sono pronti a soddisfare ogni minimo desiderio dei turista di passaggio [compreso il guardare giorno e notte la macchina, nel caso non vi sia un parcheggio coperto a disposizione]. Ai lati delle strade si perde il conto delle carcasse di cani abbandonati, presumibilmente investiti dai camion di passaggio che non ritenevano opportuno rallentare la propria corsa per un fenomeno che il paese sta cercando inutilmente di ridurre.
In mezzo a tutto questo, poi, ogni tanto capita di imbattersi in qualche piccolo centro rivalutato per il turismo di massa. E allora, come per magia, spuntano dal nulla centinaia di banchetti multicolore che vendono amenità varie al turista di passaggio, assetato di portar via anche solo un sasso di quei Carpazi di cui ha sempre letto sui libri, e che in realtà non sono più inquietanti di un nostrano Passo dello Stelvio. Ma c'è il fascino di Dracula tutto attorno, e gli abitanti cercano in tutti i modi di farcelo percepire, di farlo arrivare dritto al nostro cuore, nonostante non vi siano locande con collane d'aglio ad ogni stipite come magari ci saremmo immaginati. E' dunque questo, che vogliamo ricordare della Romania? Una targa, un castello medievale, qualche lapide di un monarca truce e vendicativo verso i suoi servitori? O solo il fatto di aver dovuto portare l'orologio un'ora avanti quando è cambiato il fuso orario? All'italiano di passaggio resta sicuramente la sensazione di essere tornato in Italia nell'immediato dopoguerra, quando si cercava di risollevare il capo e guardare al futuro. Per un italiano, la Romania è il passato. Per un rumeno, è l'Italia ad essere indietro, sia per l'orgoglio di avere Vlad sulle targhe delle proprie case, o per il semplice fatto di quell'ora che si separa e che rende il paese ancora più esotico di quanto in raltà non sia. Ma nella nostra testa ci sono ancora le storie di Bram Stoker, e questo ci basta...



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24 maggio 2009
ISTANTANEE DELL'EUROPA - PUNTATA 1

Ricordo ancora quel tramonto lontano.
Era l'estate del 2006, e avevo solamente quattro giorni di vacanza a disposizione. Salito in macchina, avevo iniziato a vagare per l'Europa alla ricerca di qualcosa di cui avevo veramente bisogno. Libertà. Sogni. Immagini da imprimere a fuoco nei miei occhi per poterle ricordare per sempre. Luoghi che avrei sempre voluto vedere, o dove mi sarebbe piaciuto tornare. Libertà e sogni, dicevo. E uno dei miei sogni, in quella calda estate, era riuscire a vedere il tramonto sull'oceano.
Ricordo che oltrepassai Amsterdam senza nemmeno fermarmici che il sole si stava già avvicinando pericolosamente all'orizzonte, e gli ultimi chilometri li guidai con il terrore di non riuscire ad arrivare in tempo. Ma così non fu, per mia fortuna. Vicino alla città di Haarlem, abbandonai quindi la macchina vicino alla spiaggia e mi diressi verso l'acqua. C'erano stabilimenti balneari tutto attorno, ma l'accesso alla spiaggia era libero. Osservai con curiosità i giovani del posto che si stavano raccogliendo in un locale proprio sul mare, in quella che penso sarebbe stata una splendida festa notturna. Sentivo l'agitazione nell'aria, ma i miei pensieri erano altrove: non vedevo l'ora di assistere a quello spettacolo per cui avevo guidato fin lì, quel giorno, e che tra pochi minuti si sarebbe parato davanti ai miei occhi.
I minuti trascorsero lentamente, e feci ancora in tempo a passeggiare a piedi nudi sul bagnasciuga e cenare in spiaggia mentre aspettavo che il sole giallo si sciogliesse in quella distesa d'acqua infinita e sommessa. E alla fine, giunse finalmente l'ora.
Il sole assunse un color turchese nel giro di pochissimo, un colore che non mi sarei mai aspettato, e tutto mentre le nuvole conservavano ancora il colore originario dei caldi raggi di pochi minuti prima. Le onde continuavano senza sosta a limare le orme dei bagnanti che oramai erano tornati alle proprie case, e i pochi gabbiani che fino a qualche tempo prima sgambettavano sicuri, avevano oramai ceduto il posto ad un silenzio rotto solamente dalle voci lontane dei ragazzi che si preparavano a fare festa.
Se chiudo gli occhi, quando il vento caldo mi accarezza la testa in queste serate di afa e calure primaverili, mi sembra ancora di essere in Olanda, in quel giorno d'estate, con il sole che mi saluta e si tuffa in un arrivederci. Se chiudo gli occhi, mi sembra ancora di sentire il freddo vento che si alzò quando il cielo iniziò finalmente ad oscurarsi, e capii che il giorno era oramai giunto al termine. Se chiudo gli occhi, so di essere ancora là, con una piccola parte di me. E a quella piccola parte, sorrido e scrivo il mio arrivederci.



Il giorno dopo attraversai tutto il Belgio. Di cui non so scrivere niente, perchè la nebbia che mi assalì la mattina non si dileguò finchè non raggiunsi il confine con il Lussemburgo.

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24 maggio 2009
ISTANTANEE DALL'EUROPA - PUNTATA 0

Era una splendida palafitta.
Costruita interamente in legno, era adagiata sulle rive di un lago disperso nel bel mezzo di una foresta pluviale, dove non capitava mai nessuno. Solida e sicura della sua stessa consistenza, sfidava con coraggio ogni avversità del tempo e della natura, perchè era consapevole della forza dei pali che la reggevano. Anche quando il fiume si ingrossava per le pioggie, e le acque del lago aumentavano di parecchi centimetri, la palafitta guardava dall'alto i pesci che giocavano tra le piccole onde e si nascondevano tra i suoi rigidi arti. Era contenta della sua natura, e delle capaci mani che l'avevano costruita così stabile e destinata a durare nel tempo.
Era proprio una splendida palafitta.
A volte i suoi pensieri si perdevano in ragionamenti lontani. Cosa sarebbe stato di lei se uno dei suoi pali fosse venuto a mancare? Cosa sarebbe successo alle sue assi in legno se non ci fosse più stato l'appoggio di anche solo una di quelle colonne? Se non fosse proprio più esistito uno di quei punti d'appoggio? Non osava pensarlo. Sarebbe come se un ricordo venisse cancellato dalla memoria di una persona, sarebbe come se cercassimo di dimenticare uno dei tanti errori che abbiamo commesso e che ci hanno reso quello che siamo. In fondo, siamo tutti delle palafitte, sorretti nel tempo da quei pali che sono i nostri ricordi, che a volte dimentichiamo e a volte ci tornano alla mente semplicemente guardando una vecchia fotografia sbiadita. Siamo tutti palafitte, con rimpianti per tutto quello che abbiamo commesso e non siamo riusciti a fare, ma allo stesso tempo con la sicurezza che la nostra stessa forza dipende proprio da quelle colonne in legno che ci tengono lontani dall'acqua.
E allora, che siano le fotografie perdute e abbandonate in qualche cassetto a ricordarci quello che siamo stati, perchè è proprio grazie a loro se siamo diventati le splendide palafitte intorno alle quali giocano tanti piccoli pesci.

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13 maggio 2009
TRUFFA

1435

Si, decisamente.

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12 maggio 2009
OMBRELLO

Ricordo ancora come fosse oggi quel lontano pomeriggio della mia infanzia. Avrò avuto al massimo cinque anni, e lo spettacolo a cui assistevo attraverso i vetri di casa era uno dei temporali più forti di cui avessi memoria: lampi ovunque nel cielo, un cielo grigio e cupo al punto che si distinguevano le singole tonalità di nero, tra una nuvola e l'altra, nuvole che erano impegnate in una battaglia epica i cui fragori arrivavano dritti fino a noi. La pioggia batteva con forza per terra, e rimbalzava sulla via scivolando poi giù, sempre più giù lungo l'asfalto, fino a scomparire in un tombino poco lontano. Anche il rumore delle macchine appariva ovattato, smorzato, coperto da quella furia elementare a cui non riuscivo a trovare una giustificazione, e a cui assistevo con i palmi delle mani poggiati sul freddo marmo del davanzale. Poi, senza che me ne accorgessi nemmeno, alle mie spalle comparve mio padre, e fece qualcosa che non mi sarei mai aspettato: aprì la finestra. Dapprima il frastuono raggiunse livelli quasi insopportabili, al punto che portai le mani sulle orecchie per paura di diventare sordo. Poi, velocemente, l'udito si abituò a tutte quelle nuove percezioni, e l'aria stessa che in principio mi era parsa gelida assunse una tonalità di calore e di pace quasi rilassante. Alzai lo sguardo verso mio padre, e vidi che sorrideva: da dietro la schiena estrasse una scodella con dentro alcuni pezzi di cioccolato sbriciolato, e me la porse. Ricordo ancora come fosse oggi il profumo dell'aria bagnata insieme al gusto del cioccolato che scivolava in gola, scomparendo veloce come la pioggia nel tombino. Ricordo ancora la gioia.

Dieci anni dopo, era una mattina come tutte le altre. La primavera era iniziata da poco, ed ero appena salito sul motorino per avviarmi verso Recco, in un giorno di scuola indistinguibile dal precedente. Quella mattina non avevo però voglia di prendere il treno, e avevo quindi preferito attraversare le colline su due ruote, nonostante il cielo non stesse promettendo niente di buono. Ed infatti, così fu: arrivato a metà strada circa, una goccia di pioggia si infranse sulla visiera del casco emettendo un triste suono di plastica, e rimbalzò verso terra facendo perdere immediatamente le sue tracce. Fu come l'abbassarsi della bandiera che segnala il via delle corse. Immediatamente, comparendo dal nulla, un muro di gocce crollò dal cielo e si abbattè con tutta la sua forza sul cammino davanti a me, costringendomi a fermarmi per evitare di finire fuori strada. Non indossavo una giacca impermeabile, e quindi non avevo alcuna difesa contro quella natura che mi stava costringendo ad accoglierla nel suo gelido abbraccio. Ricordo di aver cercato di salvare lo zaino, gettandolo in fretta sotto l'albero più vicino, in modo che non si alluvionasse troppo. Poi, con la coscienza finalmente a posto, allargai le braccia e mi ritrovai a camminare in cerchio, con lo sguardo rivolto verso l'alto, cercando di capire da quanti punti potessero giungere tutte quelle lacrime che mi stavano incitando a sorridere, quasi costringendo, senza sosta. La pioggia mi stava consegnando direttamente dal cielo le chiavi di tutti i ricordi che trascinava giù dopo averli rubati alle nuvole stesse, e mi sembrava di essere un prescelto. Mi tornò anche in punta di lingua il sapore di quel cioccolato oramai lontano anni luce, e che l'infanzia oramai svanita non era riuscito a cancellare da chissà quale ramo della mia memoria. Poi, all'improvviso, tanto bruscamente quanto era iniziata, la pioggià finì lasciandomi in mezzo alla strada, con il clacson di una macchina che mi schivò all'ultimo secondo nell'orecchio sinistro. Ero tornato sulla terra, dopo essere stato messo a conoscenza dei segreti celesti.

E oggi, quando inizia a piovere, che cosa riesco ancora a fare? A volte lascio che i miei ricordi vadano a questi due episodi, o a quella volta in cui vidi un fulmine globulare che si dissolse proprio a pochi metri davanti ai miei occhi. A volte ricordo gli scheletri di tutti quegli alberi bruciati dai lampi, scheletri le cui ossa si sbriciolano non appena il tocco di una mano prova ad accarezzare la loro pelle oramai avvizzita, lasciando dietro di loro una scia di nero e di sporco. A volte sento ancora il rumore di ogni singola goccia che rimbalzava sul tessuto della tenda in cui dormivo, o quantomeno provavo a farlo, alla fine di una serata ad un festival musicale estivo. A volte mi accorgo di essere più triste del solito, altre volte sorrido senza motivo, quasi fossi una persona il cui senno sta raggiungendo la luna. Ci sono tante persone che, alla prima goccia che cade, sentono l'impulso di aprire l'ombrello. Un ombrello che reca sicurezza, che dona riparo, un ombrello che impedisce di sentire la propria pelle a contatto con i vestiti che indossiamo tutti i giorni. Un ombrello che sembra quasi una giustificazione a tutto il male che si annida dentro di noi, quello stesso male che cerchiamo di nascondere al cielo quando invece potremmo lavarlo via, semplicemente chiudendo l'ombrello. E' questo, quello che vogliamo fare? E' questo, l'ombrello che vogliamo tenere ancora aperto?

Chiudo gli occhi, e lascio che la mia mente si rifugi in quel cioccolato lontano.

1434

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12 maggio 2009
SEI ANNI

1433

Okay, ho i miei tempi.
Che poi, dal 2003 ad oggi, sono sette edizioni.
Ma basta non dirlo.
Gh.

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11 maggio 2009
CESENATICO

Un altro anno è passato.
Cosa resta [adesso] di quattro giorni trascorsi a Cesenatico, ad organizzare gare di matematica? Istantanee confuse nella mente, immagini ferme che non sbiadiranno domani, ricordi e sapori di tutte le ore di veglia. Ore che non sono affatto poche, visto che s'è dormito pochissimo. Ha senso, adesso, cercare di scrivere un resoconto della trasferta? Non credo, non so, in realtà forse non voglio nemmeno. Ma penso che non riuscirò a dimenticare facilmente alcuni piccoli dettagli, che si annideranno silenziosamente in qualche spigolo della mia memoria per poi fare capolino nei momenti più inaspettati. E io non potrò che gioirne, estasiato e rilassato.
In ordine puramente casuale, lasciate quindi che scriva [nero su bianco] qualche spruzzo di nostalgia:
- un viaggio in macchina, e la scoperta di avere il climatizzatore rotto, subito prima di tre ore sotto il sole;
- la cena a buffet in cui ho mangiato tripla razione di ogni porzione e pietanza;
- la caduta da un carrello della spesa durante l'allestimento della palestra;
- le risate fino alle lacrime di ogni sera, prima di addormentarmi;
- una scatoletta di tonno;
- la macchina che mi ha tamponato uscendo da un parcheggio;
- una splendida e rilassante serata conclusasi al freddo, a parlare di progressioni matematiche;
- la torta della nonna ad ogni pasto, colazione inclusa;
- la scoperta che non so più palleggiare a pallavolo, ma mi lancio a terra ugualmente;
- "la prossima volta, tocca a te";
- l'importanza di avere un phon in camera;
- una squadra di rumeni, non così imbattibile come taluni credevano;
- i ricordi delle mie invidiabili conoscenze geografiche;
- lo studente che consegna i propri problemi, mangiando affabilmente;
- sei fischietti inutilizzati;
- un ascensore dalle porte dotate di coscienza propria;
- l'inserimento dei nomi improbabili delle squadre del pubblico, dopo mezzanotte, su di un mac privo del tasto destro;
- un frisbee della Guinness che ho invidiato tantissimo;
- insegnare come evitare una coda davanti a più di cinquanta persone affamate;
- la commessa di Buffetti che si ricorda di noi ad un anno di distanza;
- l'importanza di suonare un pianoforte per primo, quando ancora nessuno ascolta;
- pronunziare "i see dead numbers" dopo tre ore di gare;
- le magliette viola dello sponsor;
- lo spazzolone gigante della RAI;
- il Nazgul più insospettabile di tutti;
- la bottiglia di Ceres [Top, vabbè] ricoperta di nastro da pacchi;
- la sveglia che si spostava indietro di un'ora, ogni giorno che passava;
- l'allergia onnipresente che ancora mi tiene compagnia;
- la quasi assenza di un benzinaio;
- settantatre squadre, di altrettante scuole;
- una vegetariana che ordina pesce per cena.
Lo so, avrei potuto cercare di scrivere un resoconto divertente e vagamente struggente, con tutti gli spunti che ho solamente elencato qui sopra, ma... per una volta, ho preferito lasciare che sia la memoria a fare da collante per tutto. La memoria e le sensazioni che, rileggendo ogni singolo elemento che ho appena scritto, mi assalgono e mi cullano in questi ultimi minuti di veglia. E so che lo faranno ancora nei tempi a venire.
All'anno prossimo.

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11 maggio 2009
GOCCIA

Non era altro che una goccia. Una semplice, piccola, isolata goccia sul muro.
Era solo una goccia che stava affrontando la discesa tra cento difficoltà e mille insidie. Il muro di dura roccia non la stava aiutando di certo: ad ogni centimetro, ad ogni palmo di cammino lungo la discesa, si apriva una nuova crepa che rischiava di farla scomparire per sempre. E poichè non si poteva tornare indietro, poichè certe scelte sono veramente irreversibili, la piccola goccia doveva sfruttare con attenzione e lungimiranza ogni singola asperità della superficie per non rischiare di prendere la direzione sbagliata, la decisione che l'avrebbe condotta alla morte, per non finire in quel vicolo cieco che avrebbe terminato la sua grave corsa. Quando in lontananza appariva il nero di una crepa, la goccia sapeva che doveva cercare immadiatamente una soluzione per evitare danni nell'immediato futuro. E sapeva, memore di ricordi atavici che chissà quale coscienza collettiva le aveva donato in uno stato di esistenza precedente, che tante gocce prima di lei avevano fallito e non erano mai state in grado di raggiungere l'agognato suolo. Il candido, morbido suolo, quel suolo che proprio tutte speravano di raggiungere. Il suolo che rappresentava l'eden che era stato promesso loro in tempi dissolti, ma mai dimenticati.
Un paradiso per lei, che non era altro che una goccia.
E quindi la goccia continuava la sua discesa, lenta e caparbia, inesorabile e ostinata. Ogni centimetro guadagnato era un piccolo traguardo da festeggiare e da ricordare, ogni palmo conquistato era un anniversario che forse nessuno avrebbe mai ricordato. Allo stesso tempo però, ogni centimetro rappresentava anche dieci piccoli pericoli che potevano trasformarsi in tragedie imminenti, e ogni palmo non era altro che un centinaio di possibili errori fatali che non sarebbero mai stati risolti col senno di poi. Non si sarebbe fatta intimorire da nessuno, nemmeno da quel ruvido cammino che le si profilava davanti, da cui non poteva scappare. Non poteva lasciare che una crepa minasse tutte le sue certezze, tutte le sue aspettative. Non sarebbe stata una crepa, per quanto profonda potesse essere, a fermare la sua discesa al suolo. Non si sarebbe spaventata per una crepa, ne era più che sicura. Ed proprio per questa sua sicurezza, era una goccia fortunata.
Nonostante continuasse a cadere. Nonostante non fosse altro che una goccia.
Una goccia che cade.

Un giorno di vita non è altro che un intero secchio di gocce che scivolano su quel muro, ciascuna impegnata ad affrontare la propria crepa, il proprio nero, lungo il cammino che le porterà al fallimento oppure al lieto fine. Un giorno non è altro che un insieme di minuscoli tentativi di superare quel percorso che appare in discesa ma che non nasconde nessun vantaggio rispetto ad una salita. Un giorno non è altro che una cascata di piccole e inevitabili decisioni, scollegate tra loro eppure unite come un oceano di pensieri irrisolti.

Su quel muro, una goccia continua a cadere.

1431

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11 maggio 2009
CESENATICO

1430

4 giorni di trasferta, di quelle che segnano.

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5 maggio 2009
COMPAGNIA

1429

E due.

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4 maggio 2009
PIETRA

Prendete una pietra. Scagliatela lontano.
Se siete fortunati, potrete osservarla mentre scompare tra l'erba. Il vostro sguardo cercherà di ricordare il punto esatto in cui essa ha colpito il suolo, ma se distogliete la mente per un momento, soltanto per un momento, quel punto si perderà nella vostra memoria. Potrete cercare di rivivere il tragitto che l'ha condotta per aria, tagliando l'aria celeste tutto intorno a voi, ma non vi saranno più segni del suo passaggio, e nemmeno del vostro lancio. A nulla servirà raccogliere un'altra pietra e sperare che cada nel medesimo posto. Si dice che i fulmini non cadano mai due volte nello stesso punto, e nemmeno le pietre. A voi resterà soltanto il ricordo di quel momento, di quel volo che l'ha condotta fino quasi a toccare il cielo, prima che scomparisse in quella caduta fino al suo inevitabile destino.
Prendete una pietra. Scagliatela contro un muro.
Vedrete l'intonaco creparsi, osserverete quella parete sgretolarsi nel punto preciso dell'impatto, e qualcosa di nuovo di offrirà ai vostri occhi. Scoprirete dietro quella patina bianca e rigida il vero colore della resistenza e della solidità. Scoprirete oltre quel velo di candore tutto un mondo di sensazioni tattili e olfattive che non avreste mai immaginato si potessero nascondere a così pochi centimetri da voi. Scoprirete l'infinito, a portata di mano. Poggiate la vostra mano in quel preciso punto, adesso, e chiudete gli occhi. Poi toccatevi il petto, e riaprite lo sguardo su di voi. Spogliatevi di tutto quel candore che vi siete dipinti addosso intonacandovi come se fosse una difesa dalle carezze altrui. La crepa è solo davanti a voi, e non dentro. Non più.
Prendete una pietra. Scagliatela su di me.
Se non scomparirò nell'erba alta, servirà almeno ad intaccare un poco quella spessa patina che mi ricopre.

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4 maggio 2009
CORNIGLIANO

1427

Pazuzu per il sociale. Cioè, mica bubbole.

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