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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Aprile 2009

29 aprile 2009
YOU'RE WELCOME

Grazie.
Grazie, sussurrò il tempo a quella lancetta che lo salutava dal suo ridicolo quadrante rotondo. E' per te che io continuo a scorrere, è per te che non mi concedo un attimo di sosta, è per te che anche gli adulti trattengono il fiato quando il loro sguardo si posa su di te. Io non esisterei se tu non confermassi che sono reale, io non sarei vero se tu smettessi di respirare anche solo per un istante. Non posso fare a meno di immaginare quanto sarebbe grigia la mia routine quotidiana se tu non fossi al mio fianco, non posso nemmeno pensare ad una eventualità del genere. E non voglio farlo. Resta con me, continua a ruotare per me.
Grazie.
Grazie, disse la formica mentre piano si inerpicava su quell'infinito stelo d'erba che la privava dell'orizzonte escluso. E' per te che sono andato alla ricerca di questa mollica di pane da donare ai miei figli, è per poter mostrare loro che non esistono confini che non si possano varcare, anche se sembrano insormontabili, anche se ci appaiono invalicabili. E' per te che ogni giorno esco dal terreno e raggiungo terreni inesplorati, per far vedere al mondo intero che non esistono confini se non quelli che ci tracciamo noi stessi, tutto intorno a noi. Ed intendo mostrare ai miei figli, dall'alto di questo stelo, che anche una formica può raggiungere la cima del mondo. Perchè quella cima del mondo non è su una vetta altissima, dove anche l'aria diventa rarefatta, ma è dentro le nostre più alte aspirazioni, all'interno dei nostri desideri più profondi. Ed il mio desiderio, adesso, è che i miei figli crescano liberi, vivi e forti come questo stelo che mi sorregge, e che sorreggerà anche loro quando si sporgeranno oltre la china per guardare l'orizzonte tramontare.
Grazie.
Grazie, urlò il vecchio dal suo letto d'ospedale. Ho vissuto una vita piena, ho calcato ogni giorno le pagine di quei libri che avevo letto da giovane e che sono riuscito a rendere vividi e reali con il passare degli anni. Ho vissuto una vita di amarezze e di momenti di gioia, ma non potrei rinunciare a nessuno di essi perchè è grazie a loro che ho vissuto la mia intera esistenza. E' per loro che adesso affronto con coraggio il momento che sento avvicinarsi sempre di più. E' per loro che sono felice e sicuro di aver lasciato alle mie spalle un segno tangibile del mio passaggio, che non sarà stato vano. C'è chi ripensando a me storcerà il naso, e chi verserà una lacrima. Entrambi i gesti non saranno stati inutili, e questo mi riempie il cuore di luce. Eccomi, arrivo.
Grazie.
Grazie, pensò il libro trasudando inchiostro dalle sue stesse pagine. Forse non era un libro come tutti gli altri, forse non aveva una trama complicata o un finale a sorpresa come tanti altri volumi che si trovavano di fianco a lui sugli scaffali di quel piccolo negozio, ma tutte le volte che un paio di mani lo sollevavano e gli toglievano la polvere da sopra, era per lui come rinascere e tornare allo splendore dei giorni in cui era stato scritto. Adesso era vecchio e consunto, sepolto ed abbandonato, ma non avrebbe mai dimenticato quello che era stato, e quello che sognava di ridiventare ogni volta che le sue pagine riuscivano a scorgere di nuovo un raggio di luce. Forse non era il migliore dei libri, ma un singolo paio di mani lo riempivano ugualmente di gioia e di speranza. E' per loro che era nato. Ed era per loro, in fondo, che continuava a trasudare inchiostro.
Grazie.
Grazie, confesso io a voi. Grazie di tutto. E...

...prego per te.

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27 aprile 2009
GIORNI

Ci sono giorni in cui tutto sembra susseguirsi allo stesso modo.
Sveglia la mattina, con una canzone alla radio che dovrebbe svegliarti ma che non ottiene altro risultato se non quello di farti restare ancora sdraiato per poterla sentir finire. E anche la canzone successiva. E quella dopo ancora. Una doccia veloce, per poter recuperare il ritardo accumulato durante quei piccoli, sparsi, rilassanti venti minuti di relax, e poi una colazione frugale prima di uscire di casa. Un breve tragitto in macchina fino ad arrivare sul posto di lavoro, dove i colleghi ti salutano e poi tutto inizia. Una pausa per pranzo, alla stessa ora, ogni giorno. Ancora un pomeriggio dietro al computer, fino al ritorno a casa. Cena con quello che si trova in frigo, e mille pensieri che continuano a rimbalzare per la testa. Serate di riposo che si alternano a serate di lavoro, senza la possibilità di uscire con gli amici, perchè sono a chilometri di distanza. Tanti chilometri. Due ore e mezza di chilometri, se si conta il traffico serale. Quindi, a letto non appena la stanchezza arriva a bussare all'uscio.
E' quindi nuovamente mattina, e la sveglia suona nuovamente altre canzoni per cui vale la pena di restare ancora ad ascoltare fino alla fine. Il ritardo stavolta è minore, e mi godo di più quei minuti in cui l'acqua scivola sul mio corpo. Mi faccio la barba, come tutte le mattine. Colazione, breve viaggio in macchina, saluto alla ragazza alla reception che oggi ha lo sguardo felice, e poi si lavora. C'è una consegna, questa settimana. E anche la prossima. E ce n'era un'altra quella prima, ora che ci penso. Il computer non permette un attimo di distrazione. Il pranzo si perde in chiacchiere di lavoro, e ancor prima che me ne accorga è subito sera. Una spesa veloce prima di tornare a casa, per non veder piangere troppo la credenza. Stasera non ho voglia di cucinare, credo che ordinerò una pizza. E le provviste che ho comprato andranno ancora bene domani, no? Passano le ultime ore, e Morfeo arriva. Bentornato, entra pure.
Un'altra mattina inizia.
Ma sono veramente uguali, queste giornate?
In realtà, per niente. Dal momento in cui apro gli occhi, la canzone che mi sveglia è come un indizio per capire quanto particolare sarà il giorno che ancora deve srotolarsi davanti ai miei incerti passi. E' un piacere, veramente un piacere, dover fare di fretta alcune cose se soltanto riesco ad ascoltare fino alla fine quelle note che tanto sollievo riescono a donare alla mia anima. Ed anche il viaggio in macchina, in fondo, è tutto tranne che monotono. Quante volte mi sono trovato a cercare di fare strade secondarie o che non conosco nemmeno, rischiando di perdermi in questa pianura padana che potrebbe condurti da qualsiasi parte, soltanto distraendosi un attimo; ma alla fine, riesco sempre ad arrivare a destinazione, e sempre per tempo. Il paesaggio tutto attorno mi appare ogni giorno differente: ho scoperto solo un mese fa che c'è un maneggio di cavalli proprio lungo la strada che faccio tutti i giorni. Curioso, probabilmente i cavalli hanno orari molto più flessibili dei miei, o si nascondono al mio passaggio, chissà; forse sono dei cavalli burloni, che ogni tanto decidono di nascondersi agli occhi dei passanti, per chissà quale loro scherzo beffardo. Quando finalmente entro in ufficio ed accendo il computer, mi rendo conto di come il mio lavoro sia veramente poco monotono, e di come scambiare battute con qualcuno vicino faccia scorrere il tempo in maniera completamente indipendente dalle lancette che continuano a segnare l'ora sbagliata sul mio orologio. La mattina finisce, e mi sento come se la giornata fosse appena iniziata, come se tutto quello che ho fatto finora non fosse altro che il preludio alle ore che devono ancora presentarsi. Piacere mio, spero di non deludervi. L'ora di pranzo svanisce in due morsi e tre passi, sotto il costante dialogare sul significato della vita, sulla profondità del colore del vento, e sul domani che appare sempre meno incerto. Rientro in ufficio. Lo sguardo torna a rivolgersi a tutte quelle righe di codice che non aspettano altro. Gli attributi delle tabelle sembrano salutarmi mentre il cursore del mouse scorre veloce sopra di loro, e le funzioni non aspettano altro che di essere chiamate per nome per svolgere il loro dovere. Arriva sera, e la stanchezza per essere stato con gli occhi davanti al monitor tutto il giorno inizia a farsi sentire. Torno a casa, e faccio alcune telefonate per sentire la voce di qualcuno che non mi è possibile incontrare fisicamente. Quattro chiacchiere, qualche racconto, pensieri che si sciolgono. Ho ancora il tempo per suonare un poco, o scrivere, o disegnare. Ho ancora il tempo per sognare. Ho ancora il tempo per lasciare la mia mente vagare libera al di fuori di quelle luci che mi tengono compagnia, oltre queste pareti chiare ed il rumore delle macchine che sfrecciano lentamente nelle strade bagnate, al di fuori. Quando finalmente mi corico, i miei pensieri sono stanchi e non chiedono altro che di essere cullati fino al risveglio tra qualche ora.
Sono veramente uguali, tutte queste giornate?
No. Mi rendo conto di essere fortunato. Mi rendo conto che potrei chiedere veramente molto poco, oltre a quello che già ho. E mi rendo conto che, in fondo, l'unica cosa che mi manca sei veramente tu.

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16 aprile 2009
MONOLOGO

No, non esco.
Lasciatemi pure qui, in questa bottiglia di vetro. Non riesco ancora a capire come io abbia fatto ad infilarmici, o quando. Il collo è stretto e alto, e le mie ali sono lunghe e rigide. Ancora adesso non mi rendo conto di quale vento mi ci abbia soffiato dentro, o se sia stata una mia pura e semplice volontà... ma ora sono qui, sono dentro questa bottiglia e vedo attraverso il vetro un mondo intero che avrebbe mille colori, ma che a me appare tutto ugualmente verde. Continuo a sbattere il corpo contro questa superficie rigida e dura nel tentativo di risalire la china, ma invano. Sono prigioniero della mia stessa curiosità, di quel tentativo di scorgere cosa vi fosse nel fondo di quel buio ammaliante. Sono prigioniero dei miei desideri. Sono prigioniero in questa bottiglia di vetro che distorce tutto quello che i miei occhi si erano abituati a vedere, e nulla appare più come prima. E' come essere cieco in un mondo che oramai non mi appartiene più. Sono proprio stupida. Si, sono proprio una zanzara stupida.
No, non esco.
Si sta così bene sottoterra, che non ne vedo proprio il motivo. Sono morto da due settimane, eppure continuo ad avere coscienza di tutto quello che mi circonda. Vedo il legno attorno a me, quelle assi sbrecciate e scheggiate che così poco devono essere costate a chi mi ha calato nella fossa in quel martedì di pioggia. Vedo ancora gli occhi di tutti i pochi presenti che sono venuti a piangermi, e sento i fiori che uno dopo l'altro hanno gettato in quel buco nel terreno. Il mio buco nel terreno. Sono morto da due settimane, ora più, ora meno, e non rimpiango niente di quello che mi sono lasciato alle spalle, di tutte le giornate che ho devastato invano quando ancora il cuore batteva a ritmo regolare, sotto i raggi di un sole malato che pensavo fosse destinato a spegnersi ben dopo di me. Illusioni, ora lo so. Ma la pace che sento adesso non ha prezzo, il silenzio che continua a suonare per me è meglio di qualunque serata in piacevole compagnia. Lasciatemi qui, dimenticatevi di me, come io cercherò di fare con voi. In fondo, sono solo sei piedi sotto terra. A chi potrebbe importare di me, adesso?
No, non esco.
Ho cercato di graffiarmi talmente tanto che non vedevo più i segni sulla mia stessa pelle. Ho cercato di dipingermi poi addosso tutti i colori della vita, solo per poi accorgermi davanti allo specchio che ero diventato un arlecchino in bianco e nero. Ho cercato di indossare tutti i vestiti che trovavo nell'armadio, anche quelli che non indossavo più da quando ho iniziato a indossare camicia e cravatta, solamente per mascherare ancora di più quella carne ferita che non prova dolore. Ho cercato di nascondermi dietro tutti gli angoli delle strade, sperando di passare inosservato e silenzioso attraverso moltitudini di anime che avanzavano a passo di marcia. Tutto, inutilmente. Sono talmente chiuso in me stesso che nemmeno più le unghie che mi graffiano riescono a riconoscermi al tatto. Sono talmente chiuso in me stesso che se sento bussare alla porta non è qualcuno che cerca di entrare, ma sono io che piango per uscire. Inutilmente.
No, non esco.
Troppe alternative alla fine sono dannose. Veramente dannose. Potrei andare a quel concerto che aspettavo da mesi, o semplicemente raggiungere vecchi amici al pub che festeggiano l'incedere della vita tra una guinness e l'altra. Ma stasera non ho proprio voglia di uscire, non me la sento. Preferisco qualche vecchia canzone che fuoriesce da quella radio che mi tiene compagnia da quando avevo quindici anni, e un libro di cui ancora non conosco la fine. Che senso avrebbe cercare la soluzione ai nostri dubbi interiori con le gambe sotto ad un tavolo, quando non siamo neanche in grado di sentire quello che la nostra testa ci sussurra da mesi e che siamo diventati troppo sordi per poter ascoltare? La verità è che mi manchi, mi manchi tantissimo, e so che non troverò risposte ai miei problemi con qualcuno che non sia te. Non ci sono soluzioni finchè sei lontana da me. Ma per farlo, per avere tutte quelle parole di conforto che non mi hai mai rifiutato, so che dovrò venire a salutarti al cimitero.
No, non esco.
Hai voluto inghiottire fino all'ultimo grammo di me, e ora ne stai sentendo il peso. Ne stai sentendo il sapore. Ne stai sentendo il dolore. Il tuo gracile corpo non può sopportare tutte le sostanze che ti sono entrate in circolo e che si muovono alacremente cercando di donarti forza, anche quando tu la rifiuti. Anche quando la rinneghi. La tua mente non riesce a resistere all'impulso di correre in quella stanza immacolata e regalarmi nuovamente il dono della luce del giorno. Una luce malata, una luce dannata. Ci sono realtà irreversibili, e processi ripetibili. Senti la mia voce? Senti la tua bile? Hai voluto abbracciarmi nel profondo del tuo palato, senza in realtà volerlo nemmeno. Senza in realtà poterti minimamente opporre. Hai preso la tua decisione, così come io ho preso la mia.
Si, stasera esco.

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15 aprile 2009
SORRISO

Tutto inizia con un sorriso.
Sei davanti a me, pallida e silenziosa come sempre. E ogni volta che torno, tu sei sempre lì, dove sei sempre stata, dove sarai sempre. Dove immagino che tu sarai anche negli anni a venire, incurante di tutti coloro che ti si avvicineranno e si allontaneranno, senza badare a chi ti rivolga la parola o a chi non ti noterà nemmeno. Sarai al tuo posto perchè è dove devi essere, e dove vuoi restare. Non ti accorgerai quasi di tutte quelle mani che cercheranno di sfiorarti solo per poter avere una prova della tua esistenza, non darai peso a quelle carezze che non saranno altro che un tentativo di poter rubare una parte di te, di quello che sei, di ciò che esprimi. In silenzio, con lo sguardo vigile ed attento che non conosce riposo, uno sguardo che non cerca assoluzioni e sicurezze ostentate. In silenzio, immobile, ferma e sicura di te.
Un sorriso, nient'altro.
Mentre sono seduto e ti guardo, il mio pensiero si perde nel ricordo di quelle serate in cui non c'erano certezze nel domani, ma solo la gioia di vivere fino al sorgere del sole l'intera notte appena iniziata. Il mio pensiero si perde tra quelle ombre che nascondevano tutte le note di una canzone che oramai conoscevamo tutti a memoria, e ciononostante ci stupivamo ancora nel cantarla insieme, in coro, cercando di coprire la luce stessa delle stelle che ci osservavano dall'eterno. Il mio pensiero si perde e le mie mani abbandonano quel filo dorato che potrebbe ricongiungermi alla memoria, come se non volessi più fare ritorno, come se non potessi più chiedere perdono per tutte le opere di misericordia mai compiute e solamente immaginate. In silenzio, aspettavo di essere giudicato per tutto quello che non avevo commesso, e per tutto quello che avevo inutilmente promesso. In silenzio, venivo assolto dalle mie paranoie e assalito dai miei peccati, a cui potevo quasi dare un nome da quanto essi conoscevano di me.
Smetto di sorridere.
Sento su di me uno sguardo fisso, una presenza che toglie il respiro. Mi volto, ruotando di scatto la testa in tutte le direzioni, ma non vedo nulla che possa calmarmi e placare l'ansia che, poco per volta, mi ha assalito e continua a crescere ad ogni secondo che passa. Iniziano a tremarmi le dita, le sollevo e quasi non riconosco il pallore della mia mano. Non riesco più a stare seduto, mi alzo e inizio a cercare in ogni dettaglio della stanza un particolare che mi confermi che non sono solo. Un particolare che mi rassicuri che non sono in silenzio, al punto da smettere quasi di respirare per sentire il fiato stesso dei muri attorno a me. Invano. Non c'è niente intorno a me, se non quei nomi che continuano a sussurrarmi implacabilmente, senza sosta, ricordandomi tutte le ore che ho perduto dietro a colori che non potevo raggiungere. Tutti i giorni che ho sprecato cercando di dipingere una rima baciata. Tutti i mesi che ho perso e che non troverò all'ufficio oggetti smarriti, perchè in effetti non li ho veramente perduti: sono loro che si sono allontanati da me, una volta che hanno saputo il mio vero nome. Ed è allora che capisco.
Un sorriso, nient'altro.
Lo sguardo fisso su di me non è quello di un muro ingiallito dal tempo a cui sono stati appesi quadri dal dubbio gusto estetico. Lo sguardo fisso su di me non proviene da una luce accesa che trema e che proietta ombre sul pavimento che tremano anche più delle mie dita. Lo sguardo fisso su di me non ha un nome che mi possa incolpare e giudicare, assolvere e condannare. Sono io che continuo a fissarmi, sono io che continuo a chinare la testa di fronte a tutto quello che mi si para davanti. Sono io che continuo a sentirmi colpevole e a destinarmi a destini sempre più miserabili, sempre più anonimi. E ho continuato finchè non ho incontrato te, tu che mi hai guardato dal silenzio del tuo corpo bianco, donandomi un attimo di pace. Donandomi un singolo istante di gioia. Ora so che è te che devo cercare, è da te che devo tornare, per potermi riavvicinare alla vita. Abbraccio il vuoto e ti cingo tra le mie braccia. Adesso siamo insieme, ora siamo finalmente vicini, anche nel pallido vuoto di questa stanza malamente illuminata. Abbraccio il vuoto e ti cingo tra le mie mani.
Tutto inizia con un sorriso.

Promemoria mentale: devo ricordarmi di fare scorta di carta da culo, prima che finisca. Mi tremano le mani al solo pensiero di come farei, a vivere senza.

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