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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
12 Maggio 2009
OMBRELLO

Ricordo ancora come fosse oggi quel lontano pomeriggio della mia infanzia. Avrò avuto al massimo cinque anni, e lo spettacolo a cui assistevo attraverso i vetri di casa era uno dei temporali più forti di cui avessi memoria: lampi ovunque nel cielo, un cielo grigio e cupo al punto che si distinguevano le singole tonalità di nero, tra una nuvola e l'altra, nuvole che erano impegnate in una battaglia epica i cui fragori arrivavano dritti fino a noi. La pioggia batteva con forza per terra, e rimbalzava sulla via scivolando poi giù, sempre più giù lungo l'asfalto, fino a scomparire in un tombino poco lontano. Anche il rumore delle macchine appariva ovattato, smorzato, coperto da quella furia elementare a cui non riuscivo a trovare una giustificazione, e a cui assistevo con i palmi delle mani poggiati sul freddo marmo del davanzale. Poi, senza che me ne accorgessi nemmeno, alle mie spalle comparve mio padre, e fece qualcosa che non mi sarei mai aspettato: aprì la finestra. Dapprima il frastuono raggiunse livelli quasi insopportabili, al punto che portai le mani sulle orecchie per paura di diventare sordo. Poi, velocemente, l'udito si abituò a tutte quelle nuove percezioni, e l'aria stessa che in principio mi era parsa gelida assunse una tonalità di calore e di pace quasi rilassante. Alzai lo sguardo verso mio padre, e vidi che sorrideva: da dietro la schiena estrasse una scodella con dentro alcuni pezzi di cioccolato sbriciolato, e me la porse. Ricordo ancora come fosse oggi il profumo dell'aria bagnata insieme al gusto del cioccolato che scivolava in gola, scomparendo veloce come la pioggia nel tombino. Ricordo ancora la gioia.

Dieci anni dopo, era una mattina come tutte le altre. La primavera era iniziata da poco, ed ero appena salito sul motorino per avviarmi verso Recco, in un giorno di scuola indistinguibile dal precedente. Quella mattina non avevo però voglia di prendere il treno, e avevo quindi preferito attraversare le colline su due ruote, nonostante il cielo non stesse promettendo niente di buono. Ed infatti, così fu: arrivato a metà strada circa, una goccia di pioggia si infranse sulla visiera del casco emettendo un triste suono di plastica, e rimbalzò verso terra facendo perdere immediatamente le sue tracce. Fu come l'abbassarsi della bandiera che segnala il via delle corse. Immediatamente, comparendo dal nulla, un muro di gocce crollò dal cielo e si abbattè con tutta la sua forza sul cammino davanti a me, costringendomi a fermarmi per evitare di finire fuori strada. Non indossavo una giacca impermeabile, e quindi non avevo alcuna difesa contro quella natura che mi stava costringendo ad accoglierla nel suo gelido abbraccio. Ricordo di aver cercato di salvare lo zaino, gettandolo in fretta sotto l'albero più vicino, in modo che non si alluvionasse troppo. Poi, con la coscienza finalmente a posto, allargai le braccia e mi ritrovai a camminare in cerchio, con lo sguardo rivolto verso l'alto, cercando di capire da quanti punti potessero giungere tutte quelle lacrime che mi stavano incitando a sorridere, quasi costringendo, senza sosta. La pioggia mi stava consegnando direttamente dal cielo le chiavi di tutti i ricordi che trascinava giù dopo averli rubati alle nuvole stesse, e mi sembrava di essere un prescelto. Mi tornò anche in punta di lingua il sapore di quel cioccolato oramai lontano anni luce, e che l'infanzia oramai svanita non era riuscito a cancellare da chissà quale ramo della mia memoria. Poi, all'improvviso, tanto bruscamente quanto era iniziata, la pioggià finì lasciandomi in mezzo alla strada, con il clacson di una macchina che mi schivò all'ultimo secondo nell'orecchio sinistro. Ero tornato sulla terra, dopo essere stato messo a conoscenza dei segreti celesti.

E oggi, quando inizia a piovere, che cosa riesco ancora a fare? A volte lascio che i miei ricordi vadano a questi due episodi, o a quella volta in cui vidi un fulmine globulare che si dissolse proprio a pochi metri davanti ai miei occhi. A volte ricordo gli scheletri di tutti quegli alberi bruciati dai lampi, scheletri le cui ossa si sbriciolano non appena il tocco di una mano prova ad accarezzare la loro pelle oramai avvizzita, lasciando dietro di loro una scia di nero e di sporco. A volte sento ancora il rumore di ogni singola goccia che rimbalzava sul tessuto della tenda in cui dormivo, o quantomeno provavo a farlo, alla fine di una serata ad un festival musicale estivo. A volte mi accorgo di essere più triste del solito, altre volte sorrido senza motivo, quasi fossi una persona il cui senno sta raggiungendo la luna. Ci sono tante persone che, alla prima goccia che cade, sentono l'impulso di aprire l'ombrello. Un ombrello che reca sicurezza, che dona riparo, un ombrello che impedisce di sentire la propria pelle a contatto con i vestiti che indossiamo tutti i giorni. Un ombrello che sembra quasi una giustificazione a tutto il male che si annida dentro di noi, quello stesso male che cerchiamo di nascondere al cielo quando invece potremmo lavarlo via, semplicemente chiudendo l'ombrello. E' questo, quello che vogliamo fare? E' questo, l'ombrello che vogliamo tenere ancora aperto?

Chiudo gli occhi, e lascio che la mia mente si rifugi in quel cioccolato lontano.

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