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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
16 Aprile 2009
MONOLOGO

No, non esco.
Lasciatemi pure qui, in questa bottiglia di vetro. Non riesco ancora a capire come io abbia fatto ad infilarmici, o quando. Il collo è stretto e alto, e le mie ali sono lunghe e rigide. Ancora adesso non mi rendo conto di quale vento mi ci abbia soffiato dentro, o se sia stata una mia pura e semplice volontà... ma ora sono qui, sono dentro questa bottiglia e vedo attraverso il vetro un mondo intero che avrebbe mille colori, ma che a me appare tutto ugualmente verde. Continuo a sbattere il corpo contro questa superficie rigida e dura nel tentativo di risalire la china, ma invano. Sono prigioniero della mia stessa curiosità, di quel tentativo di scorgere cosa vi fosse nel fondo di quel buio ammaliante. Sono prigioniero dei miei desideri. Sono prigioniero in questa bottiglia di vetro che distorce tutto quello che i miei occhi si erano abituati a vedere, e nulla appare più come prima. E' come essere cieco in un mondo che oramai non mi appartiene più. Sono proprio stupida. Si, sono proprio una zanzara stupida.
No, non esco.
Si sta così bene sottoterra, che non ne vedo proprio il motivo. Sono morto da due settimane, eppure continuo ad avere coscienza di tutto quello che mi circonda. Vedo il legno attorno a me, quelle assi sbrecciate e scheggiate che così poco devono essere costate a chi mi ha calato nella fossa in quel martedì di pioggia. Vedo ancora gli occhi di tutti i pochi presenti che sono venuti a piangermi, e sento i fiori che uno dopo l'altro hanno gettato in quel buco nel terreno. Il mio buco nel terreno. Sono morto da due settimane, ora più, ora meno, e non rimpiango niente di quello che mi sono lasciato alle spalle, di tutte le giornate che ho devastato invano quando ancora il cuore batteva a ritmo regolare, sotto i raggi di un sole malato che pensavo fosse destinato a spegnersi ben dopo di me. Illusioni, ora lo so. Ma la pace che sento adesso non ha prezzo, il silenzio che continua a suonare per me è meglio di qualunque serata in piacevole compagnia. Lasciatemi qui, dimenticatevi di me, come io cercherò di fare con voi. In fondo, sono solo sei piedi sotto terra. A chi potrebbe importare di me, adesso?
No, non esco.
Ho cercato di graffiarmi talmente tanto che non vedevo più i segni sulla mia stessa pelle. Ho cercato di dipingermi poi addosso tutti i colori della vita, solo per poi accorgermi davanti allo specchio che ero diventato un arlecchino in bianco e nero. Ho cercato di indossare tutti i vestiti che trovavo nell'armadio, anche quelli che non indossavo più da quando ho iniziato a indossare camicia e cravatta, solamente per mascherare ancora di più quella carne ferita che non prova dolore. Ho cercato di nascondermi dietro tutti gli angoli delle strade, sperando di passare inosservato e silenzioso attraverso moltitudini di anime che avanzavano a passo di marcia. Tutto, inutilmente. Sono talmente chiuso in me stesso che nemmeno più le unghie che mi graffiano riescono a riconoscermi al tatto. Sono talmente chiuso in me stesso che se sento bussare alla porta non è qualcuno che cerca di entrare, ma sono io che piango per uscire. Inutilmente.
No, non esco.
Troppe alternative alla fine sono dannose. Veramente dannose. Potrei andare a quel concerto che aspettavo da mesi, o semplicemente raggiungere vecchi amici al pub che festeggiano l'incedere della vita tra una guinness e l'altra. Ma stasera non ho proprio voglia di uscire, non me la sento. Preferisco qualche vecchia canzone che fuoriesce da quella radio che mi tiene compagnia da quando avevo quindici anni, e un libro di cui ancora non conosco la fine. Che senso avrebbe cercare la soluzione ai nostri dubbi interiori con le gambe sotto ad un tavolo, quando non siamo neanche in grado di sentire quello che la nostra testa ci sussurra da mesi e che siamo diventati troppo sordi per poter ascoltare? La verità è che mi manchi, mi manchi tantissimo, e so che non troverò risposte ai miei problemi con qualcuno che non sia te. Non ci sono soluzioni finchè sei lontana da me. Ma per farlo, per avere tutte quelle parole di conforto che non mi hai mai rifiutato, so che dovrò venire a salutarti al cimitero.
No, non esco.
Hai voluto inghiottire fino all'ultimo grammo di me, e ora ne stai sentendo il peso. Ne stai sentendo il sapore. Ne stai sentendo il dolore. Il tuo gracile corpo non può sopportare tutte le sostanze che ti sono entrate in circolo e che si muovono alacremente cercando di donarti forza, anche quando tu la rifiuti. Anche quando la rinneghi. La tua mente non riesce a resistere all'impulso di correre in quella stanza immacolata e regalarmi nuovamente il dono della luce del giorno. Una luce malata, una luce dannata. Ci sono realtà irreversibili, e processi ripetibili. Senti la mia voce? Senti la tua bile? Hai voluto abbracciarmi nel profondo del tuo palato, senza in realtà volerlo nemmeno. Senza in realtà poterti minimamente opporre. Hai preso la tua decisione, così come io ho preso la mia.
Si, stasera esco.

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