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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Gennaio 2003

26 gennaio 2003
ANGELO

Ridammi la voce
che mi hai sottratto
in una notte gelata
quando mi hai ingannato
quando mi hai soggiogato
e nel nulla sbattuto,
ridammi la forza
che mi è venuta meno
in quella notte gelata
quando mi hai sopraffatto
quando mi sono fidato
di un voto rubato,
ridammi la vita
la mia vita perduta
o angelo dell’amore
perché nulla ha più senso
per un animo svuotato
e nulla ha più senso
per il mio cuore smarrito
illuso per l’ennesima volta
di aver visto in te
la gioia di quel dio
che dispensa felicità.
Le stelle di lassù
che mi guardano serene
non mi sono mai parse
così spente
e così sincere,
come a volermi ricordare
con un nodo al cuore
che nulla è smarrito
e nulla è perduto
per chi trova il coraggio
di guardare negli occhi vivi
una fiera morente.
Ridammi la voce
e con essa la forza
insieme alla mia vita
o angelo dell’amore
affinchè io ricordi
per l’ennesima volta
quanto umano sia l’errore
e divino il perdonare
ma affinchè io non scordi
di non perseverare
in questa non vita
che mi assale di giorno e
a cui non bado se non
quando la sera è oramai
lontana.
Ridammi la voce
la forza e la vita
e vieni con me
accompagna i miei passi
e con loro gli errori
che cadranno dal cielo
ma sorridi benigno
insieme alle stelle
perché ho visto una luce
e anche se si è spenta
la voglio ricordare con te
o angelo dell’amore
che nulla chiede per se
ma tanto
trasmette di se.
Tanto
trasmette di se.

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22 gennaio 2003
...A ME STESSO

A cosa servono le parole
vergate su di un sospiro
e celate agli sguardi di coloro
che niente sanno di me?
A cosa servono i pensieri
incisi a fuoco nella sabbia
per un amore sognato
e mai realizzato?
È triste accorgersi
in una sera d’inverno
di essere rimasti soli,
nel nulla svuotato
di pensieri mai pronunciati
e parole mai nate,
e solo perché so
nel più profondo di me stesso
quel che più temo al mondo,
e solo perché credo
nel più profondo di me stesso
di essermi innamorato.
Vorrei rubare le stelle
e gettarle lontano
per poi sorridere piano,
vorrei rincorrerle calmo
per ridisporle con gioia
in mezzo alla noia,
ora che finalmente ho capito
che a nulla servono le parole
e a niente i pensieri,
se lei non è qui con me
a guardare le stelle
e sorridere alle più belle.

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22 gennaio 2003
...A ME STESSO...

Tre vasi di pietra
al posto del cuore
ho trovato stanotte
nell’immobile veglia
che mi accompagna
nel silenzio delle stelle.
Tre frasi di pietra
al posto del vento
son state svelate
da un pensiero perduto
in un mar di sospiri
di amanti lascivi.
Lasciateli a me
quei vasi di pietra
e sussurratele piano
quelle frasi segrete
affinchè io le sveli
ad un cuore puro.
Lasciatele a me
quelle frasi di pietra
e portateli via
quei tre vasi pesanti
che infrangon le onde
di quel cuore puro.
Per te
e solo per te
ho scritto parole
vergate nel pianto
e le ho tracciate nel mattino
di un giorno passato.
Per te
e solo per te
ho scritto tre frasi
sgorgate dal sole
e le ho racchiuse in tre vasi
per donarle alle onde del mare.

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22 gennaio 2003
A ME STESSO...

Ho perso la forza
di sperare in qualcosa
di diverso da lei,
ma ho trovato la gioia
e la speranza di credere
in qualcosa di diverso
da giorni gettati nel mare
di un nulla dimenticato.
Lasciatemi a me stesso,
o muse ispiratrici,
affinché io ritrovi la forza
di credere in me stesso
e compiere quel passo
il cui timore mi stringe il cuore
più di un ferro arroventato,
e affinché io riesca a sostenere
quello sguardo incantato
che ha smosso montagne
da quando ha visto il sole
per la prima volta.
È un riflesso perduto
quel che mi trovo davanti,
un lago di lacrime
pungenti come fiamme
e arroventate come spine.
È un riflesso perduto
che non conosce pace
se non quella sicura
di quegli occhi incantati
nel nulla svaniti.
Ho perso la forza
di sperare in qualcosa
di diverso da lei,
ma ho trovato la gioia
in quegli occhi incantati
e dal nulla tornati.

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21 gennaio 2003
LAUREA DI CRIVE

Non è passato neanche un semestre, e tutto ricomincia. Avete mai pensato a come la vita sia un circolo vizioso in cui continuano a ripetersi le stesse cose, le medesime situazioni, e cambiano solo le persone al centro di esse? In fondo, in cosa consiste una novità? Nel trovare una persona che ti fa sentire diverso, unico ed insostituibile, con cui condividere tante emozioni? A volte ci si accontenta di molto meno. A volte non ci si accontenta proprio, e la ricerca della novità prosegue. All'infinito.

Per Cristiano Viacava una novità nella vita è finalmente arrivata. No, non si sposa. Non ancora, almeno. Però il 25 febbraio prenderà i voti da Dottore in Informatica, e di conseguenza tutti coloro che volessero unirsi al consueto regalo possono venire a cercare il sottoscritto (Daniele Assereto, login 1996s012) e versare i classici 3 euro. Lo stesso Cristiano potrebbe invece farsi vivo per comunicarci la sua Lista Nozze, ma questo in effetti è un altro discorso...

Porgetemi anche solo una primula, e il circolo vizioso si spezzerà. D'incanto.

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13 gennaio 2003
SONETTO

Undici versi son stati sciolti stanotte
dalla mano adunca di un dio malato
che non conosce requie
dai suoi sogni malsani,
undici versi son stati sciolti stanotte
e sono subito corsi
a quella fonte purissima
che è la vita di un bimbo.
Undici versi son stati perduti
e con loro la gioia
di un giorno migliore,
e con loro la gioia
di un bimbo vergato
in quegli undici versi.

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12 gennaio 2003
PENSIERO

Dammi un’ora di tempo e ti dirò chi sono. Non chi vorrei essere o chi ambirei di divenire, ma la più pura ed essenziale essenza di me stesso, quel lato di esistenza che non esiste se non nella mia testa e nei miei pensieri, nella mia ragione e nei miei sentimenti.
Dammi un’ora di tempo e cercherò di farti capire che non è possibile cercare di capirmi fino in fondo, perché io stesso stento a capire che non riesco a capire quello che in realtà dovrebbe essermi chiarissimo, ma purtroppo non lo è e ne pago le conseguenze giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto.
Dammi un’ora di tempo e non mi accorgerò nemmeno di averla avuta, come se mi avesse appena sfiorato il viso e fosse sfumata via al suono del vento invernale, al dolce cullare delle onde del mare in una tiepida ed avvolgente serata d’inverno in cui tutto sembra diventare possibile, anche l’impossibile vergato a lettere di fuoco su placche di legno appese alla memoria di un pomeriggio d’estate di tanti anni fa.
Dammi un’ultima ora di tempo, e saprai che non c’è niente sa sapere su di me che non valesse la pena di essere saputa, come testimonia il fatto che sono qui a scrivere queste misere, inutili, vuote e vane parole su di un foglio di carta che non esiste se non nella mia stessa mente, quella mente che mente e sa benissimo di mentire a se stessa quando dice di conoscersi e sapere chi in realtà vorrebbe essere e non è, quando dice di voler diventare qualcuno diverso da quanto sia umanamente possibile e quindi sfiorare l’infinito superbo e irraggiungibile che neanche gli angeli caduti riescono lontanamente ad immaginare.
Cosa me ne potrei fare, di un’ora di tempo? Ho sprecato la mia vita, le mie speranze, i miei sogni e le mie illusioni, sono svanite come un caro amico in un caldo pomeriggio d’estate, lungo la strada che portava alla conoscenza ed alla serenità, lungo il travaglio di una donna che si è rivelata essere la Morte stessa, quella madre matrigna che vorrebbe essere buona ed in realtà è solo benigna.
Datemi voi tutti, tutti insieme, un’ultima ora di tempo, e lasciatemi solo, come merito di essere e di rimanere, senza la possibilità di cambiare, di mutare, anche solo di parlare con qualcuno.
Un’ora di tempo. L’ultima. E poi basta.

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6 gennaio 2003
DUE OCCHI

Un sorriso di fuoco
e due occhi splendenti
son comparsi nel grigio
di una notte infernale,
son comparsi dal nulla
in un batter di ciglia.

Accendete la vita
o folletti del bosco
e lasciate che sia
quel che deve essere o non sarà mai,
accendete l’incanto
o folletti del bosco
che dimorate nei sogni
degli uomini persi
o troppo felici,
accendete i ricordi
o folletti del bosco
affinchè io non scordi
quei due occhi splendenti
e quel sorriso di fuoco,
affinchè un domani
mi possa svegliare
con la gioia nel cuore
in una notte invernale.

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6 gennaio 2003
SILENZIO

Ventiquattro alberi
scossi dal vento
di un inverno infinito
che non conosce pace,
sono fioriti quest’anno
dopo un lungo riposo
come non si fossero mai addormentati
prima d’ora.

È la natura che chiama
è il vento che sorge
e convoca a sé
le foglie cadute
e mai sollevate,
è la natura che chiama
è il mare che sorge
e trascina con sé
anche chi sa nuotare
anche chi non lo vuole.

Ventiquattro alberi
scossi dal vento
son crollati stasera
tra un tuono e tre lampi
e al loro posto
son sorti dal nulla
trecento trifogli
ingialliti dal pianto
di un bambino perduto
che non ha mai lasciate
le speranze perdute
di ritrovar prima o poi
quella gioia agognata
e lungamente sognata
che prima o poi sparirà
dai sogni di un uomo.

Rotolate con me,
o sassi del bosco,
e lasciate che crescano
le primule tardive
che mai nasceranno
nel sole autunnale
di un anno perduto
tra le lacrime di un infante.

Addio,
mia gioia,
il sole è oramai morto,
addio,
mio dolore,
il mare si è ritirato,
addio,
mia vita,
i ventiquattro alberi
hanno scandito le ore
di un giorno perduto
tra tempi immortali
e piaceri agognati.

La pace sta giungendo
a cavallo del tramonto
dei miei desideri,
ma non voglio lasciare
che tutto sparisca
come non fosse mai esistito
o come fosse incantato,
perciò lasciatemi vergare
questi quattro segni
affinchè io ricordi
quanto ho pensato.

Che cosa è l’amore
per un uomo solo?
La luce, il sole,
o il nulla di nuovo?

Morite con me e nulla lasciate,
pensieri tremendi che in me dimorate,
affinchè io domani
riprenda il controllo
di ciò che son stato
e non sono mai stato.

Ti amo, silenzio,
che niente mi dici
che non sappia già,
ti odio, silenzio,
perché già conosco
tutto di te,
ma non posso fare
a meno di stare
un’ora, un giorno,
un anno, o più,
senza di te,
senza di me.

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