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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Giugno 2005

18 giugno 2005
THREE IMAGINARY BOYS

Chi afferma che la musica a Genova non offra sbocchi, è nel falso. Chi afferma che non ci sono più locali che propongano musica dal vivo, sbaglia di grosso. È vero, negli ultimi mesi abbiamo assistito alla chiusura di entità come il Fitzcarraldo nei vicoli o il Re Scorpione nel centro di via XX Settembre, ma questo non vuol dire che la situazione sia destinata a peggiorare. Anzi. A volte siamo già nella quiete dopo la tempesta e non ce ne accorgiamo neanche, tanto siamo intenti ad ascoltare quegli augelli far festa.
Ieri sera, venerdì 17 giugno 2005, a pochi minuti di autostrada dal centro di Genova ha inaugurato le sue serate musicali un tranquillo locale di Rapallo, il NotaBene. Da ieri sera, infatti, i venerdì sera saranno dedicati alla musica dal vivo, mentre i mercoledì al jazz. E per iniziare, si sono presentati sul palco i Three Imaginary Boys... che poi tre non sono, ma questo è un altro discorso.
Prima dell’inizio del concerto riesco a scambiare quattro veloci parole con il gestore del locale, Marco, i lunghi capelli sciolti sulle spalle e un sorriso beato per la soddisfazione di aver portato un altro pezzo di musica nella riviera ligure. Sorseggio una prima birra. Ci sono anche i Tre Ragazzi Immaginari che stanno facendo i suoni, e decido di non disturbarli. Mi siedo ad un tavolo e aspetto pazientemente che le danze abbiano inizio. Sorseggio una seconda ottima birra ammirando i pesci che nuotano allegri nell’enorme vasca ricavata nel bancone. Guardo entrare ragazzi e ragazze, fino a che il locale diventa talmente pieno che fatico a muovermi per raggiungere un punto dove si intraveda il palco. Sorseggio una terza birra. Finalmente, sono giunte le dieci e mezza e inizia il concerto.
Loro si definiscono indie rock, in continua ricerca di un proprio suono ed identità musicale. Non credo che la loro ricerca sia finita, ma sicuramente ieri sera hanno dimostrato che una coesione sonora l’hanno già ampiamente raggiunta. Belle linee melodiche che si intrecciano su parti di batteria e basso che, anche se un po’ sacrificato dai suoni, esiste ed è ben presente. La voce, forse, non ha ancora raggiunto una piena maturità, ma poco importa. È una musica di non facile ascolto quella che propongono, ma orecchiabile. Musica che ti fa muovere, ti scuote, ti entra dentro e fa vibrare qualcosa che non sapevi nemmeno di avere. Suoni che riempiono un locale stretto tra le scarne vie di Rapallo. Suoni che appaiono e scompaiono come una chimera dal nulla invocata e nel niente svanita. “Voglio di più”, un poco di più, ma mi accontento lo stesso di questi suoni che niente portano con sé, se non la consistenza di qualcosa condiviso insieme che non può essere separato. “Puoi alzare le chitarre un secondo? Vai Fra!”. Le canzoni si susseguono disinvolte fino allo scoccare della mezzanotte, quando la falce della nera mietitrice dei suoni cala inesorabile sulla maggior parte dei locali che propongono musica dal vivo, e l’incantesimo svanisce.
Mi guardo attorno e vedo soddisfazione. Vedo gioia. Per la serata appena finita. Per la serata che deve ancora cominciare. L’inaugurazione sonora del NotaBene è appena terminata, ma posso dirigermi a casa tranquillo e fiducioso perché ho nel cuore la certezza che la musica a Genova e dintorni non è affatto morta. Lo dimostrano i gruppi che esistono. Lo dimostrano i locali che nascono e sopravvivono. Lo dimostrano i ragazzi che continuano ad andare ai concerti. E lo dimostra soprattutto la musica, che continua ad albergare nei cuori di così tante persone che per un locale che chiude, ce ne sarà sempre almeno un altro che nasce.

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16 giugno 2005
HERMITAGE

La loro è musica sognante. Avvicinatevi ai suoni degli Hermitage e vi sembrerà di volare verso terre lontane, vi sembrerà di entrare in contatto con i vostri pensieri più intimi, vi sembrerà di essere un poco più rilassati nell’enfasi della vita di tutti i giorni.
Il demo “Caja” si presenta immediatamente bene: tre brani più un’introduzione. Introduzione che, va detto a priori, vanta gli unici secondi vocali presenti in questo lavoro. La scelta del gruppo infatti è quella di affidare il proprio discorso musicale ai singoli strumenti, lasciando che siano essi a parlare, lasciando che siano essi a cantare, lasciando che strofa e ritornello svaniscano suono dopo suono per creare solo allora un tutt’uno sonoro che è più legato di un semplice e banale refrain.
Il discorso vale per “Port Davall”, splendida canzone nel suo incedere delicato e sognante, come se volesse trasportare l’ascoltatore verso oceani indisturbati dal passo dell’uomo.
A questa delizia di suoni, poi, è d’uopo un’ulteriore precisazione: gli Hermitage sono tutti giovanissimi. Ascoltando questo demo si potrebbe avere la sensazione che a suonare possano essere dei veterani dei palchi, ormai stanchi della vita e demoralizzati nell’animo, e invece è l’esatto contrario. Ragazzi giovani. Ragazzi che hanno saputo trovare la loro dimensione musicale, con tappeti sonori che sfruttano semplici note scaturite da una tastiera unendole a essenziali fraseggi di chitarra. Ragazzi che nel presentare “Glass” riescono a mescolare prefettamente la propria mente con un singolo strumento.
Non banali gli arrangiamenti, assolutamente non banali le canzoni, secondo dopo secondo. Inesperti? Per niente. Anzi, mi stupisco per la maturità raggiunta. Al primo ascolto mi hanno subito richiamato alla mente un altro nome. Un altro gruppo genovese. I Port Royal. Meno elettronici, forse. Però... Post rock, viene definito il genere. Ma non lasciate che un termine limiti il vostro ascolto o vi lasci dei pregiudizi nell’inconscio. Questi ragazzi meritano la vostra attenzione. Anche la conclusiva “Cantuaria” merita la vostra attenzione.
Se ve li siete fatti sfuggire fino ad adesso, sapete dove trovarli. A Genova. Nei suoi oscuri ma caldi vicoli. A Genova. E se andrete a sentirli dal vivo, provate a chiudere gli occhi. Vi condurranno per mano in posti che, ve lo posso assicurare, meritano di essere conosciuti. E di cui forse neanche sospettavate l’esistenza.

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5 giugno 2005
FESTIVAL DELLE PERIFERIE IV

Mi piace essere stato presente in questi quattro giorni di musica, giorni in cui ho potuto toccare con mano che la passione a Genova esiste ancora, e c’è qualcuno che si batte per essa.
Mi piace sapere che i miei orizzonti si sono allargati con le esperienze maturate in queste serate trascorse a stretto contatto con il panorama musicale genovese.
Mi piace scoprire gruppi nuovi, o approfondire gruppi di cui avevo già ascoltato qualcosa e magari non mi erano neanche piaciuti.
Non mi piace invece pensare che manifestazioni come il presente Festival delle Periferie possa essere di difficile organizzazione nel centro della nostra città, che sia per motivi di spazi o di mentalità.
Mi piace credere che le realtà stiano cambiando e che sempre più spesso assisterò a concerti come quelli di cui sono stato spettatore in questi quattro giorni a Sestri Ponente.
Non mi piace guardarmi attorno e vedere l’invidia dei non presenti o degli esclusi, quando invece dovrebbero gioire anche solo delle possibilità che si sono loro presentate.
Non mi piace questa rivalità che esiste tra gruppi e organizzatori, spada di Damocle che inevitabilmente si ritorcerà contro gli animi impuri.
Mi piace continuare a dire “mi piace” e “non mi piace”, esprimere pareri che potranno anche non essere condivisi ma che hanno la presunzione di riuscire comunque a smuovere, seppur di poco, le coscienze collettive.
Mi piace aver scritto queste quattro misere righe su quattro stupidi pensieri che mi hanno affollato la mente in questi quattro giorni oramai svaniti nei fumi del tempo tiranno.
Non mi piace, e continuerà a non piacermi, il suono che fuoriesce dalle casse quando sul palco sale un gruppo piuttosto di un altro, ma so di non poterci fare niente: forse con il tempo...
Mi piace infine continuare a scrivere cercando di trasmettere le mie emozioni, perché una misera recensione che non porti anche solo un’indicazione del mio gusto personale la potrei trovare su un qualunque foglio di carta, ma saprei che non è mia, e non mi piacerebbe.
Mi spiace se qualcuno potrebbe non pensarla così, ma non sono una persona perfetta e ho anche io i miei piccoli difetti: alcuni mi piacciono, altri no; alcuni cambieranno, altri chissà; ma chi può dire se saranno quelli positivi o quelli negativi, a sparire o a prendere il sopravvento.
Mi piace credere di poter migliorare, e quindi chiedo scusa a tutti quelli che potrebbero essersi sentiti offesi da un qualunque mio comportamento; continuate a farmelo notare, non vi ringrazierò mai abbastanza.
Mi piace credere di poter migliorare, anche dal punto di vista musicale, e quindi essere stato testimone di questo splendido Festival delle Periferie non può che farmi ben sperare; anche i miei gusti cambieranno e cresceranno; per tutto il resto, ci penserà il tempo a fornire la giusta risposta… o forse saranno i chilometri. Chissà.

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4 giugno 2005
FESTIVAL DELLE PERIFERIE III

Silenzio. In questi quattro giorni di musica è veramente merce rara. È appena passata la barista. Brava.
Annusando aria di pioggia, sorseggio un cuba in allegria.

Dire. Fare. Baciare. Lettera. Testamento.
Potete dire quello che volete: brave, riottose, volgari, geniali, tanto continueranno a non piacermi. Potete fare quello che vi pare: applaudire, urlare, andarvene, giudicare, tanto loro resteranno le Starfish. Potete baciare il terreno dove camminano, o vomitarvi sopra. Potete prendere alla lettera quello che pensano e urlano, oppure no. In ogni caso, fate testamento.

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3 giugno 2005
FESTIVAL DELLE PERIFERIE II

Sono le nove di sera e c’è veramente pochissima gente, rispett a ieri. Si sente l’influenza dei vicoli o del monumento. Speriamo che l’affluenza aumenti con il passare dei minuti. Sono appena arrivate le anime del Milk, e giustamente Chiara è andata a prendersi un gelato. Tanto, finchè è magra...
Il primo gruppo che suonerà sarà veramente sfortunato.

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2 giugno 2005
FESTIVAL DELLE PERIFERIE I

Alle ore otto e un quarto parte Radio Metrodora. Siamo seduti attorno al tavolo di GenovaTune a ridere e scherzare allegramente tutti insieme, aspettando che la serata abbia inizio. Ci alterniamo al tavolo, mentre alcuni vanno a mangiare, per tenere sotto controllo tutta la birra che gelosamente custodiamo sotto le nostre sedie. Rutti a parte.
Alef ha le braccia incrociate e rutta in sintonia con tutti i presenti. Merita tutto il nostro rispetto. Gianni l’assassino non si è reso conto che esiste un servizio igienico dentro l’edificio principale, e si è appena indirizzato a salutare una palma. È di ritorno. Ha la faccia soddisfatta. Bnegativo è appollaiato sulla ringhiera con una maglietta viola agghiacciante e la faccia scura, proprio mentre Gianni ha fermato un truzzo per fare pubblicità a GenovaTune. Il tipo ha la faccia maffa. Alef mi fa notare una ragazza con la maglietta nera e due enormi occhi splendidi che è appena passata.
Siamo un po’ tutti sconcertati dalle amene musichette che si stanno diffondendo per l’aere. “Sandra, vuoi una spilletta?”. Sembriamo un tavolo di commensali subito dopo una lauta cena. Una tavolata di persone indegne, suggerisce sorridendo Alef. Non possiamo che dargli ragione.
In questo preciso momento, è appena arrivata Vale con un’amica. “Gli Ex-Otago sono antipatici, sono arrivati in ritardo” esordisce Chiara, tra una fotografia e l’altra. Ci ha abbastanza frantumato gli scogli, ma non glielo abbiamo ancora confessato. Lo saprà soltanto quando leggerà queste poche e millantate righe. Gli Ex-Otago stanno facendo un soundcheck da paura. Che suoni orribili. “Un piano più alto... la tastiera più alta, questa qua!”. Plin plin plin plin.
C’è un tipo con i capelli lunghi che sta lasciando la sua prima votazione, “prima che sia completamente ubriaco”, dice. Ottimo. Questi, sono i nostri avventori. Noi siamo il banchetto giusto per loro. Alef sta chiedendo una bottiglia di acqua Panna, e Vale la sta cercando in uno zaino incastrato giusto sotto la prima sedia.
Comincia finalmente ad esserci un po’ di gente, e i volantini si stanno spargendo in giro. Non si sa ancora bene come. Boh. Forse per inerzia. Vado a bermi una birra.

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