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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Aprile 2005

29 aprile 2005
FORUM

Come da un po’ di tempo a questa parte, ieri sera la vena zingara ha preso il sopravvento... e quindi mi sono avvicinato per l’ennesima volta ai vicoli di Genova, avendo come obiettivo il Milk. Ma prima...
...ho fatto un salto alla Città Vecchia. In realtà le mie intenzioni erano delle più nobili: girare tutta la notte per i vicoli, passando da un Madeleine ad un Little Italy, ma alla fine non sono riuscito a mantenere le mie promesse, e quindi mi sono fermato alla seconda tappa. Ma andiamo con ordine.
Arrivo alla Città Vecchia presto. Molto presto. Tanto presto che Bob Callero e Zita stanno ancora accordando gli strumenti e devono ancora mangiare. Rimango comunque affascinato dai suoni che fuoriuscivano da quello strano basso (ma era un basso? qualcuno ieri sera me ne ha detto il nome, ma non lo ricordo...) e da quel violino. Comunque. Per ingannare l'attesa prendo i mio fedele taccuino e mi metto a scribacchiare.

I forum hanno proprio strane leggi. Vi si trovano gli elementi più disparati e più strani. Quando inizi a frequentare un forum, la maggior parte delle volte ti trovi spiazzato. C'è gente con nomi assurdi e stravaganti che fa battute che pensi possano capire solo loro, e d'improvviso scopri che ci sono almeno altre dieci o più persone con nomi altrettanto assurdi e stravaganti che ridono con lui e non di lui. Se riesci a sopravvivere all'impatto iniziale, quello in cui ti senti l'unico estraneo in un mondo di amici, come quando ti capita di sederti nell'unico posto libero di uno scomparto di un treno nel bel mezzo di un'accesa discussione, dicevo se riesci a sopravvivere a tutto questo, potrebbe capitarti l'inverosimile. Potrebbe capitarti di essere tu stesso ad avere un nome improbabile e fare una battuta a cui rideranno altre persone con altrettanti nomi improbabili, che magari nemmeno conosci. E quando abbandonerai questo forum, questo magico harem che ti sei creato, continuerai a pensare a quello che hai letto e scritto, ridento tra te da solo e sapendo di non avere nessuno a cui poterlo raccontare, con cui poterti confidare. Nessuno, finchè non riaccederai a quel fantastico forum. Il forum di GenovaTune.

Dicevo. Mi bevo le mie allegre birrette, faccio conoscenza con gente conosciuta e non, parlo di fotografia, musica celtica, baci di dama, e ascolto affascinato i primi pezzi del duo che esordisce sul palco dicendo "stasera, aspettatevi un concerto di heavy metal!". Grande. Falso, ma grande. A questo punto saluto tutti e mi dirigo verso il Milk, seconda ed ultima tappa della serata. Incontro le solite facce degli abituè, oltre a facce nuove di vecchi compagni di corso all'università. Ascolto con interesse i Blownpaperbags, nel senso che alla prima canzone ho trattenuto a stento i conati di vomito, alla seconda mi si è acceso uno strano interesse, e dalla terza in poi stavo lì ad ascoltare ogni singola nota prodotta da quel gruppo affascinante. Ah, quella doppia batteria. Ah, quello strumento strano che fischia. Ah, quella bassista. Comunque. Il tempo di cambiare gli strumenti e tocca agli Xiu Xiu, che mi erano stati presentati e millantati come ostici. Difficili al primo ascolto, ma intriganti dal secondo in poi. Beh, io credo di aver saltato la prima fase, perchè li ho trovati ammalianti già fin dal primo ascolto. Un duo veramente da scoprire ed ascoltare. Un voce calda e profonda, e dei suoni strani e prodigiosi. Non chiedetemi che genere professino, perchè non ve lo saprei dire. In fondo, credo di essere ancora vergine a troppi generi musicali per poter spargere etichette al vento, e quindi me ne sto. Così come me ne sono stato ieri, appoggiato alla parete del Milk, ad ascoltare quelle placide melodie che aleggiavano tra quelle quattro mura, fino a che il sonno ha bussato all'uscio dell'etere e mi sono diretto a casa. Stanco, ma appagato.

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27 aprile 2005
NICOTINA XXX

Corri dietro il tuo tempo
e rincorri il tuo passato
che ti maledice con te
e tutte le tue speranze e
senza la possibilità
di tornare al domani
quando sarai una persona diversa
che niente ricorda di se
quando le nuvole sono svanite
nel cielo primaverile
di una serata incantata
bruciata con cinque anime felici
ma ignoranti del dolore
che tutto avvolge con sé
nel fumo dell’inconsistenza
quando l’ultimo fiocco è caduto
e tu sei rimasto ancora lì,
da solo.

Fine delle parole. Mi piacerebbe adesso lasciarvi con una massima illuminante ma, ahimè, vi chiederei in cambio un tiro. Magari non una sigaretta intera. Magari no. Ma un solo, ultimo, singolo tiro. Uno solo. Uno.
Come dite? È troppo tardi? No... piuttosto è troppo presto. Per ricominciare.
Salute.

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26 aprile 2005
NICOTINA XXIX

Sono quasi alla fine di queste pagine, e inizio a riflettere sul perché io abbia iniziato a scriverle. Sul perché io stia cercando di smettere di fumare. Ancora una volta.
Non lo faccio per chi mi conosce, e nemmeno per qualche avvenimento strano che mi sia capitato negli ultimi giorni. Negli ultimi mesi. Negli ultimi anni. Non lo faccio per la salute, e nemmeno per i soldi. Forse questi sono molti aspetti che avrebbero un peso nella decisione di chiunque di smettere, ma analizzandomi a fondo credo che non sia il mio caso. Non questa volta. Come ho già detto, non è la prima volta che cerco di smettere di fumare. Una volta sono stato un anno senza fumare, quando lasciai il gruppo in cui suonavo. Il gruppo che, in un certo senso, fu la mia spinta ad iniziare a fumare. Trovarsi chiuso in quella saletta, con due persone che fumavano, è stata certo una spinta notevole all’inizio del tabagismo. E mi piaceva. Mi piaceva parecchio. Ma quando tornai a sentirli da vivo, un anno dopo, mi accesi una sigaretta. E da lì, ricominciare è stato semplice. Poi cercai di smettere una volta in cui mi ammalai, e quindi passai una settimana a letto. Quando mi ripresi, mi dissi che se ero già stato una settimana senza fumare, potevo resistere anche di più. Era vero. E quell’allucinazione del coniglio rosa enorme e inquietante che mi imponeva di smettere, era abbastanza angosciante. Quella zampona pelosa puntata verso di me. Ma dopo un mese, ricaddi nel vizio. Giusto per dimostrarmi che non avevo paura di lui. Non avevo paura di quel dannato coniglione rosa.
L’ultima volta, è stato con la mia ultima ragazza. Per lei, decisi che non avrei più fumato. Ma come si può intuire, in effetti, non durò nemmeno quella volta. Ed è per questo che sono sempre più convinto che la decisione di smettere di fumare deve venire da dentro di noi, e non per un motivo esterno. Non lo si deve fare per qualcun altro. Non lo si deve fare per promessa, per fioretto, per punizione, per amore, per sfida, per quello che volete. La decisione non è semplice, e non va presa alla leggera. Perché lo sto facendo io? Bella domanda. Forse non lo so nemmeno io, adesso, in questo momento.
Però so che, se dovessi fallire anche questa volta, la prossima volta che dovessi cercare nuovamente di smettere, avrò un manuale che mi guiderà nelle sensazioni del primo mese di astinenza. I primi, fottuti, trenta giorni. Il delirio. Quello vero.

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25 aprile 2005
NICOTINA XXVIII

Mi hanno rubato
il velo della verità
dal mio antro del dolore,
e mi hanno rubato
il colore della spontaneità
a cui ero legato
dai primi respiri dell’infanzia.

Mi hanno donato
il sapore della sconfitta
per un giorno migliore,
e mi hanno donato
il sapere maledetto
a cui sarò legato
fino alle ultime lacrime della vita.

Mi sono lasciato
alle spalle tutto quanto
e ho pianto rancore,
e mi sono lasciato
per ultimo il verso del padre
che non tornerà per me
quando sarò morto.

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24 aprile 2005
NICOTINA XXVII

Allora. Cena veloce in ufficio, a base di pizza (a domicilio) e birra (un fusto da cinque litri di Becks). Avevo appuntamento con la Chiara, la Vale e altri figuri alle 22 dalla Città Vecchia, per poi spostarci al Milk. Arrivo più o meno puntuale e non c'è ancora nessuno. Pazienza. Attendo parlando col simpatico gestore, facendo un po' di pubblicità a GenovaTune e sorseggiando un'ottima Spaten. Mi telefona la Chiara, e quindi esco e mi dirigo al Milk, ove trovo tutta la marmaglia. Entriamo, e iniziamo a conoscere i membri de Port Royal e dei Tarentel acquistando i loro lavori e scambiando due velocissime parole. Iniziano a suonare i Port Royal, e dopo un primo impatto spiazzante, mi lascio cullare dalle dolci melodie che riescono a trasmettere, con la loro musica tutta strumentale ma decisamente evocativa. Finita la loro oretta di concerto, ci infiliamo nella saletta a parte e riusciamo a strappar loro una piccola intervista, in cui si sono dimostrati dei ragazzi estremamente simpatici e alla mano. All'inizio sembrava quasi che non credessero che li volessimo intervistare ed erano timidi, quasi impacciati. Nel frattempo, comunque, avevano inziato a suonare i Tarentel, per cui usciamo dalla saletta e ci apprestiamo all'ascolto. Curioso. Improvvisazioni sonore condite con imagini proiettate alle spalle dei musicisti. Veramente curioso. Ho provato a chiudere gli occhi per dieci secondi, e immaginare che un coniglio gigantesco mi dicesse che il mondo stesse per finire entro dieci giorni. Ho riaperto gli occhi, e le immagini condite da note hanno iniziato ad assumere un senso. Mi sono piaciuti, in sintesi.
Verso l'una ci allontaniamo dal Milk, e iniziamo a girovagare per i vicoli alla ricerca di un locale di nostro gusto. Partiamo dal Quaalude (a me è piaciuto, ad altri no), passiamo per il 74 Art System (ad altri è piaciuto, a me no), finiamo al Clan (so che non ve ne fregherà niente, ma c'era Luca che si tacchinava una...) e solo per scoprire che chiudeva da lì a dieci miuti, per cui ce ne saremmo dovuti andare. Vabbè. San Lorenzo, Sottoripa, e tutti in macchina alla volta di casa.
Arrivato a Rapallo alle 3, invece che puntare al letto, decido di fare un salto al Gallo Nero. Incontro la solita gente positiva e facciamo chiusura, nel senso che i gestori ci chiudono dentro il locale e restiamo con loro a sparare vaccate fino alle 5, bevendo Bacardi Breezer e citanto i Monty Python. Conclusione? Una bella serata, da rifare assolutamente. Sia per quanto riguarda la prima parte musicale, sia per la compagnia, che per tutto il resto. Peccato solo che, ogni tanto, una sigarettina ci sarebbe proprio stata...

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23 aprile 2005
NICOTINA XXVI

Oramai mi sto abituando al fatto che non fumo. Questo non vuol dire che non mi accenderei una sigaretta anche adesso, ora, seduta stante, ma che intrinsecamente non vado più a cercare con il pensiero quei bastoncini di cancro che mi tenevano compagnia soprattutto nei cinque minuti di tempo che dovevo sprecare qua e là nel corso della mia giornata. Oddio. Ma che cosa sto scrivendo?
La verità è che non mi ci sto affatto abituando, e credo che per un po’ non mi ci abituerò proprio. La lingua al mattino continua ad apparire verdognola, ma non più vetrosa come nei primi giorni. A seconda della compagnia con cui esco la sera, mi viene più o meno la tentazione di “scroccare un tiro”, o addirittura accendermi una sigaretta tutta mia, tutta per me, e per me soltanto.
Che cosa posso fare per non pensare a quello che sto facendo? Niente, credo. Anche perché, a scrivere un pensiero al giorno sulla mia situazione, non faccio che peggiorarla. Forse, se smettessi qui questo inutile resoconto, forse sarebbe tutto più facile. Ma so che non è così. Non è mai facile. Per nessuno. Può esserci qualsiasi motivo a spingere una persona a smetere di fumare, ma non è mai facile. Credo. Non che il “mal comune mezzo gaudio” mi faccia star meglio, ma almeno non mi sento l’unico stronzo sulla faccia della terra a patire l’inconsistenza della propria mente e l’incoerenza del proprio corpo. Per chissà quanto ancora, poi...
Aspetto una pallida luce alla fine di questo tetro tunnel, e chissà se ne vedrò mai la fine. Chissà...

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22 aprile 2005
NICOTINA XXV

Appunti presi veloci al ritorno a casa.
Aperitivo al MenteLocale. Corsa veloce verso il cinema. Uscita, e discorsi sul fumo. Ovviamente. Poi vicoli di Genova, sempre belli il venerdì sera. Mi sarò innamorato almeno venti volte. Ventuno. Ventidue. Appunto. Splendidi discorsi sui culi arroganti e sulla teoria delle cosce, su cui andrebbe scritto almeno un libro. Almeno.
Ritorno a casa dove non mi aspettava nessuno, e mi metto a scrivere queste quattro inutili righe.
Ma veramente?

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21 aprile 2005
NICOTINA XXIV - MILANO

Io odio Genova. La odio sul serio. Ed è perfettamente inutile che cerchiate di farmi cambiare idea. Non mi piace la lanterna, i vicoli, e nemmeno quell’insulsa sfera sferica di Renzo Piano. Non so da quanto ho iniziato ad odiarla. Frse due, forse dieci anni. Ma so che anche soltanto sentire un “belin” all’angolo della strada mi fa venire il voltastomaco. I genovesi sono tristi, brutti, sempre con il broncio, e si lamentano di tutto. Una cosa va male? Si lamentano perché va male. Una cosa va bene? Si lamentano perché sarebbe potuta andare meglio.
Noi di Milano invece sì, che sappiamo vivere con gioia. Non credete a coloro che affermano che la nebbia renda grigia la vita di tutti i giorni. Anzi. È esattamente il contrario. Vivere in un ambiente uguale e monotono tutti i giorni rende più combattivi agli attacchi della vita e con più voglia di fare, di agire, di muoversi. Noi a Milano abbiamo un’ottima scena musicale. Usciamo la sera, e abbiamo l’imbarazzo dei locali dove andare ad ascoltare musica dal vivo. Abbiamo i navigli. Abbiamo anche Parco Sempione, ma credo che questo sia un discorso decisamente più delicato. Potreste obiettarmi adesso che anche a Genova avete dei locali, dei bei locali, e potrei forse darvi ragione. Ma in quanti dei vostri si deve fare la fila per entrare? In quanti hai la certezza che assaporerai il contatto fisico con la gente, in quel mucchio selvaggio e concentrato che è un pubblico adorante e sudante durante un concerto? Che sia rock, folk, metal, pop o indie, poco importa. Noi, a Milano, abbiamo anche la mente decisamente più aperta. Non lo dico per bullarmi, o forse si, non lo so.
Quando un grande artista decide di fare in Italia una tappa del proprio tour internazionale, dove credete che deciderà di andare? A Genova, forse? Mi spiace, ma sono finiti i tempi in cui siete stati Capitale della Cultura. E neanche l’avete saputa sfruttare, come occasione. Io ci sono stato nella vostra città, nei primi del 2004: era un cantiere unico, e mi ha ricordato Berlino, per chi di voi che c’è stato. Ma voi genovesi non amate viaggiare, lo so. Vi piace stare rinchiusi nelle vostre tane, e mugugnare l’un l’altro, e dire qualche “belin” ogni tanto, e vantarvi di aver dato i natali ad un Fabrizio De Andrè che, se proprio vogliamo dirla tutta, gli ultimi anni della sua vita manco li ha passati a Genova.
Che cosa potete vantare, che noi a Milano non abbiamo? Niente. Proprio niente. Ve ne state rinchiusi nelle vostre monotone vite, e non uscite neanche quando un locale prova a proporre qualcosa di nuovo. Se ci fossero a Milano, locali come il Milk o il LogoLoco sarebbero sempre pieni di gente. Pieni di giovani. Pieni di vita. E voi invece niente. Vuoto assoluto. Una serata con quattro gruppi? È già tanto se vi saranno trenta persone.
Adesso io vi dirò una cosa, e so già che vi offenderete, ma non mi importa. Dovreste vergognarvi. E tanto. Di voi stessi. Di come vi comportate nei confronti di tutto quello che avete intorno. Se veramente amate la città in cui vivete, dimostratemelo. Dimostratevelo. E la prossima volta che scenderò giù da Milano, incrociando il vostro sguardo vedrò finalmente la fierezza di un popolo che è stato una repubblica marinara, ha toccato il fondo, ma almeno adesso sta provando a risollevarsi. Un po’ come se steste cercando di smettere di fumare. Questo, musicalmente parlando. Per tutto il resto, invece, nutro per voi veramente poche speranze.

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20 aprile 2005
NICOTINA XXIII

Intravedo il fondo della lingua, e non credo che abbia bisogno di essere diserbato, ma è verde ugualmente. Continuo quindi a farmi del male fisico, e solo per sopravvivere un altro giorno al dolore psichico. Volete farvi del male? Iniziate a fumare. Avrete di che ridere per molto, molto tempo. Sono passate le tre settimane, ma non si direbbe. Sul serio. Volete farvi del male? Resistete. Ancora un giorno. Un altro, ancora. E tutto per una sola, fottuta, inutile e splendida sigaretta. Una boccata di nicotina. Vi prego. Una sola. Stasera.
Invecchia in fretta
e spendi a ridere tutto il tempo
che ti resta
perché quando gli occhiali
ti terranno compagnia
non avrai più niente
che valga la pena di essere scoperto
e il tuo sorriso beffardo
sarà solo il ricordo
di un’epoca che non eiste
più
e non tornerà domani
quando ti sveglierai
nel tuo letto di lacrime.
Ammicca pure
è quel che ti resta
di una vita d’affanni
e una morte gloriosa
è l’unico sogno
a cui aspirare
ma che inesorabilmente
resterà tale.

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19 aprile 2005
NICOTINA XXII

Vi siete mai chiesti
quale sia il colore della noia
e quale il fottuto colore
che trapassa l’essenza della gioia,
quale forma possa assumere
una goccia di speranza
e da cosa si travesta di sera
lo spettro della lussuria,
chi conosca veramente
le ombre della fiducia
e chi abbia perduto il ricordo
del calore dell’amicizia?
No?
Dovreste farlo.
Per voi, per chi vi circonda,
per l’anima stessa dell’umanità
che non potrebbe sopravvivere ad un’altra giornata
di boriosa aspettativa
per quello che lo aspetta domani
al suo risveglio dal lungo e agitato sonno
di questi ultime tre settimane.
Vi siete mai chiesti
se sia possibile uccidere un uomo
senza provare il minimo rimpianto
senza provare la minima pena
senza patire le pene dell’inferno?
Vi siete mai posti
come vostro unico giudice e giuria
in tutto quello che facevate
durante la veglia?
No?
Dovreste farlo.
Per voi, per chi vi circonda,
per tutti quelli che non fumano
e sono sempre al vostro fianco.
Pensateci.
Loro sono sempre al vostro fianco.
Patiscono.
Soffrono.
E voi?
Cosa fate voi?

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18 aprile 2005
NICOTINA XXI

Urla nella nebbia e smetti di cercare la verità nascosta tra le pagine della vita. Rimpiangi le facoltà perse e la fiducia che non tornerà indietro. Cosa ci resta ancora da fare di buono su questa terra? Amare. Lottare. Forse dormire. Chissà.
A me basterebbe un’unica cosa, in questo momento. Ma ho promesso a me stesso che dovrò cercare di lasciar perdere. Dimenticare. Lasciare alle spalle. Per un giorno, un mese, un anno. Non so per quanto, in effetti. Ma so che non è ancora giunto il momento di continuare. Smetto di prendere tempo e smetto di perderne di più. Smetto di vivere e me ne vado a morire. Per un altro giorno ancora. Volete venire a morire con me? Staremo tutti insieme, fino alla venuta della vita eterna che ci porterà nell’eden della speranza perduta, nel paradiso delle illusioni dimenticate. Volete venire a morire con me? Sarà un bel viaggio. Lungo, nauseante, ma allo stesso tempo profetico e liberatorio. Vi lascerete alle spalle tutte quelle convinzioni che vi hanno impedito di aprire la finestra della coerenza, e ascoltare lo spiraglio dell’ingiustizia sopita tra le onde verdi del mare.
Cambiate idea, se ne avete ancora la facoltà. Non è mai troppo tardi per perdere, e una vittoria non da mai tanta soddisfazione quanta ne può dare una sconfitta perpetrata nel tempo. Vi fidate? Lasciatevi a me. Adesso, non ora. Lasciatemi a me.

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17 aprile 2005
NICOTINA XX

La crisi sembra temporaneamente passata. Sono tre giorni che, perlomeno non come prima, sento il bisogno di accendermi una sigaretta. Ok, ho sempre la lingua verde, ma mi viene il dubbio che possa essere per colpa delle serate precedenti. Comunque. Non so se sto finalmente iniziando a liberarmi del fardello psichico, ma qualcosa deve essere successo. Ho oltrepassato un altro fine settimana, magari evitando compagnie di persone che fumassero, ma comunque senza avvertire la prepotenza di accendermi un altro bastoncino di cancro. E quindi, con questo, sono a quota venti giorni. Chissà a quanto arriverò.
Oggi mi sono riposato. Ricordo che, quando fumavo, arravavo alla sera che desideravo uscire a prendermi un aperitivo, perché così facendo avrei avuto l’occasione per fumarmi una Lucky Strike. Oggi posso dire che non vedo l’ora di restare a casa, solo per continuare a riposarmi e non ricominciare a fumare. Ho visto un film, letto un buon libro, ascoltato della sana musica e acceso il computer per meno di un’ora. Riposato, dicevo. Chissà che cosa ne stanno pensando i miei polmoni, di tutta questa novità. Chissà, se potessero parlare, che cosa mi potrebbero dire. Grazie. Vaffanculo. Chissà.
Sento che l’utilità di questo diario tra me e la mia voglia di smettere di dipendere da un vizio capitale sta iniziando a venire meno, ma ho lo stesso paura di smettere di scrivere perché non vorrei, appena poggiata la penna, trovare una sigaretta lì pronta a sostituirla. E quindi, continuo a scrivere. Continuo a pensare. Continuo in questa folle corsa, che spero non si fermi ai suoi primi, stancanti, venti giorni consecutivi.

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16 aprile 2005
NICOTINA XIX - ALICE COOPER

LEZIONE 1: 1969/1970 - gli esordi
Lasciate pure stare i primi due album, quelli registrati sotto l'etichetta di Frank Zappa tanto per intenderci. Sono per i puri di stomaco.

LEZIONE 2: 1971 - love it to death
Se non vi fermate alle classiche "i'm eighteen" e "is it my body", potreste scovare "second coming" e "ballad of dwight fry". Queste due canzoni, che in realtà sono un pezzo solo, non compaiono praticamente mai in nessuna raccolta, mentre vengono quasi sempre presentate dal vivo. Sono le due canzoni in cui Alice sale sul palco con la camicia di forza. Stupenda l'intro della doppia canzone, in cui il bambino chiede alla madre "dov'è papà? tornerà mai a casa?".
E non è vero che, abbandonando l'etichetta di Frank Zappa, Alice Cooper smise di essere sperimentale. Ascoltatevi "black juju" e cambierete idea. 9 minuti abbondanti di canzone. Angosciante. Ma bella.

LEZIONE 3: 1971 - killer
Qui dentro ci sono le famose "dead babies" (la denuncia per i bambini abbandonati a casa da soli), "under my wheels" e "be my lover". Ma non solo.
C'è anche "desperado", dallo splendido inizio arpeggiato, e "halo of flies", il potenziale seguito di "black juju": la sperimentazione non è morta, e quelle note di basso... mio dio, quelle note di basso...

LEZIONE 4: 1972 - school's out
L'album contiene l'hit generazionale di Alice Cooper, ma non solo. Ascoltate "gutter cat vs. the jets", e vi troverete coinvolti in una versione cattiva di Grease. Ascoltate "my stars", e vi commuoverete a quel klaatu verata nikto pronunziato soffusamente alla fine. Ascoltate "alma mater", che niente ha a che fare con i portoghesi Moonspell, e vi sentirete un vecchietto nostalgico che ripensa ai giorni di scuola. Ascoltatelo tutto, questo disco, perchè non si ferma a quell'hit generazionale...

LEZIONE 5: 1973 - billion dollar babies
Troppe canzoni famose. Troppe per un gruppo: "elected", "hello hooray", "billion dollar babies", "no more mr. nice guy", "sick things" e "i love the dead". Impossibile descriverle tutte una per una. È il disco TOP dell'epoca in cui Alice Cooper era non solo un musicista, ma un gruppo. Da scoltare, e riascoltare, e ascoltare ancora.

LEZIONE 6: 1974 - muscle of love
Il declino. Dopo il botto, il gruppo entra in crisi. Canzoni fiacche, anche se qualche spunto interessante esiste anche qui. Interessante "man with the golden gun", brano proposto per 007, la accattivante "teenage lament '74", e la suggestiva "crazy little child". Quando Alice aveva ancora la voce. La sua voce particolare, ma niente cori sotto (o sopra, per coprire).

LEZIONE 7: 1975 - welcome to my nightmare
Appena uscito dai ranghi del gruppo, Alice Cooper ci regala il suo capolavoro. Impossibile scegliere tra una titletrack, una struggente "only women bleed", una epica "steven", o "black widow" in cui compare nientepopodimeno che Vincent Price (dieci anni prima che ci ripensasse Micheal Jackson in "thriller", notare...). Di questo disco è uscita anche una nuova versione rimasterizzata con brani extra. Cosa state ancora aspettando?

LEZIONE 8: 1976/1978 - la fine degli anni '70
Nel 1976 esce "goes to hell", non un brutto disco, ma un tentativo di ripetere IL capolavoro precedente. Chiariamo, "go to hell" è una bella canzone, "i never cry" è una ballata con tutte le note al punto giusto, "i'm always chasing rainbows" è sognante, peroò... manca qualcosa. Questo disco è una versione malaticcia del Mago di Oz.
Nel 1977 esce "lace and whiskey", con la canzone "road rats" dedicata ai groupies (che verrà ripresa nel film Roadie con MeatLoaf), la ballata "you and me" e l'antemica "king of the silver screen". Ma la canzone da ascoltare, in questo disco, è "my god", con cui si chiudono le danze: organo iniziale e...
Nel 1978 esce il primo live ufficiale "the alice cooper show", che ripropone in buona parte le canzoni di "welcome to my nightmare".
Nel 1978 esce anche "from the inside", uno dei dischi meno conosciuti, ma che meriterebbe il suo spazio. Dedicato agli ospedali psichiatrici, ogni canzone è ispirata ad un personaggio che vi vive dentro: pare che Alice abbia composto il disco nei suoi periodi di disintossicazione dall'alcool. Canzoni come "the quiet room", "millie and billie" e "jacknife johnny" lasciano il segno. E ancora una volta, la conclusiva "inmates" è da ascoltare assolutamente. We're all crazy...

LEZIONE 9: 1980/1983 - i primi anni '80
Nel 1980 esce "flush the fashion", l'inizio della crisi. Le canzoni cominciano a diventare banali, e a risentire troppo dello stile anni '80. Ok, in questo album ci sono "clones" e "pain", ma direi di non soffermarvi troppo...
Nel 1981 esce "special forces", e continua il discorso dell'album precedente: unica canzone che salvo, "skeletons in the closet".
Nel 1982 esce "zipper catches skin", e ci sono i sintomi di una ripresa, ma solo i sintomi. In questo disco c'è "i am the future" (colonna sonora di classe 1984), "zorro's ascent", e altre canzoncine. Quella che ascolterete qui, se vorrete, è solo l'ombra di Alice Cooper, tant'è vero che compare quasi irriconoscibile in una foto. Mah, fate voi. Meglio dei precedenti, ma decisamente l'esempio di un musicista in grossa crisi...
Nel 1983 esce "DaDa", la cui titletrack iniziale è un piccolo gioiellino di elettronica anni '80. Bella "i love america", e carina la lenta "former lee warner". Niente più. E per fortuna, con questo disco Alice decise di prendersi un periodo di riposo, per tornare a essere quello di una volta...

LEZIONE 10: 1986 - constrictor
Alice Cooper torna dalla sua pausa di riflessione durata 3 anni, e sembra riprendere possesso delle sue facoltà musicali. Canzoni come "give it up" e "life and death of the party" fanno ben sperare in un futuro migliore. Ma è con la conclusiva "he's back (the man behind the mask)" che gioca il suo asso nella manica: canzone che è anche colonna sonora di Venerdì 13 parte IV, è un piccolo capolavoro di horror-rock. Ascoltare, assolutamente. E vi ritroverete a canticchiarla anche in ascensore. A cena con i parenti. Sotto la doccia.

LEZIONE 11: 1987 - raise your fist and yell
Cattivo, così mi piace. Ascoltare "freedom", o "chop, chop, chop", o "roses on white lace" è come ricevere dei pugni nello stomaco. Chitarre che duettano soliste con la sua voce. E su tutto, quella "gail" che richiama alla mente la metà dei suoi anni '70, quando stava per finire il suo periodo d'oro. È un album semisconosciuto, ma fondamentale per capire la direzione del metal degli anni '80.

LEZIONE 12: 1989 - trash
Arriva il produttore Desmond Child, e sulla scia di Bon Jovi esce il suo album più commerciale e più ricordato. Non parlerò quindi qui di canzoni come "poison", "house of fire" o "bed of nails", ma vi consiglierò piuttosto "hell is living without you". Con questo disco Alice Cooper raggiunge le masse a cui finora era stato precluso, e scopre di avere ancora qualcosa da dire. Non sono solo canzonette d'amore, queste, se le ascoltate bene. In profondo. C'è molto di più.

LEZIONE 13: 1991 - hey stoopid
Album che segue la scia del precedente ma aggiungendo, a mio avviso, quel pizzico di grinta in più che lascia il segno. La titletrack, l'arrabbiata "feed my frankenstein", la triste "dangerous tonight", l'inquietante e groovy "wind-up toy", sono tutti veri gioielli. Ma è con la ballata "might as well be on mars" che il cuore di un fanciullo si spacca. Si frantuma, in mille pezzi. E su tutto la chitarra di Slash ad accompagnarvi nel vostro viaggio, ed ogni tanto Ozzy a fare i cori. Cosa volete chiedere di più?

LEZIONE 14: 1994/2002 - la trilogia
Nel 1994 inizia la trilogia del male nel mondo, di cui "the last temptation" è il primo capitolo. Il disco esce allegato alla pubblicazione di un fumetto della Marvel, che non posso che consigliare vivamente. Canzoni come "bad place alone", "lullaby", "it's me" e "cleansed by fire" lasciano il segno, e osservano il male dentro le persone.
Nel 2000, dopo sei anni di distacco, Alice Cooper si rende conto che è ora di continuare la sua trilogia, e che il male si è ormai diffuso nel mondo. Esce così "brutal planet", il suo disco più moderno, in cui sembra volersi prendere una rivincita sul discorso musicale di Marilyn Manson. Ci regala quindi canzoni come "pick up the bones" e "it's the little things", per far capire chi ci sia alle origini del metallo di un certo genere. Ma non dimentica la speranza, e con la ballata "take it like a woman" si auto-cita e riprende la sua stessa "only women bleed" del 1975, segnando il secondo capitolo della trilogia delle Donne.
Non si fa aspettare per l'atto finale, e nel 2002 esce "dragontown", e il discorso si chiude. Canzoni consigliate? Sicuramente "disgraceland", "it's much too late" e "somewhere in the jungle". Con "every woman has a name" si conlude la trilogia delle Donne, e con il disco la triogia del male. Alice Cooper è tornato. Finalmente.

LEZIONE 15: 2003 - the eyes of Alice Cooper
Se la trilogia del male è finita, il discorso non vale per quello che Alice ha ancora da dire. Con questo disco va quindi a riprendere le sue origini settantiane e le modernizza, regalandoci canzoni quali "novocaine", "between hight school & old school" e "love should never feel like this". I musicisti di cui si circonda sono giovani, ma dimostrano di avere ben presente quello che stanno suonando.

Conclusioni? Fate voi. È rimasto fuori qualcosa, da tutto quest'elenco? Beh, escludendo i singoli vari, i live e altre puttanate, qualcosa in effetti ancora c'è. Nel 1999, ad esempio, è uscito il cofanetto di 4 CD "the life and crimes of Alice Cooper", con parecchio materiale inedito. E nel 2004 Alice ha duettato con il rapper Xzibit nel CD "unity", colonna sonora delle olimpiadi di Atene. Non male, per un vecchietto del 1947 con più di 30 anni di musica alle spalle...
...ma adesso basta, che mi sono distratto abbastanza dalla nicotina, per questa volta!

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15 aprile 2005
NICOTINA XVIII

Serata nei vicoli. Appunti presi in fretta al ritorno a casa.
Aperitivo in Piazza della Vittoria, al Parador. Io, Mirko, Alf, poi Daniela e Chiara. Mirko e Alf vanno verso l’acqua, mentre Daniela e Chiara verso la pizza. Io mi dirigo verso Porta Soprana, dove incontro Christian, Alberto e poi Erica. Ci dirigiamo verso il Nikita in via San Bernardo, e poi alla Locanda, sempre nei vicoli. Incontriamo Dario. Ci spostiamo davanti al Fitzcarraldo, dove recuperiamo Daniela e Chiara. Puntiamo al Caffè Lebowski, dove ci accomodiamo nei soffici interni e continuiamo a sparare vaccate in allegria. Dario se ne va. Anche noi, poi, ce ne andiamo. Dal Bar Moretti incontriamo di nuovo Dario, con Ricky e la Raffi.
Ma la casa chiama.

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14 aprile 2005
NICOTINA XVII

Mai come ieri, avrei voluto accendermi una sigaretta. Sarà finita l’astinenza fisica immediata, ma le crisi psicologiche iniziano adesso. Auguri.
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13 aprile 2005
NICOTINA XVI

Uccidete i vostri sogni
che provengono da dentro di voi
non esistono
e voi non esistete con essi
perché niente è stato scelto
col vostro permesso.

Finisci per carità
hai rotto il cazzo
e noi siamo ancora qui
alzati e vattene
senza degnarci di uno sguardo
tu che sei superiore
a noi poveri illusi
in questo mondo perverso
e perduto
troncato dalla presenza ignara
di un dio scordato.

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12 aprile 2005
NICOTINA XV

La fiamma si è spenta
per l’ultima volta
e non si accenderà di nuovo
col desiderio perduto
di un’anima in pena.

La fiamma si è spenta
ma il desiderio rimane
e con esso il tormento
di cinque minuti lunghissimi
che non finiscono mai
senza quel candore fottuto
di un polmone bruciato.

La fiamma si è spenta
ma una luce risplende
è la speranza per il domani
ed un nuovo sogno nella mia mente
un nuovo obiettivo da raggiungere
una nuova fiamma
che mi distruggerà
e mi tormenterà, da domani.

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11 aprile 2005
NICOTINA XIV

La lingua continua ad essere verde, come anche le bottiglie di Heineken al mio fianco. Sarà per questo, in fondo. Ma non voglio indagare. Fatto sta, in fondo, che con stasera finiscono le prime due settimane di astinenza dalla nicotina, e le prime due settimane di stesura di questo diario per i posteri. Chissà se qualcuno lo leggerà mai, e chissà se imparerà qualcosa.
Se lo leggesse un fumatore, mi piacerebbe che provasse a seguire le mie orme. Con questo non intendo dire che diventerò un crociato dello “smettere di fumare”, ma semplicemente che una privazione iniziale può portare a tanti bei risultati. Nel frattempo, ovviamente, sto ancora male come un cane. Ma passerà. Spero presto.
Quando ho messo di fumare per un anno, nel 2002, ricordo di essermi acceso una sigaretta dopo un mese di astinenza, e di aver provato fastidio al palato. Ora non oso pensarci. Un po’ perché è ancora presto. E un po’ perché ho paura che, stavolta, possa piacermi e quindi ricomincerei da capo. Ogni tanto ci penso. Si, ma chi me lo fa fare? A me fumare piace. È rilassante. È piacevole. È un modo semplice per far passare cinque minuti, o per lasciarsi andare dopo una faticaccia. Con cosa lo si potrebbe sostituire, dopotutto? Con una birra? Non credo che il fegato sarebbe d’accordo. Con una poesia? Ho già provato, e non ha funzionato. Con una ragazza? Nemmeno.
Se prendessi tutti i pensieri che ho in testa in questo momento, penso che almeno metà sarebbero sul fumo. Sulle sigarette. Sulla nicotina. Sulle lucky strike. Ah, una lucky strike. Una sola. E poi basta.

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10 aprile 2005
NICOTINA XIII

In questi giorni di tormenti e resistenza alla nicotina, sto adottando una tattica subdola: uscire poco in pub o posti dove la gente fuma, e magari invece guardare qualche film. A casa, al cinema, da solo o con amici. E quindi, mi posso permettere di descrivere brevemente quello che ho visto. Per i posteri.

The Eye 2. È la storia di una psicolabile che dopo un tentato suicidio iniziale per colpa dell'uomo di cui è l'amante inizia a vedere la gente morta e scopre che una di questi fantasmi è proprio la moglie dell'amante che si vorrebbe poi reincarnare nel bambino di cui lei scopre essere incinta a un terzo del film. Il tutto condito con monaci buddisti che esorcizzano cose.
Memorabile la scena in cui la protagonista, sempre più psicolabile e giunta al nono mese di gravidanza, per non far nascere il suo bambino decide di buttarsi giù dal terzo piano dell'ospedale (che ne avrà avuti almeno sei). Ovviamente non muore, e la vediamo rialzarsi immediatamente e trascinarsi sanguinante su per le scale, solo per poi ributtarsi nuovamente giù dal terzo piano. Ovviamente non muore neanche la seconda volta. E non perde nemmeno il bambino.
Mah, questi orientali, loro si che hanno gusto.

Facciamoci del male, dai...

Cannibal Holocaust. 4 ragazzi vanno in Amazzonia per fare un documentario sull'inciviltà delle popolazioni indigene. Spariscono nel nulla. Un antropologo, finanziato da non mi ricordo chi o cosa, va a cercarli qualche mese dopo scortato da una guida locale e, dopo aver conosciuto le popolazioni indigene, trova i resti dei 4 ragazzi. Trova anche la cinepresa con i filmati che avevano girato. L'antropologo torna a casa. I finanziatori dell'antropologo vorrebbero fare un documentario utilizzando il materiale contenuto nei filmati dei 4 ragazzi. L'antropologo guarda i filmati dei 4 ragazzi. L'antropologo non vomita, ma tutti i finanziatori si. Si scopre che i 4 ragazzi, per far passare le popolazioni indigene per incivili, erano i primi a commettere atti di inciviltà nei loro confronti. Stupri, omicidi, incendi, stragi, testuggini vivisezionate. C'è di tutto nel filmato dei 4 ragazzi. Il documentario, ovviamente, salta. La morale è: siamo più incivili noi civili o gli incivili?
Impressioni a freddo? L'intero film è impostato su quello che chiamo "effetto documentario". Le scene sono abbastanza crude e volutamente realistiche, e forse per questo colpiscono abbastanza. Non so se sia vero che hanno effettivamente ammazzato e torturato animali vivi nelle riprese di questo film. Le scene sono realistiche. Ma quello che più colpisce è l'ambientazione in Amazzonia, resa abbastanza bene. Forse non sarà un film che consiglio, e sicuramente NON lo consiglio ai deboli di stomaco, ma l'ho trovato particolare. Lo spunto da cui è partito Blair Witch Project, secondo me. Boh, fate voi. Sicuramente i film di Lucio Fulci sono più "impressionanti".
Ah, è vero: c'è Luca Barbareschi nel film. È uno dei 4 ragazzi. E tra i nomi noti, devo segnalare l'aiuto regista Lamberto Bava... il figlio di Mario Bava...

E finalmente cambiamo un po’ genere...

Lemony Snicket – una serie di sfortunati eventi. La storia di tre ragazzi che sono talmente sfortunati che se decidono di andare a giocare vicino ad una palude, quando tornano a casa scoprono che sono morti i genitori. Talmente sfortunati che se cucinano un piatto di puttanesca per lo zio maligno, scoprono che questi voleva un arrosto. Talmente sfortunati che se decidono di atraversare un lago in barca, vengono assaliti da sanguisughe assassine. Però, come tutti i bravi ragazzi che si rispettino nei racconti, sono intelligenti. Uno legge, l'altra inventa, la terza morde. E su tutto questo, il nome Baudelaire che non c'entra niente con lo scrittore francese, ma che ogni volta che viene nominato mi fa venire i brividi.
In sintesi: gradevole. Se siete degli estimatori di Jim Carrey, non fatevelo sfuggire. Se siete appassionati di Harry Potter, potreste storcere il naso... qui c'è molta più goticità. Inquietante, per certi versi. Divertente per altri. Sta a voi saper trovare gli uni e gli altri, ovviamente.

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9 aprile 2005
NICOTINA XII

Riccolo resoconto della serata di ieri.
Allora... mi vedo col ragazzo di mia sorella alle 20, e andiamo a fare aperitivo/cena al MenteLocale. Tranquillo. Nel desinare ci raggiunge anche mia sorella, e decidiamo che cosa fare della nostra serata. Milk. Cinema. Vicolanza. Optiamo per il Milk.
Ci alziamo per le 21, e ci spostiamo in un pub in piazza delle Erbe di cui non ricordo il nome, ma il cui gestore ci ha minacciati di farci vedere il suo tatuaggio di Sebastian Bach che porta sulle chiappe. Sorbole.
Alle 22 circa ci presentiamo davanti al Milk, ma è ancora chiuso. Incontro un amico e altra gente strana e, per non aspettare invano davanti all'uscio ci spostiamo verso La città vecchia, quel posto tutto dedicato a De Andrè che è proprio lì vicino. In questo frangente veniamo raggiunti da altri due amici, che si uniscono alle allegre bevute. È a questo punto che io abbandono il gruppo, e decido di portarmi avanti e precederli al Milk: si erano fatte le 23 circa oramai.
Entro, e per non lasciare il mio ombrello al guardaroba che mi avevano millantato essere obbligatorio, fingo una credibilissima storpìa alla gamba sinistra. In precedenza ero stato visto che avevo la gamba destra dolorante. Capita. Mi ero dimenticato con quale avevo iniziato. Vabbè. Dicevo: entro, e faccio la tessera ARCI. Mi viene consegnato il cd "Milk in my cup", una raccolta di gruppi/artisti genovesi che hanno suonato lì al Milk. Bell'idea, veramente. Così avrò anche l'occasione di ascoltare della sana musica genovese, e magari farmi piacere qualche gruppo misconosciuto che fa tanti concerti in giro durante l'anno ma che non ho mai avuto l'occasione di ascoltare. Comunque. Da questo punto in poi continuo a bere in allegria e scambio più di due chiacchiere col Mago Forest. Ci troviamo a parlare di origini musicali, milk, grind, e tante altre belle cose che la mia mente ha oramai rimosso per colpa del mal di testa. Inizia a suonare Denize, e io mi rendo conto che sto vagando per il locale con la mente che oscilla e il bagno che mi prende in giro emettendo strani suoni. Il genere suonato di questo artista non mi "prende" più di tanto, e il sonno misto al nettare ambrato che stava prendendo il sopravvento nel mio corpo mi convince a salutare tutti e dirigermi verso la vettura che avevo lasciato in Piazza Dante.
Percorro quindi i vicoli appoggiandomi al mio fidato ombrello, che oramai era diventato come un fratello e di cui sento già la mancanza, e riesco a raggiungere le quattro ruote che mi hanno poi condotto fino a casa. Conclusione? Bella serata. Il mio fegato ringrazia, ma per la prima volta ho visto qualcuno fumare e non mi è venuta la tentazione di accendermi una sigaretta. Sono infine giunto al punto critico?

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8 aprile 2005
NICOTINA XI

Una sigaretta aiuta a socializzare. Una sigaretta, quando te la accendi fuori da un locale, è un segno di riconoscimento. Quante volte sono uscito da un locale, ho tirato la prima boccata e, alzando lo sguardo, ho visto un’altra persona fare altrettanto? Ci siamo scambiati lo sguardo, senza proferire parola, con un sorriso che iniziava da un angolo della bocca. Senza dire niente, avevo una nuova persona con la quale avrei potuto scambiare due parole in simpatia, sapendo che qualcosa in comune già ce l’avevo. Una sigaretta, sul serio, aiuta a socializzare.
Bella cazzata.
Quante volte ho sentito discorsi del genere. Così come ho sentito dire che fumare ti aiuta a beccare ragazze, perché avere un accendino in tasca è sempre un ottimo espediente per attaccare discorso quando ti chiedono se, per caso, hai da accendere. Ma c’è un errore di fondo. Sarebbe come se, quando andiamo all’ospedale per fare delle analisi, fossimo felici di stare male perché in quel corridoio d’attesa avremo la possibilità di conoscere altre persone, gente come noi. Gente malata.
Perché cercare le proprie amicizie tra gente malata? Perché vantarsi di questa possibilità in più che la gente sana di corpo (e lasciatemelo aggiungere, anche di mente) non ha a disposizione? Perché pensare che fumare possa aiutare a socializzare? Anche avere un braccio rotto e farsi visitare da un medico, allora. Anche avere un parente morente e cercare un volto noto tra le mille lacrime che vengono versate in questo mondo. Anche andare ad un funerale.
Non diciamo cazzate. Piantiamola qui. Una sigaretta non aiuta a socializzare, così come non aiuta un cancro ai polmoni. A meno che non si sia tutti dei medici specializzandi in medicina, è chiaro. Ma non credo che questo discorso valga per la maggior parte della gente.

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7 aprile 2005
NICOTINA X - LOGO LOCO

Lasciami alla mia pigrizia. Lasciami alla mia stanza. Lascia che, stasera, me ne stia a casa a dormire. Ti prego, Vale, non chiedermi questo. E io che, al massimo, avrei voluto andare al cinema. È anche mercoledì sera, costa meno. Dai, ti prego...
...e va bene, ok, per questa volta andremo a tenere compagnia a Chiara al Logo Loco. Lei che è in giuria, e dovrà ascoltare quattro gruppi che si contendono la partecipazione al concerto del Primo Maggio. Fortunata, eh? Beh, almeno berrà gratis. Lei. E lascerò a te, almeno questo concedimelo, l’incarico di recensire i gruppi che sentiremo.

Toxic Picnic: tecnicamente molto bravi, non sono riuscita assolutamente a capire i testi ma se all’ascolto dei primi due pezzi credevo di trovarmi davanti al “solito gruppo indie rock”, mi sono dovuta ricredere dopo aver sentito gli ultimi brani: più lenti e sicuramente molto emozionanti!
La voce del cantante non è potente ma si adatta al genere ed è in perfetta sintonia con gli strumenti.


Bello il LogoLoco, però. Appena entro, un gestore si accende una sigaretta. Dentro il locale. Ma me lo fanno apposta, me lo fanno!

Starfish: non mi sono piaciute... come mi era stato chiesto sono andata a sentirle per capire se il fatto che non mi avessero trasmesso energia ed emozioni dipendesse dal mezzo attraverso cui avevo conosciuto la loro musica, ovvero sentendo il demo che avevano inviato a Genovatune.
Purtroppo non mi sono ricreduta... premettendo, questa volta, che non sono un’estimatrice del Riot, devo riconoscere che tecnicamente sono brave ma elementari, la cantante non dialoga con gli strumenti, ma l’originalità è sicuramente da premiare.


Vado in bagno, e volgo per sbaglio lo sguardo verso l’entrata. Fuori, una ventina di persone che fumano. Ci sono quasi più persone fuori che dentro. Beh, credo sia giunta l’ora di farmi un’altra birra…

I Janet Weiss Blue Band, che ci hanno proposto uno ska-reggae, erano sicuramente bravissimi a suonare ma sembravano, lasciatemelo dire, i Giuliano Palma & The Blue Beaters... buona la presenza scenica ed interessante vedere strumenti un po’ diversi sul palco come contrabbasso e trombette ska.

Accompagno Chiara a prendere il demo di un gruppo per GenovaTune. Però ditelo, adesso, che me lo state facendo apposta! “Lucky Strike”, si chiamano. Fanno cover di Vasco Rossi. Ma perché, tra tanti nomi, proprio “Lucky Strike”?

I Matheria hanno chiuso la serata in bellezza con una buona dose di nu-metal italo-inglese. La loro musica è una mistura tra elettronica stile Subsonica e nu-metal, per questo perdono un po’ nell’originalità ma la loro ottima presenza scenica (sanno muoversi sul palco!) e l’abilità del cantante compensano questa pecca...

Ok, non rimpiango di non essere andato al cinema. Avevi ragione tu. È stata una bella serata. Bella compagnia, bella musica, bel locale. Abbiamo anche letto con avidità una copia di CosaFaiStasera, la piccola rivista cartacea in cui compare anche un tuo articolo, Vale. A proposito, me lo fai un autografo?
E mercoledì prossimo ci concediamo una replica, vero? Dai, stavolta sono io ad insistere.

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6 aprile 2005
NICOTINA IX

“Io e te siamo una cosa sola. Non puoi opporti a me. Lo sai anche tu. Se non senti più quel tremore agli arti che sentivi nei primi tre giorni di astinenza, è solo perché ti ci stai assuefacendo. Ma se non te ne rendi più conto, questo non vuol dire che non ci sia. È lì con te. Ti tiene compagnia. Veglia su di te, anche quando ti distrai e pensi a qualche cosa d’altro.
Non vorresti fumarti una sigaretta, proprio adesso? Accendertela con calma, mettendo la mano davanti per non far spegnere la fiamma, e tirare la prima aspirata? Quella che ti ricordi per tutto il giorno? Quella che ti apre per bene i polmoni? Quella che vorresti fare adesso? So che lo vorresti. So che lo vuoi. E allora, perché ti opponi? Perché resisti?
Guardati la lingua allo specchio. È verde, come lo era ieri e lo sarà anche domani. E non è perché hai bevuto troppo. Non è perché hai bevuto troppo poco. È perché non hai voluto accenderti una sigaretta, e gustarti quei cinque minuti di pace che ti regala, e quel torpore al cervello che lentamente sale e inizia a far parte di te. Non vorresti avere una lingua rosa, come ce l’hanno tutte le persone normali? Sai cosa devi fare per non svegliarti più la mattina con quel gusto rancido in bocca, con quel sapore di topo morto muschiato andato a male. Sai cosa fare. Fallo. Fallo. Fallo.
Non aspettare di star troppo male per ricominciare a fumare. In fondo, che senso avrebbe? Che cosa avresti dimostrato? Che puoi smettere quando vuoi, solo perché sei stato una decina di giorni senza toccare nicotina? E credi che basti? No, non è vero, e lo sai bene anche tu. Non puoi smettere quando vuoi, per il semplice motivo che, in questo momento, proprio non vuoi. Non intortarti con scuse inutili e non nasconderti dietro motivazioni astratte. Tu vorresti fumare. Tu vuoi fumare. E allora, perché smettere? Perché? Su, forza. Vai dal primo tabacchino che incontri, e chiedi le tue Lucky Strike. Che bel nome. Colpo fortunato. Ce ne vorrebbe proprio una, adesso. No? Su, forza. Vai. Adesso. Ora.
Siamo fatti per stare insieme, io e te. Non cedere ai buoni proposito, che tanto non dureranno. Lo sai meglio di me. Lo sai...”
Fanculo.

Tacete
voci che uscite dal più profondo dell’anima
perché non è ancora giunto il vostro momento
e mai forse giungerà,
tacete
voci che pronunciate parole così tenebrose
al cui confronto un barile di pece nera
non è altro che una stella persa nel cosmo
in una notte senza luna,
tacete
voci che ricordate memorie dal gusto lascivo
non è a voi che affiderò il mio corpo
e non è a voi che porrò la mia fiducia
quando sarò nel buio della mia vita
senza nessuno intorno,
tacete
voci che negate la volontà di un uomo
o di un bambino persosi nella fragilità della vita
quando tutto sembrava perduto e nero
quando tutto si interrompeva in un battito
e niente restava di me e del mio cammino
per un futuro diverso e forse migliore,
tacete.

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5 aprile 2005
NICOTINA VIII

Ho la lingua verde. Verde come la bottiglia di Heineken che, alle tre e mezza del pomeriggio, mi tiene già compagnia in questo assolato pomeriggio primaverile. Ho perso una battaglia, e vinto una bottiglia. Speriamo che il mio fegato non si arrabbi troppo, per lo scambio a sue spese. I polmoni, invece, stanno continuando a maledirmi per aver tolto loro quella droga a cui si erano assuefatti ultimamente. Non che stiano male, adesso. Però si erano abituati così male, che una ventata d’aria fresca fa più paura di un horror di Wes Craven. Prima che si mettesse a fare brutti film, ovviamente.
Comunque. Avevo iniziato con il lamentarmi di una bottiglia già presente al mio fianco, a questa presta ora del giorno. Come andare avanti, di questo passo? Beh, è semplice. Basta fermarsi. Fermarsi, e mettersi a fare dell’altro che non sia scrivere le impressioni di come sia smettere di fumare, quali siano gli effetti, dopo solo una settimana di astinenza. Si, perché oggi sono ufficialmente scattati i primi sette giorni. Auguri.
Ah, a proposito. Non so se ve l’ho già detto, in qualche occasione precedente. Ho una voglia fottuta di fumarmi una sigaretta. Una sola. Poi smetto di nuovo. Lo giuro. Smetto. Solo una. Ancora... Una...

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4 aprile 2005
NICOTINA VII

Non smettete per scommessa. Non smettete per sfida. Non smettete per qualcun altro. Non smettete per un fioretto. Non smettete per risparmiare. Non smettete per apparenza. Non smettete per vantarvene. Non smettete per sfiducia. Non smettete per politica. Non smettete per amore.
Non servirebbe.
Smettete per voi stessi, e solo per voi. È la vostra unica possibilità. E forse l’ultima.

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3 aprile 2005
NICOTINA VI - DAMAGE DONE

Immaginate un ambiente buio ma non cupo. Oscuro ma non tetro. Chiuso ma non opprimente. Ci sono brandelli d’arte appesi alle pareti, celati nei vicoli del centro storico di Genova. Immaginate adesso di percorrere Vico della Maddalena.
La folla è sopraggiunta numerosa, richiamata dall’evento che si deve consumare al Madeleine Cafè, quel locale che mi era sempre stato descritto come “un buco” ma che mi è apparso molto più grande di infiniti altri ritrovi della gioventù genovese. La realtà non è mai fedele ai racconti tramandati. Ma comunque. Il 2 aprile 2005, proprio tra queste mura, si sono presentati al pubblico ligure i romani Damage Done, nel mezzo di un tour che li sta portando in giro per tutta l’Italia.
Immaginate di partire da Milano e di voler terminare la vostra corsa nel centro di Catania. Ne avete di chilometri da macinare. Di chitarre da accordare. Di palchi da solcare. Di pubblico da esaudire. Ma per il gruppo di Roma non è stato un problema convincere i presenti al Madeleine con le loro composizioni.
Il 2004 li ha visti pubblicare il singolo “Thorns”, tre pezzi, tra cui la cover “Home” dei Depeche Mode. Brani complessi ma di assimilazione immediata, e che come in molti hanno già scritto riportano alla mente sonorità care agli Evanescence e ai Lacuna Coil. Mi fermo subito nel fare paragoni, perché non sarebbe giusto sminuire le capacità dei Damage Done limitandoli ad una sequenza di nomi già noti. Hanno la loro personalità. Hanno la giusta grinta. Hanno la calda voce di Nathalie che esce prepotentemente fuori da un corpo minuto che non crederesti mai capace di possedere un tale vigore. Hanno un muro sonoro retrostante che riuscirebbe a fermare anche una gru Vernazza senza freni in discesa libera giù per via San Lorenzo. E tra pochi giorni, come se non bastasse, dovrebbe uscire il loro nuovo nonché primo disco “Framework”, che conterrà 11 brani più una cover non ancora resa nota. Cosa si potrebbe ancora chiedere di più? Niente. Una sigaretta da fumare in santa pace, nel buio della propria stanza mentale, forse. Ma questa è una divagazione personale e fuori luogo.
Le danze iniziano poco dopo le venti e trenta, quando già la notizia della morte del Papa si è sparsa per il locale. Mi avvicino fin sotto il palco per assistere al concerto, e noto come la maggioranza degli avventori sembri far parte del popolo dark di Genova. Sarà il locale. La musica sicuramente non mi sembra dark, anzi. È molto più immediata, più corposa, meno contemplativa se vogliamo, ma sempre emozionale. Un’ora piena di concerto, e colma di suoni. Note grintose e mai banali. Accordi suonati da un gruppo che ha saputo dimostrare di saper domare un palco. E alla fine della serata, riesco a scambiare due parole veloci con la cantante Nathalie ed il bassista Helio.
Faccio notare che suonano con delle basi registrate sotto... e provo a chiedere se, per caso, non siano alla ricerca di un tastierista. Mi risponde Helio, sorridendo sereno. “Hehe, no, non stiamo cercando un tastierista, per ora abbiamo un ragazzo che sta dietro alla parte elettronica, ma non vogliamo ancora presentarlo dal vivo.“ Misterioso. A questo punto arrivano gli amici, e cominciano i complimenti di rito. Chiedo cosa li abbia portati alla scelta di suonare nella nostra città, e mi risponde sincera Nathalie. “Cosa ci ha portati a Genova? Beh, era una tappa normale, di passaggio, dato che arriviamo da Milano e ci stiamo dirigendo verso Roma. Inoltre conosciamo i ragazzi di NewsOnStage, che hanno promosso la serata, e siamo quindi riusciti a suonare in questo locale.” Ottimo.
Saluto il gruppo e mi dirigo verso casa. Cammino attraverso quei vicoli di Genova che, anche questa volta, mi hanno saputo regalare l’atmosfera giusta per un dolce contorno musicale della serata. Sorrido. In tasca ho un gadget dei Damage Done che mi terrà compagnia, domani, dopodomani, e oltre. Un accendino con tanto di apribottiglie incorporato. Splendido. Peccato solo che abbia deciso di smettere di fumare pochi giorni fa. Beh, vorrà dire che lo utilizzerò per aprirmi una Heineken gelata, non appena mi capiterà per le mani. La lotta alla nicotina continua, quella all’alcool no, si è fermata il 2 aprile 2005. Ho perso e ho ceduto alle tentazioni di qualche birra. Pazienza. Inutile piangere sul latte scremato. Ormai, il danno è fatto.

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2 aprile 2005
NICOTINA V

Scena.
Cinque persone sedute ad un tavolino esterno di un locale, nel centro dei vicoli di Genova.
Cameriere: “cosa vi porto?”
Mirko: “per noi due medie chiare”.
Erica: “per noi due medie rosse”.
Io: “e un the alla pesca”.
Crack. L’insegna luminosa del locale si spegne, per non riaccendersi più.

Il verde è un bel colore.
Riporta alla mente lo sbocciare della vita, quando finalmente ritorna la primavera. I giardini si ricoprono di tutte quelle piccole foglioline verdi, che ricordano la vita che continua, anno dopo anno, tragedia dopo tragedia.
Il verde è il colore della speranza. Non so chi l’abbia mai stabilito, ma è bello crederlo. È un colore pieno, rotondo e, forse proprio per questo, qualcuno un giorno ha deciso di paragonarlo alla speranza. Di che cosa, poi, non si sa.
Il verde è il colore della città di smeraldo. È il colore dell’Irlanda, dei trifogli, dei pastelli color verde, dei piselli. Il verde è un bel colore.
Peccato che, in questo momento, sia anche il colore della mia lingua.

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1 aprile 2005
NICOTINA IV

Sapevo. Temevo. Speravo di no. E invece, eccomi esattamente qui.
Le colonne del Carlo Felice hanno un non so che di maestoso, di grandioso, di esaltante, un qualcosa che innalza la coscienza e lo spirito anche soltanto a starvi seduto sotto. Come un piccione, in attesa.
Sapevo che aspettare senza avere il vantaggio di una sigaretta sarebbe stato difficile. Temevo che non poter andare a prendere un aperitivo a base di birra mi sarebbe costato caro. Speravo di no. E invece, eccomi esattamente qui, seduto sui gradini del Carlo Felice, sotto le sue imponenti colonne, a scrivere quattro misere parole al vento con la speranza che mi facciano sparire quei tremiti di astinenza che da due giorni mi porto dietro.
Ogni tanto mi prende la voglia di abbandonarmi all’incoerenza e mollare tutto. Mi dico che stavo bene. Mi convinco che starei meglio. Ma, per fortuna, continuo a non cedere.
Oggi ho confessato per la prima volta a qualcuno di questo mio tentativo, con voce quasi timorosa, col dubbio che tutta la mia sicurezza possa svanire se soltanto resa manifesta. Mi hanno riso in faccia. Lo capisco, in fondo. Non è la prima volta che provo a smettere di fumare. Non so se sarà così, ma in questo momento mi piace pensare che sarà l’ultima.
Sono le venti e quindici. Piazza De Ferrari, con la sera che avanza, ha veramente qualcosa di magico. Sembra quasi che sussurri parole dimenticate ai propri passanti, e li guidi sicuri vicino a quelle volte d’acqua che vi sbocciano al centro. Voci soffuse sfumano via con un carrello della spesa al termine di una lunga giornata d’astinenza, e io sono ancora qui, in compagnia del marmo bianco e fermo delle mie amiche colonne. Sono felice, anche se non ne conosco il motivo. O è la solità serenità cammuffata da gioia che mi prende in giro, in questo primo d’aprile scarno di scherni?
Non me lo chiedo, e volgo il mio orizzonte lontano, alle piante, ai bambini, ad un vecchio che fuma, ad una ragazza che ride. Volgo il mio orizzonte lontano da me, e mi sembra di essermi avvicinato. Volgo il mio orizzonte ancora più lontano, e mi assopisco la mente nel pensiero di una serata non ancora cominciata.
Se volete unirvi a me, sapete dove trovarmi. Sono ancora seduto sotto il Carlo Felice. Ma non so quanto vi resterò.

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