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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Marzo 2010

31 marzo 2010
POLITICA

1506

Mettiamo i puntini sulle o.

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30 marzo 2010
MR QUAGGOTT @ NEW BULLDOG PUB

Pausa.

Tutti hanno bisogno, a volte, di un attimo di riflessione. Può essere un breve istante per prendere fiato dopo una lunga corsa, o un momento per rimettere a fuoco le priorità in una relazione sentimentale. C'è chi ha una paura tremenda delle pause, e chi invece non ne può proprio fare a meno, per indole o per necessità. Una pausa può essere vista come un lasso di tempo positivo, o anche negativo: tutto sta nell'obiettivo che si sta cercando di raggiungere. In musica, una pausa è un momento di silenzio che si contrappone alle note che fuoriescono da uno spartito; o anche lo spazio, durante un concerto live, tra una canzone e l'altra, il tempo necessario ai musicisti per prepararsi alla canzone successiva. I Mr Quaggott hanno un concetto molto personale della parola pausa.

Immaginate un concerto composto da più di 60 canzoni, condensate in meno di 2 ore di musica. Immaginate un gruppo che sale sul palco e, immediatamente, le note della sigla dell'A-Team prendono il posto del brusio che fino a poco prima regnava in sala: un'introduzione che non lascia nemmeno il tempo di prendere fiato che subito si tramuta nella melodia di 90210, e immediatamente dopo in All night long. Non stiamo parlando di un gruppo che propone delle semplici cover, ma di cinque ragazzi che hanno fatto proprio un repertorio sterminato, e affrontano la sfida di eseguire canzoni di Gianni Togni alternate a inni di Ozzy Osbourne, passando per Vasco Rossi, sfiorando Il ballo del mattone di Rita Pavone per poi finire su Mistero di Enrico Ruggeri. Tutte le esecuzioni sono dirette, amalgamate le une sopra le altre e adrenaliniche anche quando Let it be viene eseguita con tipiche sonorità giamaicane. Cinque ragazzi che hanno una palese voglia di divertirsi e che riescono a far ballare l'intero New Bulldog Pub, riunitosi per ascoltare quelle canzoni come mai le aveva sentite prima, legate l'una all'altra senza soluzione di discontinuità.

Una matrice rock alla base di tutto, e poi assoli di chitarra che cedono il posto a ritornelli di tastiera immediatamente riconoscibili nella memoria collettiva, al punto da proporre anche un improbabile ma affascinante cocktail tra Fiky fiky di Gianni Drudi e Jump dei Van Halen, alternando strofa e ritornello, il tutto sempre senza alcun imbarazzo o incertezza. Una matrice rock supportata da un cantante che passa con leggerezza e pieno possesso del palco dai Queen a Ligabue, dai Police a Battiato, una matrice rock abbracciata da musicisti che riescono nell'impresa di rendere tutti i passaggi tra una canzone e l'altra completamente indolori, quasi come se non fossero nati per fare altro. Potrei stare ancora qui a elencare altri brani della scaletta che i Mr Quaggott hanno proposto in quel caldo venerdì di primavera, ma penso non avrebbe senso: mi basta ricordare ancora l'intermezzo di Para no verte mas in cui anche una tromba si è unita agli strumenti, e pensare un'ultima volta al bis richiesto a gran voce ed eseguito puntualmente.

A questo punto, se vi state chiedendo "si vabbè, ma sono pur sempre un gruppo cover, dove sta la novità?" non posso che aggiungere questo: ci sono esecuzioni che, pur non avvicinandosi alla genialità creativa del brano originale, riescono in qualche modo a trasmettere la gioia del musicista per la musica e il proprio strumento, grazie all'interpretazione e a tutto lo studio che si nasconde dietro 2 ore scarse di musica in diretta. Non tutti i gruppi che propongono cover meritano di essere ricordati, se non innestano in quello che stanno suonando un briciolo di personalità e di passione: i Mr Quaggott hanno dimostrato di essere muniti di tutte le carte in regola per non sfigurare di fronte a tanti gruppi che invece propongono musica propria, e di questo non si può che rendere loro atto.

Pausa.

C'è chi ne ha paura, e chi non ne può fare a meno. C'è chi le evita e chi le prolunga. E poi, infine, c'è chi non le conosce affatto. Pensate di essere pronti ad un concerto senza pause?

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30 marzo 2010
COPIA E INCOLLA

1505

Prima che qualcuno lo insinui: NO, non sono in delirio di onnipotenza.

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29 marzo 2010
PRIORITÀ

1504

L'importante è avere obiettivi.

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28 marzo 2010
TESTA O CROCE

1503

E ora dritti, fino alla fine.

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16 marzo 2010
VADEMECUM

Avete spaccato.

Musicisti più o meno esordienti che scendete dal palco, diffidate di coloro che vi rivolgono queste parole, al vostro interrogarli su come sia stata la vostra esibizione. Sono due parole che potrebbero lasciare ad intendere un complemento oggetto per niente edificante. Si, proprio quello. Il cazzo. E diffidate quindi di chi ve le rivolge, perchè a dare pacche sulle spalle quando si scende da un palco sono capaci tutti, fosse anche solo per amicarsi qualcuno che fino a poco prima era sopra le loro teste. Per sentirsi importanti. Per essere amici di chi dominava la scena. Ma è altrettanto vero che salire su di un palco non è affatto un traguardo, ma soltanto un gradino in quella infinita scalinata che porta al paradiso, e che quindi niente regala se non sofferenza e tormenti continui. Siete in grado di sopportare tutto questo? Ne avete le palle?
Cosa vi aspettate che vi si risponda, quando i vostri piedi abbandonano le luci della ribalta? Applausi, complimenti, strette di mano, affettuosità varie? Mi spiace dirvelo, ma i salamelecchi sono finiti [in gran parte, in quel mondo virtuale che risponde al nome di MySpace] e Gargamella ha fatto le valigie. Nel tetro reame reale che vi circonda, tutti quegli applausi, quella pletora di complimenti, quel susseguirsi di strette di mano, non sono altro che un tentativo di ingraziarsi la figura miticizzata del musicista, che riesce così a riempire ancora e ancora [e ancora] il suo ego già colmo fino a scoppiare. Ma non servono a niente. A nulla. Sarebbe molto più onesto, ad un cantante che osa interrogare il pubblico [perchè, poi?] su come sia stata la sua prestazione, rispondere con sincerità: hai una voce che non si adatta alla musica che fate; non capisco perchè tu continui ad imitare Piero Pelù; stasera non hai cantato, hai belato; hai un inglese che mette i brividi, o lo impari, o cambiate cantante, o cantate in italiano. Stesso discorso per chitarristi e bassisti, si intende: non ti sei nemmeno accorto che non eri accordato; una trave in legno avrebbe avuto più presenza scenica di te; non sei nella tua sala prove. E potrei andare avanti per ore, con batteristi e tastieristi.
Alice Cooper docet: you want it, you got it.

Bastano centoventi secondi per uccidere un musicista. Centoventi secondi di pura, nuda e cruda verità.
I primi sessanta servono per soffocarlo nella biada delle sue inutili bugie, affinchè smetta di crogiolarsi in quelle futili convinzioni che si è costruito attorno e con cui ha cercato di plasmare il mondo circostante. Sessanta secondi sono più che sufficienti, affinchè smetta di guardarsi nello specchio delle sue brame, oppure non saranno mai abbastanza. I secondi sessanta sono per lasciarlo da solo, abbandonato ai fantasmi che continueranno a bussargli alla porta anche quando crederà di aver raggiunto l’irragiungibile, quella ricchezza interiore che invece riduce sul lastrico ogni malato di se e di ma. Un minuto di solitaria agonia, un misero minuto di randagia rabbia che poco per volta lo scuoterà da dentro, fino a farlo dubitare di tutto, perfino del soffitto che incombe sulla sua sporca coscienza. Non esiste riparo dalle stelle già morte, non esiste rifugio dalle comete che, prima o poi, ritornano sempre. E quando tornano, troveranno soltanto una fossa di centoventi cadaveri al loro passaggio. Centoventi cadaveri trafitti da lame di ghiaccio, lame disciolte nel tempo su cui non si poserà mai più nemmeno un occhio scagliato da Odino nel vacuo divenire.
Centoventi secondi: tanto basta per uccidere un musicista.
Oppure, una parola di troppo, scelta e mirata, al momento giusto. La verità fa male, ma aiuta a crescere: e quello che non uccide, è risaputo, rende più forti. Quindi, musicisti, sappiate quello che state chiedendo, prima di farlo. E ricordate che la risposta sarà sulla vostra musica, sulla vostra arte, sulla vostra performance, e non sulla vostra persona. Poco importa se la persona che vi è di fronte sia un vostro amico d'infanzia o un compagno di bevute occasionali. Le parole che usciranno dalla sua bocca saranno un commento su quello che ha visto, su quello che avrebbe voluto vedere, su quello che ha percepito, su come potreste migliorare, su cosa avete significato per lui quando vi osservava come pubblico, giudice e giuria.

Avete spaccato il cazzo?

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1 marzo 2010
ANTONIO CLEMENTE, KAREN CIACCIA, MATTEO CONTA, MAURO CIPRI, ZAZZA @ LA CLAQUE

Cos'è la canzone d'autore oggi?
Se provate a fermare un genovese a caso per strada e a chiedergli il nome di un cantautore, dieci a uno che vi risponderebbe con un nome di cui i genovesi hanno imparato ad esser fieri: Fabrizio De Andrè. Un nome famoso. Un nome con cui riempirsi la bocca. Un nome che se fino a qualche decennio fa era guardato con sospetto, ora viene affiancato a qualifiche altisonanti quali poeta e intellettuale. In tutto questo clima di amore, prati verdi e cagnolini, non posso non ricordare i racconti di mio padre, i ricordi di un periodo in cui i ragazzi che andavano ai concerti di De Andrè venivano schedati come potenzialmente pericolosi. Possibili anarchici. Delinquenti? Tempi passati, oramai. Certo, c'è chi non stravede per questo cantautore genovese e lo considera un alcolizzato ed un puttaniere, ma poco importa alla fine: quello che importa è che la figura di Fabrizio De Andrè ha soffocato talmente l'immaginario collettivo, che sembra quasi che da Genova non possa venir fuori nient'altro se non sia somigliante a lui.
Come spesso succede, invece, la realtà è ben differente.

Sabato 27 febbraio 2010, nella sala de La Claque di vico San Bernardo, si sono esibiti cinque cantautori genovesi. Gente giovane, diciamolo subito. Non diciottenni, sia chiaro, ma nemmeno gente alla Gino Paoli tanto per capirci. Sabato, nel centro di quei vicoli di Genova che tanto furono cari a Fabrizio De Andrè, chi avesse avuto l'occasione di sedersi sotto quello splendido palco avrebbe avuto l'onore di ascoltare la voce melodica di Antonio Clemente, con le sue personali canzoni dai ritornelli immediati e prontamente assimilabili. Antonio non era solo sul palco, ma si faceva accompagnare da un bassista, una violinista e un batterista, rendendo così ancora più più densa l'aria con le sue canzoni.
In effetti, il primo Fabrizio De andrè ci aveva abituati ad una voce accompagnata semplicemente da una chitarra, e così nella nostra testa si è formato lo stereotipo del cantautore che presenta le proprie canzoni in solitaria, col cuore affranto magari, mentre decanta tutto il suo male di vivere e la sua disperazione interna. Dispiace dirlo, ma non deve per forza essere sempre così. Il secondo a salire sul palco è quindi Gennaro Esposito, in arte Zazza, che immediatamente inizia a scherzare con il pubblico e dimostra una spigliatezza ben lontana da atteggiamenti schivi e tanto tipici dei genovesi. Anche lui è accompagnato da una schiera di strumenti a riempire la cornice, tra cui ricordo un basso, una chitarra, una batteria, una tastiera e un paio di percussioni. Sono canzoni semplici, dedicate alle piccole cose, e i suoni dalle vaghe punte swing si adagiano piacevolmente in quel susseguirsi di accompagnamenti pieni e ritmati.
E' quindi la volta di Karen Ciaccia, unica voce femminile della serata, a sua volta seguita nella sua performance da chitarra acustica, basso, percussioni, armonica, e anche due coriste. La voce di Karen è calda e soffusa, con punte di lirismo quasi inaspettate in canzoni dedicate a periodi bui, bambini vicini, sentimenti di dolore e gioia. I cinque brani eseguiti svaniscono troppo presto, ed è giunto il turno di Mauro Cipri, unico cantautore solista, che si accompagna unicamente con una chitarra e un'armonica a bocca [che nel nostro immaginario non possiamo non associare a Bennato]. Non sono però vuote le sue canzoni, visto che Mauro si aiuta con loop e campionamenti in tempo reale che quindi riempiono ogni spazio vuoto creando un'esposizione musicale profonda e sofferta. Mauro è anche l'unico cantautore della serata a presentare un brano strumentale, "sud est", dimostrando un coraggio compositivo non indifferente.
La serata è quasi giunta al termine quando sale sul palco Matteo Conta, affiancato da un chitarrista ed un bassista. Nato il 29 febbraio [che è anche il titolo della prima canzone], l'esecuzione di Matteo è forse l'unico punto un po' debole dell'intero concerto visto che interrompe l'ultimo suo brano per poi ricominciarlo da capo [insicurezza? voglia di perfezionismo? chissà]. Ma poco importa.

Poco importa se il festival di Sanremo ci ha oramai abituati al tenore di certe canzoni. Poco importa se su Genova grava l'ombra di un passato oramai morto che forse mai più ritornerà. I cantautori esistono ancora, e Genova ne possiede splendidi esemplari: il centinaio di persone presenti il 27 febbraio alla Claque erano lì per dimostrare che l'interesse per le novità esiste ancora, e sopravviverà con loro. E' sufficiente saper aspettare?

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