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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Febbraio 2008

29 febbraio 2008
LUPI

1270

Dialogo realmente accaduto, ma NON con Moscow...

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26 febbraio 2008
NOME

E' inutile resistermi.
Non puoi farcela, non ne hai la forza. Tutto quello che pensi di poter fare, alla fine non farà altro che portarti a me. Puoi rallentare quella che sarà la tua caduta, rendendola ancora più dolorosa ed umiliante nel momento in cui accadrà, ma non puoi evitarla. Non è tra le tue opzioni, tra le tue scelte. Pensavi di esserti liberato di me, quel giorno in cui mi hai voltato le spalle e hai iniziato a camminare da solo, ma come vedi non mi hai mai dimenticato, così come io non ho dimenticato te. Pensavi che avrei rivolto le mie attenzioni a qualcun altro, ma ti sbagliavi. Ti sbagliavi. Io sono sempre qui, per te.
Adesso non cercare di nasconderti. Sembri soltanto ancora più meschino. L'unica cosa che devi fare è accettare la realtà, e affrontare il tuo destino a testa alta. Affronta il tuo fato con la consapevolezza di sapere quello a cui vai incontro, e non come se stesse accadendo per caso, come se non fosse una tua scelta. Sei tu che hai deciso cosa sarebbe accaduto, quel giorno. Hai provato a rinnegare le realtà dei fatti, ma invano. Quindi ora puoi anche smetterla di nasconderti in quella scatola di vetro che sono le tue illusioni. Puoi smetterla di dipingere quelle 4 pareti trasparenti di cui ti sei circondato, con la sola speranza che io non riesca a vedere dentro, che io non riesca a vedere te. Non mi serve osservarti per sapere che ci sei, non ho bisogno di guardarti negli occhi per sapere che stai provando paura. Paura di te, di quello che vuoi, di quello che sai di volere.
E' inutile resistermi.
Puoi raccontare a chi vuoi di aver voluto dire basta per te e per nessun altro, e potrebbero anche crederti. Ma la verità, la nuda e creuda verità, è che sarà nuovamente per te che tornerai indietro. E' per te che hai smesso di farti del male, ma sarà sempre per te che alla fine ci avvolgeremo ancora insieme, l'uno nell'altro, per sempre. Io sono parte di te, quella piccola parte che non ha mai smesso di battere nel tuo fragile ventricolo aorta cuore fegato midollo sangue. Smettila di pensare razionalmente, sai benissimo che non servirà a niente.
Adesso confessa, coraggio. Prova a dire a voce alta che hai passato dei bei momenti, senza di me. Prova a raccontare a qualcuno, senza abbassare lo sguardo, che la tua vita è stata piena da quando hai rinunziato a me. Provaci, dannazione, provaci. Non riesci ad ingannare nemmeno te stesso, figuriamoci qualcuno che ti stia guardando negli occhi, nel più profondo di te stesso, nella tua anima. Tu non sei niente senza di me, e hai osato lo stesso cercare di allontanarmi, convincendoti di stare meglio, convincendoti di essere più forte, convincendomi che non esisto. Ma io ci sono, io esisto, eccome. E sono parte integrante di te, di tutto quello che dici mangi respiri bevi bestemmi tocchi senti ricordi.
E' inutile resistermi.
Adesso è il tuo turno. Sta a te la scelta. Cosa devi fare? Praticamente niente. Devi solo darmi un nome. Accettare quello che ti ho detto finora, e dare un nome alle tue più profonde paure.

Io posso essere la Nicotina. Io posso essere quel tiro di sigaretta che ti manca ogni volta che vedi qualcuno fumare, ogni volta che ti viene chiesto un accendino, ogni volta che intravedi del fumo salire verso l'alto. Io posso essere quel piacere a cui hai rinunciato quasi tre anni fa, per sfida verso te stesso. Accettami. Accendimi. Basta una volta. Una sola. Accendimi.

Io posso essere l'Amore. Io posso essere quel piccolo ed insignificante sentimento che continui a rifiutare per paura di star male, per paura di soffrire, per paura di piangere. Per paura di vivere. Io posso essere quel piccolo ed insignificante germoglio che prima o poi sboccerà comunque in quel terreno arido che tu sei convinto sia il tuo cuore, per cui smettila di renderti arido. Smettila di allontanarti da te stesso. Smettila di pensare di essere forte, perchè non lo sei affatto. Guardami.

Io posso essere la Morte. Sei riuscito in passato a rinunciare al mio caldo abbraccio, in più di una fortunata occasione. Ma prima o poi ci incontreremo di nuovo, e questo penso sia inutile ripetertelo. Lo sai benissimo, tutti lo sanno. La domanda è: saprai accettarmi, quando arriverò? Potrai guardarmi a testa alta, senza provare rimpianti per la tua vita oramai finita? Rispondimi.

Io posso essere la Musica. Posso avvolgerti ancora in un caldo abbraccio di melodie e sinfonie che provengano dalla tua anima, dalle tue mani, da te. Posso accompagnarti lungo il cammino e liberarti da tanti pesi che continui a portarti dietro e dentro, da quel giorno in cui hai rinunciato ad esprimermi. Lasciami uscire ancora. Lasciami trovare una via di fuga, ed insieme danzeremo sul mondo. Liberami.

Io posso essere il Ricordo. Posso essere l'insieme di tutto quello che hai fatto, e che quindi ti ha reso quello che sei. Posso essere tutte le azioni di cui ti vergogni e che non rifaresti, ma che non hanno fatto altro che portarti adesso, oggi, a vivere e vedere il mondo con i tuoi occhi, si proprio quelli. Posso essere tutte quelle esperienze e quelle sensazioni che neanche rammenti, che nemmeno ricordi. Posso essere il tuo passato. Accettami.

Io posso essere la Vita. Posso essere quella mano che ti ha forgiato, maledetto golem d'argilla che continua a camminare per le strade di tutti i giorni. Posso essere quella mano che ha inciso la tua fronte donandoti il soffio dell'esistenza, la possibilità della conoscenza. Smettila di camminare passivamente, e inizia a muovere i tuoi primi passi da uomo libero, golem d'argilla. Sono io che te lo ordino, sono io che te lo chiedo. Credimi.

E' inutile resistermi.
Scegli. In fondo, ti sto chiedendo ben poco. Un nome, una possibilità. Siamo solo io e te. Abbracciami.

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23 febbraio 2008
OSCAR WILDE

1269

Profondità di spirito: 2mm.

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19 febbraio 2008
ALBERO

Siete di fronte ad un albero. Lo ammirate in tutta la sua imponenza, in tutto il suo splendore, in tutta la sua maestosità. E' davanti a voi, e si erge sicuro e possente dall'alto della sua vita in quel posto, saldamente piantato al terreno. E' davanti a voi, e vi guarda quasi con occhio di sfida, come a voler provocare in voi una reazione, una qualsiasi reazione. E' davanti a voi, ma nella sua immobilità vi sembra che si muova più di quanto non stiate facendo voi stessi. Vi sembra che vi stia prendendo in giro. E allora, fatelo.
Staccate una foglia per ogni pensiero che non avete osato portare a termine. Prendete quella foglia, carica di tutte le vostre insicurezze, e mettetevela in tasca, come a ricordare a voi stessi che tutte le decisioni che non prendete sono più pesanti ed indisponenti di tutte quelle che siete stati in grado di realizzare. Prendete quella foglia e fissatela nella vostra mente, analizzatene millimetricamente la forma e le venature, il colore e le ombre su di essa. Prendete quella foglia e adottatela come se fosse un figlio illegittimo e rinnegato dai propri genitori. Potrebbe essere la prima foglia, così come potrebbe essere l'ultima.
Staccate una foglia per ogni sorriso che avete regalato gratuitamente. Prendete quella foglia e avvicinatela al cuore, perchè l'elenco di tutti quei sorrisi è probabilmente un motivo di gioia per la persona che l'ha ricevuto, ed a voi non è costato nulla farlo. Non è costato nulla darlo. Prendete quella foglia, e datele un nome. Datele il nome che ha avuto il vostro primo amico, e la vostra prima delusione. Prendete quella foglia, e sorridete anche a lei come se fosse una persona viva perchè, e non importa se ci crediate o meno, anche per sorridere serve allenamento. Un lungo, faticoso, e costante allenamento.
Staccate una foglia per ogni persona a cui avete mancato di rispetto. Prendete quella foglia e datele fuoco, nonostante il vento continui a soffiare. Datele fuoco, come a dimostrare che il rispetto può disintegrarsi da un momento all'altro, ma voi adesso ne possedete la forza, la volontà, la fiamma. Prendete la cenere di quella foglia e fatene un mucchio su di un foglio di carta, poi piegatelo e riponetelo in una busta chiusa. Prendete la cenere di quella foglia e speditela alle persone a cui avete mancato di rispetto, perchè magari non se ne sono accorte, o magari stanno soffrendo per esso. Quello che riceveranno sarà solamente la cenere di tutto quello che avreste dovuto offrire loro, ma oramai è troppo tardi. Il rispetto, una volta perduto, non si può ricostruire. E mancare di rispetto è come incendiare una foglia, è come rinunciare alla stima di noi stessi.
Staccate una foglia per ogni amico che avete. Prendete quella foglia e guardatela, con la stessa intensità che possedete nel guardare gli occhi dei vostri amici. La foglia guarderà voi, e solo allora verrete a conoscenza di cosa unisca voi e quel vostro amico. Solo allora comprenderete il valore dello sguardo di una foglia, e l'intensità dell'abbraccio di una persona che vi vuole bene, e che vi rispetta per quello che siete.
Staccate una foglia per ogni volta che avete mentito. A voi stessi o a qualcun altro. Prendete quella foglia e mangiatela, assaporandone l'amaro gusto della verità, l'acre gusto della vita, l'insipido gusto della menzogna. Prendete quella foglia e ingoiatela, come si fa con certe medicine che sono tanto cattive quanto efficaci. E voi volete guarire, assolutamente, da quel male che non siete altro che voi stessi.
Staccate una foglia per ogni volta che vi siete ubriacati, staccate una foglia per ogni volta che vi siete innamorati. Staccate una foglia per ogni desiderio che non siete riusciti a realizzare, staccate una foglia per ogni desiderio realizzato. Staccate una foglia per tutte le volte che avete ammirato il tramonto, staccate una foglia per ogni giorno in cui vi siete addormentati piangendo. Staccate una foglia per ogni volta che avete imprecato. Staccate una foglia per tutti i regali che avete ricevuto. Staccate una foglia per ogni maschera abbiate mai indossato. Staccate una foglia per la vita. Ed infine, staccate un'ultima foglia per voi.
Quello che avrete davanti adesso non sarà che un albero spoglio, privato di tutte le sue certezze, di tutta la sua linfa vitale. Avrete davanti un albero nudo, che non può più nascondersi di fronte a niente, e non vi sembrerà più così imponente. Non vi guarderà con occhio di sfida. Non più. Perchè solo allora capirete che, in realtà, quell'albero imponente non eravate nient'altro che voi stessi.
Vi siete strappati di dosso tutte le certezze e le menzogne che vi siete cuciti addosso in una vita di illusioni, e quello che resta, nudo e crudo come il tronco di un albero spoglio nel bel mezzo di un freddo inverno, quello che resta non siete altro che voi. Voi siete un albero spoglio che non può più nascondersi dietro alle proprie foglie, adesso. Voi siete un albero spoglio che non può più mentire sul suo vero aspetto, non può più fingere di muoversi mentre invece è piantato nel medesimo punto da giorni, mesi, anni, e forse più. Voi siete un albero spoglio, che ha deciso finalmente di farsi guardare per quello che è, senza nascondersi, senza vergognarsi.
Riuscite a provare rispetto per voi stessi? Dovrete farlo. Così come dovrete riuscire ad imparare a riconoscere chi non mostra rispetto per voi, chi non vi considera degni, chi non vi sopporta, chi non vi merita. Senza superficialità, senza istinti di superiorità, senza inganni. Imparerete ad accettare voi stessi e pretenderete che anche gli altri vi accettino per quello che siete, e non per quello che vorrebbero che siate. Sarete anche dei piccoli e spogli alberi, ma la vostra imponenza è ancora lì, ben piantata per terra, che non aspetta altro che l'avvento della prossima primavera per tornare a fiorire e riprendere possesso di tutte quelle foglie che qualcuno ha provato, ed osato, strapparvi di dosso. Strappatevele voi, e conoscerete meglio la vostra essenza. Permettete che sia qualcun altro a farlo, e vi perderete.
Voi siete l'albero più imponente su cui si possa poggiare lo sguardo, in questa valle. Fiorite. L'autunno, in fondo, è ancora ben lontano.

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17 febbraio 2008
TERRAZZO

Abbasso la testa ed il mio sguardo si perde nella strada sottostante. Sotto i miei piedi, sei piani mi separano da quel parco che fiorisce al centro di piazza Palermo. Sotto i miei piedi, assisto a un istante giornaliero di anime vaganti.
C'è un ragazzo che si appoggia ad un albero. Sembra confuso, mezzo agitato, chissà. In ansia per qualcosa, in attesa di qualcuno. Lo vedo camminare avanti ed indietro proprio come se stesse aspettando qualcosa che non sembra arrivare. Si ferma, poi fa due passi, si ferma ancora. Si appoggia all'albero, nuovamente, accarezzandolo con la mano sinistra come se volesse graffiarlo con la sua gentilezza. Guarda verso l'alto, ma non mi vede. Il suo sguardo si perde tra i rami dell'albero, e la luce che filtra tra essi. All'improvviso, ha uno scatto. Infila rapidamente la mano in tasca, e ne estrae un cellulare. Scappa via. Forse ha trovato quello che stava cercando, forse ha avuto la sua risposta.
Poco più in là che una madre con un passeggino. Lo muove avanti ed indietro, ritmicamente, probabilmente cantando qualcosa. Cioè, sono io che immagino che canti qualcosa, perchè la distanza d'aria mi impedisce di arrivare con l'orecchio fin laggiù. Il suo movimento ritmico è lento e ripetitivo, cadenzato, tranquillo. Ogni tanto si ferma per qualche secondo, poi ricomincia con quel movimento. Con quel dondolare. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Con l'occhio sempre tranquillo, e con quello che mi sembra una sorta di sorriso agli angoli della bocca, un sorriso di quelli appena abbozzati, quasi nascosti. Ma presente.
Davanti a lei sono appena passati due uomini in giacca e cravatta, abbigliamento insolito per essere una domenica pomeriggio. Passo veloce, testa rivolta l'uno verso l'altro mentre parlavano animatamente di qualcosa che ovviamente ignoro. Ma erano agitati, si capiva chiaramente da come gesticolavano, da come enfatizzavano ogni parola con un movimento scattante della mano, o dell'intero braccio. Hanno attraversato la mia fascia visiva in pochi secondi, lasciando dietro di loro una scia di agitazione e movimento. La madre ha accelerato leggermente i suoi movimenti ritmici, e loro non la hanno nemmeno degnata di uno sguardo. Come se non ci fosse. Come se non esistesse. Come se l'unica cosa importante fosse il loro parlare, il loro cravattare.
Vengo distratto per un attimo da un gabbiano, che taglia l'aria proprio davanti ai miei occhi. Ha le ali allargate, e sta planando verso il cornicione del palazzo di fronte. E' bianco, completamente bianco, e compie una sorta di movimenti a spirale nel suo avvicinarsi alla meta. Come se esitasse. Forse anche lui è indeciso su dove vuole andare, alla fine. Non faccio in tempo a formulare questo pensiero, a fissarlo su carta, che improvvisamente il gabbiamo si rialza in volo, e si allontana. Definitivamente. Verso la luce del sole, dove non riesco a guardare perchè mi lacrimano gli occhi.
Seduti su di un'altra panchina, poco più in là, c'è una coppia di vecchietti, di cui uno sta leggendo il giornale. Sono vicini tra loro, quel grado di vicinanza che comporta una sicura conoscenza, eppure è come se si stessero ignorando del tutto. Come se si fossero già detti tutto quello che potevano raccontarsi, e ora ciascuno è perso nelle cantine dei propri pensieri. Quello a destra, più basso e con la giacca marrone, legge un giornale. L'altro, più alto e scuro in volto, sta guardando il vuoto. O forse sta fissando qualcosa che non riesco a vedere, da questo terrazzo. Chissà.
Mi sento rilassato. Ho il cervello e la mente leggeri, riposati, in pace. Lascio che i miei occhi si poggino su questo o su quel dettaglio, cercando di immaginare ogni volta che cosa stia pensando l'oggetto delle mie attenzioni, cercando di immaginare quale possa essere la sua vita, e come sia arrivato fin lì, oggi, a quest'ora. Quale motivo lo abbia spinto fino a quel parco. In quella piazza. Sotto di me. Cerco di immaginare la vita di tutte quelle persone lì, proprio sotto i miei piedi, e mi sale da dentro, poco per volta, una tristezza ancestrale. Dapprima appena accennata, che quasi non riesco a percepire. Poi si fa sempre più grossa, sempre più imponente, sempre più invasiva. Sempre più triste. E devo chiudere gli occhi.
Forse dovrei smetterla di stare su questo terrazzo, a guardare la vita che scorre ai miei piedi. Forse dovrei scendere questi sei piani che mi separano dalla vita, smettendo di osservarla soltanto, convincendomi di stare bene con me stesso, assicurandomi da solo con pacche sulle spalle. Forse dovrei vivere, invece che restare su questo terrazzo a raccontare storie che nessuno leggerà mai. Forse dovrei vivere, invece di ridere in faccia al tempo. Forse dovrei vivere. E basta.

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13 febbraio 2008
DIARIO DI UNA SERA

Ore 19.55
Pensieri. Le nuvole che scivolano alte sopra le nostre teste, leggere ed impalpabili, sono esattamente come i nostri pensieri. Ci osservano di lassù, intoccabili ed irraggiungibili eppure sempre presenti, come se fossero un paradigma tangibile di quello che siamo e mai potremmo diventare. A volte le nuvole si fanno cupe e minacciose, così come i nostri pensieri possono assumere strane direzioni che non possono portare ad altro che a tempeste dell'anima, a temporali dello spirito, a uragani nella mente. Altre volte spariscono quasi, e la nostra testa diventa leggera, priva di preoccupazioni come il cielo primaverile in cui iniziano a vedersi le prime rondini, e tutto sembra più tranquillo e sicuro. Ma passerà. Presto.
Le nuvole sono i pensieri che un qualche dio ha lasciato sulla terra per ricordarci che anche noi abbiamo le nostre ombre, e possiamo nasconderci da tutto ma non da esse. Ombre di rimpianti, di felicità, di oscure e celate verità, ombre di gioia ed ombre di noi. Ombre che ci seguono ad ogni passo e ci inseguono se fuggiamo, ombre che ci ricordano la nostra statura morale anche quando siamo talmente proiettati verso il futuro da dimenticarci di guardarci indietro. Ombre che sono un po' la nostra coscienza, come quelle nuvole che le proiettano di lassù, pensieri dimenticati che non vogliamo accettare ma che presto dovremo affrontare.
Pensieri di ciò che siamo, di cosa eravamo e cosa vorremmo essere. Pensieri leggiadri e sfuggevoli, pensieri pesanti e malevoli, pensieri possenti e allo stesso tempo assai deboli. Come le nuvole. Esattamente come quelle nuvole che non dovremmo dimenticarci mai di guardare, almeno una volta al giorno, per ricordare a noi stessi che quello che vediamo è anche dentro di noi, perchè noi siamo quello che osserviamo, quello che sentiamo, quello che viviamo. Noi.
Siamo noi, i nostri pensieri. Siamo noi, le nostre nuvole. Non guardateci come se portassimo un temporale. Siamo qui solo di passaggio e tra poco ce ne andremo, così come hanno già fatto in tanti prima di noi e come faranno tanti altri ancora. Non vogliateci male come si desidera che finisca una tempesta. Anche una tepmesta, in fondo, ha il suo fascino. Come le nuvole che la annunciano, come le nuvole che la portano, come le nuvole che la salutano. Come noi. Non disprezzateci, non ignorateci. Non noi. Non voi.

Ore 20.11
Parole. Una porta che sbatte. Una porta che si apre. Una porta chiusa, dietro la quale si nasconde chissà cosa. Chissà chi. Una porta amica, una porta curiosa, una porta antica, una porta corrosa. Che cosa hanno in comune tutte le porte del mondo? Niente, oppure tutto, chissà. Ma ogni porta è stata costruita con lo scopo di essere, prima o poi, aperta e chiusa da qualcuno. Ogni porta ha una persona che potrebbe chiamare "padrone" così come un cane potrebbe chiamare "migliore amico" il proprio custode. Ogni porta ha un suo destino. Un inizio ed una fine. Un momento preciso in cui possa determinare la vita o la morte di chi la attraverserà, se deciderà di varcare la sua soglia. Una porta ha il potere di far scoppiare guerre sante, o cedere il passo ad un medico in una camera di dolore e sofferenza. Una porta può accompagnare un bambino verso la scoperta del mondo, o essere l'ultimo ricordo di un suicida che abbia deciso di lasciarsi tutto alle spalle. Una porta può separarci dal mondo o metterci in contatto con esso. Una porta è un dono, in fondo. Così come una parola.
Un parola non detta è una porta lasciata sbarrata al cammino della vita, una parola non detta può essere un regalo per un amico, un attimo di attenzione per un conoscente, un istinto di timidezza verso uno sconosciuto. Una parola non aspetta altro che qualcuno giri la sua maniglia per aprire tutte le conseguenze che si porta dietro e travolgerci con il suo fiume in piena di conoscenze e di nuovi orizzonti. Una parola è tutto questo. E molto di più.
Sta a noi decidere quali porte aprire nella nostra vita, così come quali parole pronunziare e quali no. Ne sopportiamo gli effetti ogni giorno, e ne portiamo dietro i segni indelebili. Ciascuna parola pronunciata è una parte di noi, così come tutte le parole che non abbiamo mai detto. Per paura o per timore, per umiltà o per rancore. Per divertimento. Per generosità. Per amore.
Non chiudetevi tutte le porte alle spalle, non rinchiudetevi in una stanza senza vie d'uscita. Le porte vi accompagneranno sempre nel vostro cammino verso la serenità, basta saperle trovare, e scegliere con un minimo di attenzione. Con un minimo di coraggio. E di sincerità.

Ore 20.40
Mi sono perso. Mi sono perso completamente. Mi guardo attorno e non trovo niente di familiare, nessun punto di riferimento che mi possa suggerire dove io sia finito. Dove io sia capitato. Mi sono perso. Da quanto tempo è che sto correndo, che sto fuggendo? Sarà almeno un'ora, un'ora e mezza. O forse di più. Forse è un giorno. Forse è un anno. O forse di più. Mi sono perso e non so più da cosa stavo fuggendo. Mi sono perso talmente bene che anche se volessi essere ritrovato non saprei io stesso che cosa fare per aiutare i soccorsi. Mi sono perso così profondamente che quasi stento a riconoscermi, e quello che vedo è solo l'ombra di quello che ricordo. Chissà quale dio mi sta ancora pensando.
Ho il fiato corto, come se avessi corso ininterrottamente. Per giorni, per mesi. Per anni. O forse di più. Forse l'ho anche fatto, forse no. Forse mi sono preso talmente tante pause che il mio fiato si è accorciato per abitudine, visto che avere il fiato lungo non mi sarebbe servito più a niente. Ho il fiato corto come la memoria di quello che mi è successo, come le prospettive di quello che mi sta per accadere. Dove sono? Non lo so. E' tutto così buio, intorno a me. Così oscuro. Così nero.
Sento qualcosa che mi schiaccia il volto, ed è allora che mi accorgo di avere addosso una maschera. La tolgo con paura, ed il viso disegnatovi sopra che mi trovo davanti è sempre il mio, ma diverso. Uguale, ma differente. Identico, ma allo stesso tempo non sono io. Da quanto tempo porto una maschera? E quante altre maschere ancora ci saranno, sotto quella attuale? Una, nessuna, centomila. O forse di più. Getto la maschera via, lontano, distante, lontano da me, distante da noi. Ma noi chi? Noi. Ed è allora che inizio a ricordare. E' allora che i ricordi mi assalgono come un fiume che rompe gli argini per distruggere il raccolto di una stagione intera. E' allora che capisco chi sono.
Io non sono nessuno. Io sono tutti, ed il pensiero di me. Sono la memoria che non si dimentica dopo una serata passata con amici di vecchia data. Sono i pensieri che non hanno nemmeno bisogno di assumere la fisicità di un'onda sonora da quanto sono condivisi da due giovani amanti. Sono il ricordo di un'estate finita sul calare del sole, quando le onde hanno infranto l'ultimo castello di corallo di un novello Michelangelo. Sono il frammento di vetro che viene poggiato sui muri più alti per tenere a debita distanza i corvi indesiderati. Sono il verbo divenuto carne, la parola di un dio materializzatasi nell'empietà di un mondo oramai arido di passioni e avido di emozioni. Sono l'avvento del futuro, e la sua stessa caduta. Sono dio, ed il diavolo insieme. Sono tutto, e sono niente. Sono una parola mai pronunziata che sfonda una parafrasi inascoltata. Sono il portatore di luce, e l'oscurità su di esso. Sono la verità, e la sua negazione. Sono la vita, sono la maschera. Sono tutti i sospiri del mondo. Sono il suono di una campana in lontananza. Sono il rombo di un aereo tra le nuvole in cielo. Sono tutto, e sono niente. Sono io. O forse di più. Sono te. Accettati.

Ore 21.06
C'era una volta un piccolo cane. Era un cane di quelli bassi, dal muso simpatico, che sono sempre di compagnia ma nessuno sa di che razza siano, in fondo. Perchè non è importante, perchè tanto i piccoli cani sono simpatici ugualmente. Questo piccolo cane aveva un sogno, nel più profondo del suo cuore: voleva diventare un grande cane. Magari non gigantesco come un alano, ma sicuramente più grande di quanto non fosse adesso. E per farlo, era disposto a tutto.
Ahimè, la natura purtroppo non è disposta a farsi ingannare così, ed il piccolo cane aveva ben poche speranze di veder realizzato il suo sogno, finchè un giorno incontrò un vecchio mastino di passaggio che gli narrò una leggenda antica. "Esiste un Gran Cane" gli disse biascicando il mastino "che ha il potere di esaudire un desiderio per ogni cane sulla faccia della terra. Solo che nessuno sa dove sia". La leggenda era vaga e fumosa, ma era tutto quello che voleva sapere. Non gli serviva altro. Il piccolo cane salutò la sua famiglia che stava cercando di osteggiarlo in tutti i modi, e partì quel giorno stesso alla ricerca del Gran Cane. Era disposto a girare l'intero globo, pur di riuscire a trovarlo.
Giorno dopo giorno, il piccolo cane percorse in lungo ed in largo il suo paese, portandosi fino agli estremi più nascosti di quell'Italia che lo aveva vista nascere e muovere i suoi primi passi. Ma invano. Nessuno aveva mai sentito visto questo Gran Cane, e peggio ancora alcuni ne negavano perfino l'esistenza. Ma a lui non importava. Sapeva che doveva esistere, e lo desiderava così profondamente che non accettava nemmeno l'eventualità che non fosse vero. E fu così che la sua ricerca lo portò a girare anche al di fuori dei confini della sua terra natale. Visitò la Svizzera e l'Austria, poi la Germania e l'Olanda. Raggiunse la Francia e oltrepassò la Spagna, finendo infine in Portogallo. Erano oramai anni che girava invano, ed il piccolo cane stava iniziando a perdere le speranze.
Era un pomeriggio d'aprile quando il suo peregrinare lo portò ad incontrare una famiglia di cani randagi che lo accolsero tra di loro come se fosse un vecchio amico, gli diedero da mangiare, e lo fecero riposare nel loro giaciglio di paglia e stracci morbidi. Il piccolo cane non riceveva un'accoglienza di quel tipo da molti anni oramai, e decise che avrebbe anche potuto fermare la sua ricerca per qualche periodo, giusto il tempo di riposarsi e vivere un poco con quella compagnia di cani che tanto bene lo aveva accolto. E così fece. Furono mesi pacati, beati, tranquilli, in cui il piccolo cane si adattò perfettamente con il nuovo ambiente al punto che aveva oramai deciso di accasarsi definitivamente, al punto che aveva iniziato a sentirsi sereno e felice, quando il destino gli fece capire che il suo momento per riposarsi non era ancora arrivato. Stava camminando lungo una via piena di negozi e vetrine, quando il riflesso del sole su di un vetro catturò la sua attenzione e lui si trovò di fronte a quello spettacolo magico, meraviglioso, unico e indescrivibile. Era la vetrina di un'agenzia di viaggi, e quello che si parava davanti ai suoi occhi era un poster del Grand Canyon. Fu allora che intuì il suo errore.
Il vecchio mastino aveva biascicato qualcosa, ma non era stato Gran Cane, bensì Grand Canyon. Non doveva cercare un'entità, ma un luogo. Un luogo ben preciso. Il piccolo cane salutò i suoi amici e la sua nuova famiglia, e si imbarcò quel giorno stesso alla volta dell'America. Là, avrebbe finalmente trovato quello che stava cercando. Il viaggio in mare fu tranquillo, e anche una volta sbarcato non faticò a trovare le indicazioni necessarie a raggiungere la sua meta. Il Grand Canyon. Il Grand Canyon! L'aveva trovato finalmente!
E adesso? Camminando alacremente tra i crepacci e la sabbia, il piccolo cane fu preso dallo sconforto. Non c'era anima viva. Non c'era nessuno. Niente. Provo a gridare il suo desiderio al vento, al cielo, alle nuvole di passaggio, chiedendosi se fosse così che funzionavano i desideri. Non successe niente. Niente. Aspettò un giorno, una settimana, un mese, ma nulla cambiò la realtà dei fatti. Era ancora un piccolo cane, e si sentiva ancora più minuscolo adesso che era solo. Adesso che aveva conosciuto l'importanza dell'amicizia, l'essenza della famiglia. Adesso che non avvertiva più il desiderio di voler essere un grande cane, in fondo.
Non dovette pensarci due volte. Partì immediatamente. Doveva tornare là, voleva tornare indietro. Percorse al contrario il cammino degli ultimi mesi, e tornò ad imbarcarsi. Non voleva più andare alla ricerca del Gran Cane, o del Grand Canyon che fosse. Non gli interessava più. Tutto quello che voleva, adesso, era trascorrere il resto della sua vita con quella famiglia di cani che tanto bene lo aveva accolto senza chiedere nulla in cambio, senza ostacolare in nessun modo la sua esistenza. Senza volerlo cambiare.
Arrivò in Portogallo, e raggiunse i suoi cani randagi. Lo accolsero a braccia aperte, così come si accoglie un vecchio amico. Così come si accoglie un familiare. Così come si accoglie un grande cane. E fu allora, solo allora, che il piccolo cane finalmente comprese. Il Gran Cane (o Grand Canyon) esiste veramente, ma non è un'entità o un luogo fisico, bensì era lui stesso. E' ciascuno di noi. E' quella parte di noi che cerca il suo posto del mondo, con la propria famiglia. E la famiglia è quella che ciascuno di noi si crea, quel gruppo di persone fidate su cui sai di poter contare sempre, quando c'è bisogno, quando serve. Sempre. Era lui il Gran Cane di cui stava andando alla ricerca, ed il Grand Canyon che doveva cercare non era quello indicato sui poster di una fantomatica agenzia di viaggi, ma nel più profondo del suo cuore, nel più profondo di sè. Aveva rischiato di perderlo, ma era riuscito a rendersene conto e a tornare indietro.
Il piccolo cane aveva smesso di essere alla perenne ricerca di qualcosa. Aveva capito che tutto quello che cercava era già in lui, e che la sua felicità era oramai completa. Il suo desiderio era stato esaudito. Non avrebbe potuto, nè voluto, chiedere altro. Il piccolo cane era diventato grande.

Ore 22.10
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Ho una cornice semplice, di quelle in legno con le venature antiche a lasciare presagire chissà quali tempi immemori indietro. Ho una cornice rustica, anche mezza rovinata se proprio vogliamo dirla tutta, testimonianza che sopra di me è passato qualcosa di più di qualche piccolo granello di polvere... ma questa forse è un'altra storia. Ho una cornice sottile, non di quelle ricercate e settecentesche che poco si adattano al mio spirito lineare. Al mio dipinto interiore. Al mio quadro.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Non tutti riescono a sostenere il mio sguardo. Dicono che il soggetto al mio interno sia imponente, ammaliante, sicuro di sè e affascinante. Io vedo solo un uomo per quello che è, un uomo che forse non è semplice come la mia cornice, un uomo che potrebbe dimostrare qualche anno in meno se solo si sapesse un po' tenere. Ma il poeta è stato benevolo, ed il soggetto aiutava parecchio. Quel sorriso, chissà quanti cuori ha infranto. Quelle mani, chissà in quante si sono fermate a rimirarle. Quella bocca, sottile ma sicura di se. Quel volto pulito. Quegli occhi stregati. Non tutti riescono a sostenere quello sguardo, ma pochi hanno avuto la fortuna di poterlo fare. Ed è un peccato. E' un peccato perchè non pecco di vanagloria se penso che il mio soggetto sia unico nel suo genere, unico e realizzato magnificamente da una mano veramente esperta. Che occhi stregati.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Se il tuo sguardo si poserà sul mio ti sembrerà di volare lontano verso una meta che non ti è conosciuta, sulle ali delle nuvole stesse. Pensa a quanti posti potrai ammirare, a quali fiumi vedrai sorgere alla sorgente, a quante foreste vedrai crescere e morire dall'alto del tuo viaggiare. Se il tuo sguardo si poserà sul mio sentirai sullo spirito tutto il peso di quello che sei, e ti perdonerai. Sentirai le colpe come se le avessi commesse da pochi istanti, e forse riuscirai a congedarle col sorriso. Se il tuo sguardo si poserà sul mio, diventeremo una cosa unica, io e te. Saremo magma fuso insieme, e coleremo giù per il muro del futuro come una sola, piccola e fragile verità. Saremo il peccato e la redenzione, e vivremo insieme per sempre.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami. Io sono Dorian Gray.

Ore 22.27
Prendo il telefono in mano. Scrivo poche parole in sequenza, e le rileggo un paio di volte prima di premere il tasto invio. Scrivo poche parole, perchè poche ce ne stanno in quei miseri 160 caratteri che tagliano e ritagliano la metrica di una semplice frase che non si voglia ridurre ad un "ciao come va?". Poggio il telefono. Riprendo a scrivere queste parole con una velocità che non immaginerei nemmeno, quasi a voler fermare definitivamente un pensiero prima ancora che esso prenda forma, prima ancora che esso diventi vero. Chissà cosa starò pensando tra un paio di secondi. Potrei guardare fuori dalla finestra, per capirlo. O forse no. Forse dovrei guardare dentro di me.
C'è silenzio, stasera. Ogni tanto si sente un aereo che sfreccia in lontananza, in direzione di Bergamo. Ogni tanto si sente una macchina frenare ad un incrocio che c'è poco lontano, un incrocio di quelli pericolosi, di quelli ad angolo morto. C'è silenzio stasera. Il silenzio giusto per sentire quello che succede dentro la nostra mente, il silenzio giusto per non ascoltare altro che non la voce di noi. Il silenzio che si respira e si annusa al Grand Canyon.
I pensieri iniziano a frantumarsi, a disintegrarsi tra loro, a perdere linearità. Non riesco più a seguire il senso di quello che sto scrivendo, come se non fossi io a scrivere ma piuttosto le mani a digitare quello che devo pensare, quello che voglio credere. Quello che non so. O forse no. I pensieri si sono frantumati, adesso, e cerco di rimetterli insieme con tutta la colla che ho a disposizione, ma invano. Non si aggiustano così facilmente. Non più.
Prendo ancora il telefono in mano. Ho appena deciso. Fanculo alla presenza morale.

Ore 22.56
Basta. Scrivere. Ora. Io. Leggero. Leggerò.

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12 febbraio 2008
VIOLET

A volte immagino la mia vita come se fosse un viaggio in macchina, ed io fossi cieco alla guida. Non bendato o con un cappuccio in testa, ma cieco, completamente cieco, definitivamente inabile alla vista. Non vedrei niente di dove la vettura stia andando, ma avrei solo la parvenza di alcune sensazioni, di poche percezioni, di qualche illusione da vivere.

Il viaggio sarebbe oscuro, ed accompagnato soltanto dai rumori tutto intorno. Rumori che mi renderebbero cosciente di me stesso e di dove io stia andando, senza possibilità di sbagliare. Rumori ritmati e ipnotici che mi permetterebbero di individuare ogni singolo dettaglio attorno a me, una volta imparato ad ignorare il rumore del motore per riuscire a vedere oltre. Una volta imparata a conoscere e riconoscere la macchina. Una volta aperti gli occhi della mente. Il viaggio diventerebbe poco per volta un modo per conoscere me stesso, un modo per vedere quello che mi circonda attraverso l'udito, e tutte quelle minime percezioni che nella vita di tutti i giorni tendiamo a dimenticare, sopraffatti come siamo dalle tensioni materiali. Il viaggio sarebbe una divisione delle gioie ed una condivisione dei dolori, una catarsi della propria vita vissuta per adagiare la mente a qualcosa che forse nuovo non è, a qualcosa che forse è sempre stato davanti ai nostri occhi, ma in fondo poco importa. Così come poco importa se il frastuono della macchina ogni tanto prendesse il sopravvento, quel frastuono, quello stridore metallico che ogni tanto ci distoglie l'attenzione dal panorama circostante come se fosse una chitarra che non sempre si inserisce correttamente nell'amalgama generale di un gruppo, creando sbavature sonore quasi impercettibili. Poco importa se ogni tanto il nostro torpore si dovesse destare e tornare cosciente all'immediato presente. Poco importa perchè il bello di un viaggio nella completa oscurità è proprio il lasciare che l'intensità emotiva del momento non arrivi al cuore dalle sensazioni visive che ci ingannano e ci mentiscono ogni giorno, ma piuttosto da quello che non vediamo ma crediamo che ci possa effettivamente essere. A volte potremmo illuderci che la vita sia migliore di quello che in realtà sia, così come a volte capita il contrario e restiamo delusi da qualcosa che abbiamo visto e non avremmo mai voluto vedere. Mai. Voluto. Vedere. Ma se si è ciechi, se lo si vuole essere con ogni più minuscola fibra del nostro corpo, allora il viaggio diventa un incubo talmente affascinante dal quale non vorremmo svegliarci mai. E non lo faremo.

La macchina prosegue nella sua corsa, la strada corre veloce sotto di lei, attorno a lei, con lei. La strada sussurra alla macchina parole di lusinga e di menzogna, le bisbiglia parole calde e dense di significati morbidi e morbosi, parole di rancore e dolore, di boria di un boia che subito annoia. La macchina prosegue nella sua corsa e la strada si illumina tutta per lei, in quella calda notte di un giorno finito e sfumato sui rintocchi dell'addio.

Non vivete un'illusione. Chiudete gli occhi, e capirete quale sia veramente la vita attorno a voi. Chiudete gli occhi, e prestate orecchio alla musica dei Violet. Lasciate che siano la vostra macchina in quel viaggio che è la vostra vita. Potreste scoprire l'oscurità, ed amarla. O restarne pacatamente delusi.

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