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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
13 Febbraio 2008
DIARIO DI UNA SERA

Ore 19.55
Pensieri. Le nuvole che scivolano alte sopra le nostre teste, leggere ed impalpabili, sono esattamente come i nostri pensieri. Ci osservano di lassù, intoccabili ed irraggiungibili eppure sempre presenti, come se fossero un paradigma tangibile di quello che siamo e mai potremmo diventare. A volte le nuvole si fanno cupe e minacciose, così come i nostri pensieri possono assumere strane direzioni che non possono portare ad altro che a tempeste dell'anima, a temporali dello spirito, a uragani nella mente. Altre volte spariscono quasi, e la nostra testa diventa leggera, priva di preoccupazioni come il cielo primaverile in cui iniziano a vedersi le prime rondini, e tutto sembra più tranquillo e sicuro. Ma passerà. Presto.
Le nuvole sono i pensieri che un qualche dio ha lasciato sulla terra per ricordarci che anche noi abbiamo le nostre ombre, e possiamo nasconderci da tutto ma non da esse. Ombre di rimpianti, di felicità, di oscure e celate verità, ombre di gioia ed ombre di noi. Ombre che ci seguono ad ogni passo e ci inseguono se fuggiamo, ombre che ci ricordano la nostra statura morale anche quando siamo talmente proiettati verso il futuro da dimenticarci di guardarci indietro. Ombre che sono un po' la nostra coscienza, come quelle nuvole che le proiettano di lassù, pensieri dimenticati che non vogliamo accettare ma che presto dovremo affrontare.
Pensieri di ciò che siamo, di cosa eravamo e cosa vorremmo essere. Pensieri leggiadri e sfuggevoli, pensieri pesanti e malevoli, pensieri possenti e allo stesso tempo assai deboli. Come le nuvole. Esattamente come quelle nuvole che non dovremmo dimenticarci mai di guardare, almeno una volta al giorno, per ricordare a noi stessi che quello che vediamo è anche dentro di noi, perchè noi siamo quello che osserviamo, quello che sentiamo, quello che viviamo. Noi.
Siamo noi, i nostri pensieri. Siamo noi, le nostre nuvole. Non guardateci come se portassimo un temporale. Siamo qui solo di passaggio e tra poco ce ne andremo, così come hanno già fatto in tanti prima di noi e come faranno tanti altri ancora. Non vogliateci male come si desidera che finisca una tempesta. Anche una tepmesta, in fondo, ha il suo fascino. Come le nuvole che la annunciano, come le nuvole che la portano, come le nuvole che la salutano. Come noi. Non disprezzateci, non ignorateci. Non noi. Non voi.

Ore 20.11
Parole. Una porta che sbatte. Una porta che si apre. Una porta chiusa, dietro la quale si nasconde chissà cosa. Chissà chi. Una porta amica, una porta curiosa, una porta antica, una porta corrosa. Che cosa hanno in comune tutte le porte del mondo? Niente, oppure tutto, chissà. Ma ogni porta è stata costruita con lo scopo di essere, prima o poi, aperta e chiusa da qualcuno. Ogni porta ha una persona che potrebbe chiamare "padrone" così come un cane potrebbe chiamare "migliore amico" il proprio custode. Ogni porta ha un suo destino. Un inizio ed una fine. Un momento preciso in cui possa determinare la vita o la morte di chi la attraverserà, se deciderà di varcare la sua soglia. Una porta ha il potere di far scoppiare guerre sante, o cedere il passo ad un medico in una camera di dolore e sofferenza. Una porta può accompagnare un bambino verso la scoperta del mondo, o essere l'ultimo ricordo di un suicida che abbia deciso di lasciarsi tutto alle spalle. Una porta può separarci dal mondo o metterci in contatto con esso. Una porta è un dono, in fondo. Così come una parola.
Un parola non detta è una porta lasciata sbarrata al cammino della vita, una parola non detta può essere un regalo per un amico, un attimo di attenzione per un conoscente, un istinto di timidezza verso uno sconosciuto. Una parola non aspetta altro che qualcuno giri la sua maniglia per aprire tutte le conseguenze che si porta dietro e travolgerci con il suo fiume in piena di conoscenze e di nuovi orizzonti. Una parola è tutto questo. E molto di più.
Sta a noi decidere quali porte aprire nella nostra vita, così come quali parole pronunziare e quali no. Ne sopportiamo gli effetti ogni giorno, e ne portiamo dietro i segni indelebili. Ciascuna parola pronunciata è una parte di noi, così come tutte le parole che non abbiamo mai detto. Per paura o per timore, per umiltà o per rancore. Per divertimento. Per generosità. Per amore.
Non chiudetevi tutte le porte alle spalle, non rinchiudetevi in una stanza senza vie d'uscita. Le porte vi accompagneranno sempre nel vostro cammino verso la serenità, basta saperle trovare, e scegliere con un minimo di attenzione. Con un minimo di coraggio. E di sincerità.

Ore 20.40
Mi sono perso. Mi sono perso completamente. Mi guardo attorno e non trovo niente di familiare, nessun punto di riferimento che mi possa suggerire dove io sia finito. Dove io sia capitato. Mi sono perso. Da quanto tempo è che sto correndo, che sto fuggendo? Sarà almeno un'ora, un'ora e mezza. O forse di più. Forse è un giorno. Forse è un anno. O forse di più. Mi sono perso e non so più da cosa stavo fuggendo. Mi sono perso talmente bene che anche se volessi essere ritrovato non saprei io stesso che cosa fare per aiutare i soccorsi. Mi sono perso così profondamente che quasi stento a riconoscermi, e quello che vedo è solo l'ombra di quello che ricordo. Chissà quale dio mi sta ancora pensando.
Ho il fiato corto, come se avessi corso ininterrottamente. Per giorni, per mesi. Per anni. O forse di più. Forse l'ho anche fatto, forse no. Forse mi sono preso talmente tante pause che il mio fiato si è accorciato per abitudine, visto che avere il fiato lungo non mi sarebbe servito più a niente. Ho il fiato corto come la memoria di quello che mi è successo, come le prospettive di quello che mi sta per accadere. Dove sono? Non lo so. E' tutto così buio, intorno a me. Così oscuro. Così nero.
Sento qualcosa che mi schiaccia il volto, ed è allora che mi accorgo di avere addosso una maschera. La tolgo con paura, ed il viso disegnatovi sopra che mi trovo davanti è sempre il mio, ma diverso. Uguale, ma differente. Identico, ma allo stesso tempo non sono io. Da quanto tempo porto una maschera? E quante altre maschere ancora ci saranno, sotto quella attuale? Una, nessuna, centomila. O forse di più. Getto la maschera via, lontano, distante, lontano da me, distante da noi. Ma noi chi? Noi. Ed è allora che inizio a ricordare. E' allora che i ricordi mi assalgono come un fiume che rompe gli argini per distruggere il raccolto di una stagione intera. E' allora che capisco chi sono.
Io non sono nessuno. Io sono tutti, ed il pensiero di me. Sono la memoria che non si dimentica dopo una serata passata con amici di vecchia data. Sono i pensieri che non hanno nemmeno bisogno di assumere la fisicità di un'onda sonora da quanto sono condivisi da due giovani amanti. Sono il ricordo di un'estate finita sul calare del sole, quando le onde hanno infranto l'ultimo castello di corallo di un novello Michelangelo. Sono il frammento di vetro che viene poggiato sui muri più alti per tenere a debita distanza i corvi indesiderati. Sono il verbo divenuto carne, la parola di un dio materializzatasi nell'empietà di un mondo oramai arido di passioni e avido di emozioni. Sono l'avvento del futuro, e la sua stessa caduta. Sono dio, ed il diavolo insieme. Sono tutto, e sono niente. Sono una parola mai pronunziata che sfonda una parafrasi inascoltata. Sono il portatore di luce, e l'oscurità su di esso. Sono la verità, e la sua negazione. Sono la vita, sono la maschera. Sono tutti i sospiri del mondo. Sono il suono di una campana in lontananza. Sono il rombo di un aereo tra le nuvole in cielo. Sono tutto, e sono niente. Sono io. O forse di più. Sono te. Accettati.

Ore 21.06
C'era una volta un piccolo cane. Era un cane di quelli bassi, dal muso simpatico, che sono sempre di compagnia ma nessuno sa di che razza siano, in fondo. Perchè non è importante, perchè tanto i piccoli cani sono simpatici ugualmente. Questo piccolo cane aveva un sogno, nel più profondo del suo cuore: voleva diventare un grande cane. Magari non gigantesco come un alano, ma sicuramente più grande di quanto non fosse adesso. E per farlo, era disposto a tutto.
Ahimè, la natura purtroppo non è disposta a farsi ingannare così, ed il piccolo cane aveva ben poche speranze di veder realizzato il suo sogno, finchè un giorno incontrò un vecchio mastino di passaggio che gli narrò una leggenda antica. "Esiste un Gran Cane" gli disse biascicando il mastino "che ha il potere di esaudire un desiderio per ogni cane sulla faccia della terra. Solo che nessuno sa dove sia". La leggenda era vaga e fumosa, ma era tutto quello che voleva sapere. Non gli serviva altro. Il piccolo cane salutò la sua famiglia che stava cercando di osteggiarlo in tutti i modi, e partì quel giorno stesso alla ricerca del Gran Cane. Era disposto a girare l'intero globo, pur di riuscire a trovarlo.
Giorno dopo giorno, il piccolo cane percorse in lungo ed in largo il suo paese, portandosi fino agli estremi più nascosti di quell'Italia che lo aveva vista nascere e muovere i suoi primi passi. Ma invano. Nessuno aveva mai sentito visto questo Gran Cane, e peggio ancora alcuni ne negavano perfino l'esistenza. Ma a lui non importava. Sapeva che doveva esistere, e lo desiderava così profondamente che non accettava nemmeno l'eventualità che non fosse vero. E fu così che la sua ricerca lo portò a girare anche al di fuori dei confini della sua terra natale. Visitò la Svizzera e l'Austria, poi la Germania e l'Olanda. Raggiunse la Francia e oltrepassò la Spagna, finendo infine in Portogallo. Erano oramai anni che girava invano, ed il piccolo cane stava iniziando a perdere le speranze.
Era un pomeriggio d'aprile quando il suo peregrinare lo portò ad incontrare una famiglia di cani randagi che lo accolsero tra di loro come se fosse un vecchio amico, gli diedero da mangiare, e lo fecero riposare nel loro giaciglio di paglia e stracci morbidi. Il piccolo cane non riceveva un'accoglienza di quel tipo da molti anni oramai, e decise che avrebbe anche potuto fermare la sua ricerca per qualche periodo, giusto il tempo di riposarsi e vivere un poco con quella compagnia di cani che tanto bene lo aveva accolto. E così fece. Furono mesi pacati, beati, tranquilli, in cui il piccolo cane si adattò perfettamente con il nuovo ambiente al punto che aveva oramai deciso di accasarsi definitivamente, al punto che aveva iniziato a sentirsi sereno e felice, quando il destino gli fece capire che il suo momento per riposarsi non era ancora arrivato. Stava camminando lungo una via piena di negozi e vetrine, quando il riflesso del sole su di un vetro catturò la sua attenzione e lui si trovò di fronte a quello spettacolo magico, meraviglioso, unico e indescrivibile. Era la vetrina di un'agenzia di viaggi, e quello che si parava davanti ai suoi occhi era un poster del Grand Canyon. Fu allora che intuì il suo errore.
Il vecchio mastino aveva biascicato qualcosa, ma non era stato Gran Cane, bensì Grand Canyon. Non doveva cercare un'entità, ma un luogo. Un luogo ben preciso. Il piccolo cane salutò i suoi amici e la sua nuova famiglia, e si imbarcò quel giorno stesso alla volta dell'America. Là, avrebbe finalmente trovato quello che stava cercando. Il viaggio in mare fu tranquillo, e anche una volta sbarcato non faticò a trovare le indicazioni necessarie a raggiungere la sua meta. Il Grand Canyon. Il Grand Canyon! L'aveva trovato finalmente!
E adesso? Camminando alacremente tra i crepacci e la sabbia, il piccolo cane fu preso dallo sconforto. Non c'era anima viva. Non c'era nessuno. Niente. Provo a gridare il suo desiderio al vento, al cielo, alle nuvole di passaggio, chiedendosi se fosse così che funzionavano i desideri. Non successe niente. Niente. Aspettò un giorno, una settimana, un mese, ma nulla cambiò la realtà dei fatti. Era ancora un piccolo cane, e si sentiva ancora più minuscolo adesso che era solo. Adesso che aveva conosciuto l'importanza dell'amicizia, l'essenza della famiglia. Adesso che non avvertiva più il desiderio di voler essere un grande cane, in fondo.
Non dovette pensarci due volte. Partì immediatamente. Doveva tornare là, voleva tornare indietro. Percorse al contrario il cammino degli ultimi mesi, e tornò ad imbarcarsi. Non voleva più andare alla ricerca del Gran Cane, o del Grand Canyon che fosse. Non gli interessava più. Tutto quello che voleva, adesso, era trascorrere il resto della sua vita con quella famiglia di cani che tanto bene lo aveva accolto senza chiedere nulla in cambio, senza ostacolare in nessun modo la sua esistenza. Senza volerlo cambiare.
Arrivò in Portogallo, e raggiunse i suoi cani randagi. Lo accolsero a braccia aperte, così come si accoglie un vecchio amico. Così come si accoglie un familiare. Così come si accoglie un grande cane. E fu allora, solo allora, che il piccolo cane finalmente comprese. Il Gran Cane (o Grand Canyon) esiste veramente, ma non è un'entità o un luogo fisico, bensì era lui stesso. E' ciascuno di noi. E' quella parte di noi che cerca il suo posto del mondo, con la propria famiglia. E la famiglia è quella che ciascuno di noi si crea, quel gruppo di persone fidate su cui sai di poter contare sempre, quando c'è bisogno, quando serve. Sempre. Era lui il Gran Cane di cui stava andando alla ricerca, ed il Grand Canyon che doveva cercare non era quello indicato sui poster di una fantomatica agenzia di viaggi, ma nel più profondo del suo cuore, nel più profondo di sè. Aveva rischiato di perderlo, ma era riuscito a rendersene conto e a tornare indietro.
Il piccolo cane aveva smesso di essere alla perenne ricerca di qualcosa. Aveva capito che tutto quello che cercava era già in lui, e che la sua felicità era oramai completa. Il suo desiderio era stato esaudito. Non avrebbe potuto, nè voluto, chiedere altro. Il piccolo cane era diventato grande.

Ore 22.10
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Ho una cornice semplice, di quelle in legno con le venature antiche a lasciare presagire chissà quali tempi immemori indietro. Ho una cornice rustica, anche mezza rovinata se proprio vogliamo dirla tutta, testimonianza che sopra di me è passato qualcosa di più di qualche piccolo granello di polvere... ma questa forse è un'altra storia. Ho una cornice sottile, non di quelle ricercate e settecentesche che poco si adattano al mio spirito lineare. Al mio dipinto interiore. Al mio quadro.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Non tutti riescono a sostenere il mio sguardo. Dicono che il soggetto al mio interno sia imponente, ammaliante, sicuro di sè e affascinante. Io vedo solo un uomo per quello che è, un uomo che forse non è semplice come la mia cornice, un uomo che potrebbe dimostrare qualche anno in meno se solo si sapesse un po' tenere. Ma il poeta è stato benevolo, ed il soggetto aiutava parecchio. Quel sorriso, chissà quanti cuori ha infranto. Quelle mani, chissà in quante si sono fermate a rimirarle. Quella bocca, sottile ma sicura di se. Quel volto pulito. Quegli occhi stregati. Non tutti riescono a sostenere quello sguardo, ma pochi hanno avuto la fortuna di poterlo fare. Ed è un peccato. E' un peccato perchè non pecco di vanagloria se penso che il mio soggetto sia unico nel suo genere, unico e realizzato magnificamente da una mano veramente esperta. Che occhi stregati.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami.
Se il tuo sguardo si poserà sul mio ti sembrerà di volare lontano verso una meta che non ti è conosciuta, sulle ali delle nuvole stesse. Pensa a quanti posti potrai ammirare, a quali fiumi vedrai sorgere alla sorgente, a quante foreste vedrai crescere e morire dall'alto del tuo viaggiare. Se il tuo sguardo si poserà sul mio sentirai sullo spirito tutto il peso di quello che sei, e ti perdonerai. Sentirai le colpe come se le avessi commesse da pochi istanti, e forse riuscirai a congedarle col sorriso. Se il tuo sguardo si poserà sul mio, diventeremo una cosa unica, io e te. Saremo magma fuso insieme, e coleremo giù per il muro del futuro come una sola, piccola e fragile verità. Saremo il peccato e la redenzione, e vivremo insieme per sempre.
Sono un quadro appeso al muro. Guardami. Io sono Dorian Gray.

Ore 22.27
Prendo il telefono in mano. Scrivo poche parole in sequenza, e le rileggo un paio di volte prima di premere il tasto invio. Scrivo poche parole, perchè poche ce ne stanno in quei miseri 160 caratteri che tagliano e ritagliano la metrica di una semplice frase che non si voglia ridurre ad un "ciao come va?". Poggio il telefono. Riprendo a scrivere queste parole con una velocità che non immaginerei nemmeno, quasi a voler fermare definitivamente un pensiero prima ancora che esso prenda forma, prima ancora che esso diventi vero. Chissà cosa starò pensando tra un paio di secondi. Potrei guardare fuori dalla finestra, per capirlo. O forse no. Forse dovrei guardare dentro di me.
C'è silenzio, stasera. Ogni tanto si sente un aereo che sfreccia in lontananza, in direzione di Bergamo. Ogni tanto si sente una macchina frenare ad un incrocio che c'è poco lontano, un incrocio di quelli pericolosi, di quelli ad angolo morto. C'è silenzio stasera. Il silenzio giusto per sentire quello che succede dentro la nostra mente, il silenzio giusto per non ascoltare altro che non la voce di noi. Il silenzio che si respira e si annusa al Grand Canyon.
I pensieri iniziano a frantumarsi, a disintegrarsi tra loro, a perdere linearità. Non riesco più a seguire il senso di quello che sto scrivendo, come se non fossi io a scrivere ma piuttosto le mani a digitare quello che devo pensare, quello che voglio credere. Quello che non so. O forse no. I pensieri si sono frantumati, adesso, e cerco di rimetterli insieme con tutta la colla che ho a disposizione, ma invano. Non si aggiustano così facilmente. Non più.
Prendo ancora il telefono in mano. Ho appena deciso. Fanculo alla presenza morale.

Ore 22.56
Basta. Scrivere. Ora. Io. Leggero. Leggerò.

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