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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
23 Giugno 2008
CHIESA

Indelebili.

Ci sono parole che, pronunciate in un momento ben preciso della vita, sembrano volersi fissare in modo indelebile nei cassetti di quel grande archivio disordinato che Ŕ la memoria umana. Ci sono frasi che ricordiamo perfettamente quasi come se le avessimo sentite ieri, frasi di cui non riusciamo a liberarci ma che in effetti non vorremmo mai dimenticare. Non vorremmo proprio perchŔ fanno parte di noi, perchŔ sono un segno nella nostra vita, un segno delle nostre esperienze, un segno nei nostri ricordi. Un segno indelebile, come quelle parole che sentii in quel giorno lontano.
Era il mio primo anno di catechismo, e come tutti i bambini mi avvicinavo alla religione con l'inesperienza e tutte le costrizioni mentali che ci vengono imposte da famiglia e societÓ. Come tutti i bambini ero stato abituato a credere in un Dio, in quel Dio, come se fosse la cosa pi¨ normale del mondo, senza nemmeno soffermarmi a pensarci sopra. Senza chiedermi se fosse giusto o sbagliato, e senza nessuna cognizione di pensieri razionali in effetti. Era il mio primo anno di catechismo, ero solo un bambino. Ma ricordo ancora perfettamente quello che ci disse la suora quel giorno, le parole che pronunci˛ e che mi si fissarono sulle pareti esterne della corteccia cerebrale. Le ricordo ancora come le avessi udite ieri, con quella voce calda e sicura.

"Che cos'Ŕ per voi una chiesa? Voi forse ci vedete muri, mattoni, o una stupida e noiosa funzione religiosa... io ci vedo una comunitÓ di anime."

In quel preciso giorno, in quel preciso momento, nella mia mente si ferm˛ un'immagine ben delineata. Laddove avevo sempre interpretato un termine [CHIESA] con un'accezione perfettamente negativa, si era appena aperto ai miei occhi un nuovo mondo [COMUNITA']. Una nuova opportunitÓ [CASA]. Un nuovo senso, con significati che fino ad allora mi erano rimasti celati per chissÓ quale arcano gioco del destino [FAMIGLIA]. Devo confessare che il modo di parlare di quella suora era veramente affascinante, e che riusciva a farmi vivere istanti di religiositÓ estrema nei quali immaginavo addirittura me stesso, da grande, vestito da prete e con una bibba in mano ad andare in giro per le vie cittadine a benedire le case. Curioso. Per fortuna o per disgrazia, i casi dell'esistenza mi hanno portato a percorrere altre vie, e adesso sono finito per essere quello che sono, con i ricordi e le esperienze che si sono anche un po' allontanate da tutte quelle ore di insegnamenti in quella piccola aula di catechismo giovanile.
Alcune cose mi sono rimaste. Alcune parole ascoltate in quelle lunghe ed interminabili ore di catechismo hanno attecchito e oramai sono parte di me. Il concetto di famiglia, di amicizia, di amore. La concezione di egoismo, solidarietÓ, solitudine. I valori morali e sociali a cui sono tanto legato e che rinnego ogni tanto sputando su me stesso. Le mie convinzioni. I miei ideali e l'assenza di essi.

Indelebili.

Ci sono parole che si fissano addosso a noi e ci vestono come se fossero dei completi che ci porteremo fino in punto di morte. Sono i vestiti migliori, quelli che dovremmo indossare ogni volta che il caso ci pone di fronte a delle scelte che potrebbero condizionare la nostra vita. Sono i vestiti che ci impediscono di cadere in futili credi o religioni, e che sostituiscono anche l'appoggio di un amico che potrebbe tradirci senza nemmeno volerlo. Sono i vestiti fatti su misura per noi, perchŔ noi siamo il monaco nato e vissuto per indossarli. Non si stingeranno col tempo, non diventeranno mai troppo stretti o troppo piccoli per essere indossati. Non li dimenticheremo mai in un'anta segregata di una cassapanca impolverata e destinata a svanire nel buio di una stanza chiusa. Non li dimenticheremo perchŔ sono indelebili. Non li dimenticheremo perchŔ sono le nostre parole. Sono le nostre parole. Le nostre esperienze. Le nostre identitÓ. Siamo noi. E come sono loro, anche noi siamo. Uguali. Perfetti. Identici. Indelebili.

"E per voi, cos'Ŕ una chiesa?"

[Commento lasciato da Pazuzu il 24 Giugno 2008, 09.39]
Post scriptum surreale. Stamattina esco dal bed and breakfast dove alloggio tutte le settimane, dal lunedý al venerdý quando sono in trasferta per lavoro. Incontro fuori dall'uscio la vicina di casa, una donna sulla cinquantina circa, forse scarsa in effetti, ma in fondo non sono mai stato bravo a misurare l'etÓ di una persona a partire dall'aspetto. Comunque, non importa: l'avr˛ incrociata un paio di volte in tutto, da quando sono qui.

- "Buongiorno."
- "Buongiorno."
- "Sa, anche io ho cambiato parrocchia."
- "Mi scusi?"
- "No, dicevo, buona giornata."
- "A lei..."

Salgo in macchina con un senso di indefinita inquietudine.

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