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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
5 Giugno 2008
GOCCE

Le gocce continuano a cadere, lentamente.

Dal grigio tenue delle nuvole che incombono sulla mia testa, le gocce continuano ad infrangersi al suolo, una dopo l'altra. Ininterrottamente. Dal grigio soffuso che illumina il giorno, le gocce crollano sui tetti, sui prati, sulle strade, sulle macchine, su di me. Lentamente, come se la loro stessa caduta fosse misurabile in un periodo di tempo che sembra essersi fermato. Per sempre. Una dopo l'altra, le gocce assumono quasi una loro identità, e diventano una diversa dall'altra. Ciascuna differente. Ciascuna unica e ciascuna altrettanto distinguibile.
Ad un tratto, il tuono ed il lampo squarciano il cielo sopra di me, e tutto si fa chiaro per un istante. Ogni cosa sembra immobile in quel preciso istante, e tutto sembra eterno. Tutto sembra senza inizio e senza fine. Senza un fine. Giace ferma la città, giace inferma la città. La pioggia cade, e lava via i peccati da questi tetti, da questi prati, da queste strade, da questa macchine. Da me. Sono felice perchè queste gocce stanno purificando quest'aria, sono felice perchè questa pioggia lava queste strade ed entra dentro di me. Mi sento puro, purificato, eterno come non sono stato mai. Mi sento differente. Mi sento unico come quella goccia che si è appena appoggiata laggiù, dietro quel muro. Dietro di sè.

Le gocce continuano a cadere, lentamente.

Giace ferma la città, silenziosa come non lo è stata mai. Tutti sono nelle loro tane, rintanati nel caldo delle pallide sicurezze a cui si aggrappano cercando di evitare la caduta delle gocce su di loro. Ma non si può schivare una goccia di pioggia, non si può evitare che su di noi prima o poi cada tutto il destino di una vita destinata proprio a noi. Giace inferma la città, mentre la pioggia urla tutta la sua furia in questa giornata di purificazione, in queste ore di santi e di eroi. Il tempo per pentirsi delle proprie azioni è oramai finito, e tutto il nostro passato appartiene a ieri. Alzo il calice al cielo, e brindo al vuoto. Non importa quanto siamo stati ladri di emozioni, o amanti di passioni. Tutto scivola via, come un fiume in piena che porta con sè l'orizzonte di un viaggio oramai giunto al termine. Un viaggio che sembra non finire mai, un viaggio che è finito ancora prima di cominciare, e se guardi alle tue spalle chiunque può capire che non ha poi perso molto. Chiunque lo sa. E lo sai anche tu. Lo sai benissimo. Non si può schivare una goccia di pioggia, non si può evitare di alzare lo sguardo al cielo e assistere alla caduta su di noi di tutte quelle passioni bagnate che chiamiamo dolore. Che chiamiamo sentimenti. Che chiamiamo calore. Che chiamiamo emozioni.

Le gocce continuano a cedere, sempre più lentamente.

Tutto intorno, riesco a distinguere ogni odore che sale dal terreno, dai tetti, dai prati, dalle strade. Sale e mi assale l'odore dell'asfalto, l'erba, i fiori, il vento, al punto che mi viene voglia di spogliarmi, e mi trovo a desiderare che tutto questo entri dentro di me, e non sia più solo una patina opaca che mi avvolge con le sue promesse di sicurezza. Voglio che mi entri dentro, e distrugga tutto ciò che può, tutto ciò che raggiunge, tutto. Mentre tutto intorno piove, piove, piove. Piove, e mi accorgo di stare ridendo al vento, ai fiori, all'erba, all'asfalto stesso, come a dimostrare che il mio orizzonte è oramai raggiunto, è vicino a me. La mia strada è davanti. Non ha più senso volgere lo sguardo alle spalle, non si può tornare là. Non si deve. Mentre fuori piove.
Piove. Ma sono felice, perchè lava queste strade. Perchè entra dentro di me.

Esco per strada.

Guardo negli occhi di un ragazzo che mi guarda, con uno sguardo innocente. Mi osserva senza dire niente. Guardo nei suoi occhi e quando vedo che sta per chiedermi "perchè?" non trovo altro che rispondergli "questo è niente, adesso è ora che io vada". E' oramai calata la notte, ed è una notte senza luna, persa in questo mare di gocce che continuano a cadere senza sosta. Senza sosta. Il ragazzo mi segue per quella che è la mia strada. E' un diciottenne alcolizzato, lo capisco subito. Lo accompagno al primo bar, gli verso da bere ancora un poco, e mentre quello mi guarda lo anticipo ancora e "amico, ci scommetto che stai per dirmi che adesso è ora che io vada". L'alcolizzato mi capisce, lo vedo dalle sue pupille. L'alcolizzato mi capisce, e non dice niente. Non dice mai niente. Però mi segue, ancora, in quella che è la mia strada. In quella che è diventata la sua cattiva strada.
Ad un certo punto sparisce nel nulla. Rimango solo. Come sono sempre stato, come capisco che sarò sempre. C'è chi può dire che sia un bene, così come c'è chi dice che sia un male. Poco importa. Io so solo che non vi conviene venir con me, dovunque vada, non vi conviene proprio. Ciascuno ha il suo cammino da percorrere, ciascuno ha la sua strada da seguire. Che sia buona o cattiva, contiene comunque un po' di amore per tutti, e tutti quanti vi possono trovare un amore. Io l'ho trovato. Ed è proprio lei. E' la mia strada. La mia cattiva strada.

Le gocce continuano a cadere, lentamente.

[Liberamente ispirato a "Piove" dei Timoria. E a "La cattiva strada" di Fabrizio De Andrè]

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