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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
3 Giugno 2008
HORROR

Il silenzio scende in sala. Il film ha inizio.
Mi sono sempre piaciuti i film horror.
Il piacere di quel brivido che cala lungo la schiena nei momenti più terrificanti, quando il regista riesce finalmente a creare attimi di puro terrore. Il piacere di quella goccia di sudore che cola mentre assisto a scene che mi augurerei rimanessero nella pellicola, ferme su quello schermo gigante. Il piacere di provare paura, almeno al cinema. Paura elegante, paura sottile. Paura gentile. Il film prosegue con alti e bassi, con grida interne ed esternate, con momenti di pausa e di delirio puro. Sussulto, mi emoziono, rido, mi soffermo su un pensiero, stringo le mani a pugno, sorrido, salto sul sedile, sgrano gli occhi. Tutti i colori delle emozioni mi passano davanti agli occhi, fotogramma dopo fotogramma, come se fossero ricordi in punto di morte. Il buio della sala mi avvolge nel suo silenzio immacolato, e mi culla nel calore del suo abbraccio notturno.
Mi sono sempre piaciuti i film horror.
In tutti questi anni, però, ho notato una piccola e lieve mutazione all'interno delle storie che ci vengono raccontate. Se fino a qualche anno fa l'eroe classico era il tipico ragazzone americano che avrebbe dovuto salvare la ragazza di turno dalle mire di uno psicopatico assassino - lo so che è una semplificazione eccessiva, ma lasciatemela fare - negli ultimi tempi c'è stata un'inversione completa della storia. Sempre più spesso, infatti, è la ragazza ad arrivare alla fine del film contusa e ammaccata, ma salva, mentre il ragazzo ahimè muore nel tentativo di salvare stupidamente e cavallerescamente la controparte femminile, o viene semplicemente massacrato nel modo più stupido che lo sceneggiatore abbia ritenuto opportuno. Questo, come ho detto, è quello che accade semplificando il più possibile le storie, senza stare ad osservare se il "cattivo" sia uno psicopatico, un fantasma, un virus letale, uno zombie, una mummia, o una videocassetta che se la guardi dopo sette giorni muori. Non importa. Alla fine, sarà la ragazza a sopravvivere.
Lascio da parte le mie riflessioni, le rinchiudo in un cassetto nel più profondo della credenza delle mie attenzioni, e torno a godermi la pellicola che sta avanzando sempre di più davanti ai miei occhi. Siamo quasi arrivati al punto in cui si capirà qualcosa del passato dell'omicida, per poterne intuire maggiormente le motivazioni. E' uno dei punti caldi della pellicola. Non ricordo nemmeno più il titolo da quanto mi sono lasciato catturare dall'evolversi della storia. Partecipo alle emozioni dei protagonisti, patisco con loro, mi spavento per quello che vedono, urlo silenziosamente per quello che sentono, piango per quelli che cadono. Per quelli che non si rialzano. Per quelli che annegano in pozzanghere di sangue larghe come un letto matrimoniale che non verrà mai più scaldato. Mai più.
Ed è allora che capisco.
Quella che sto guardando non è una semplice pellicola cinematografica, ma è piuttosto una riduttiva rappresentazione della mia vita, l'ennesimo tentativo di guardare dall'esterno quell'orrore elegante sottile e gentile che mi divora da dentro. Sussulto, mi emoziono, rido, mi soffermo su un pensiero, stringo le mani a pugno, sorrido, salto sul sedile, sgrano gli occhi. Vivo. Giorno dopo giorno, in quell'infinito film horror che è la vita quotidiana, sotto i continui assalti del destino. Quando ero giovane il protagonista che avrei salvato al termine di quel film era un ragazzo. Un uomo. Il mio corpo. Non avrei mai pensato di dover salvare nient'altro. Poi il tempo passa, scorrono gli anni e con loro le esperienze di vita. Adesso, so che c'è ben altro da salvare. Una ragazza. Una donna. La mia anima. E così, continuo a guardare, e allo stesso tempo continuo a piangere su quel film che prosegue senza sosta, con alti e bassi, con grida interne ed esternate, con momenti di pausa e di delirio puro. Continuo a guardare il film, ed il buio della mia vita mi avvolge nel suo silenzio immacolato, e mi culla nel calore del suo abbraccio notturno.
Mi sono sempre piaciuti i film horror.
Il piacere di quella goccia di sudore che cola mentre assisto a scene che mi augurerei rimanessero nella pellicola, mentre so che non è affatto così. Non è affatto così. Siamo quasi arrivati ad uno dei punti caldi della pellicola. E della mia vita. L'assassino sta per incontrare faccia a faccia i protagonisti. La tensione aumenta, i pugni si stringono, l'attenzione è assoluta. Qualcuno morirà, qualcuno sopravviverà. Succede in tutti i film horror, lo so. Ma non importa.
Alla fine, sarà la ragazza a sopravvivere.

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