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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
2 Aprile 2007
DESERTO

Doveva andarsene. Scappare. Urlare. Liberarsi di quello sporco che si sentiva addosso, che lo bruciava, lo contaminava, lo serrava. Non gli lasciava spazio. Lontano da quella stanza, lontano da quel parco, lontano da quelle scritte. Lontano da dio.
E pensare che tutto era cominciato nel modo più innocuo, nella maniera più casuale, inaspettata, innocente. Vieni alla mia festa di compleanno? Certo, mi fa piacere.
Poi quella casa. Quel parco immenso. Quell’albergo in ristrutturazione. Quei segni. Quei dettagli. Quegli indizi marchiati a fuoco nel legno e nella natura contaminata dalla follia. Quelle scritte. Quelle scritte impossibili da dimenticare. Quelle scritte dannate. Quelle scritte arcane e misteriose, simulacri di riti dimenticati e oscuri, ma sempre presenti nel più profondo del pozzo dell’inganno. Quelle scritte curiose e ammalianti, affascinanti e terrificanti allo stesso tempo. Maleodoranti. Quelle scritte immerse in un parco antico come la morte stessa. Quelle scritte blasfeme e rinnegate.
Un parco talmente grande per i suoi miseri 14 anni che avrebbe potuto essere il mondo intero. Un parco talmente strano che mai ne aveva veduti di eguali, in precedenza. Un parco talmente oscuro che i pochi sprazzi di luce illuminavano strani ceppi bruciacchiati e disadorni di ogni umanità. Un parco destinato a diventare un ricordo da rimuovere, da dimenticare, da cancellare il più in fretta possibile.
Giochiamo, dai. Vieni qui.
Un gioco innocente che avrebbe potuto finire in modo completamente diverso. Un gioco strano, diverso. Un gioco unico. Facciamolo dai. Vai a prendere le corde, papà? Tu aspetta qui. Aspetta. Ti copro anche gli occhi. È divertente dai. Poi tocca a me. Non avrai paura, vero? Aspetta. Torniamo subito. Adesso arriviamo.
E poi il vuoto. Il silenzio. Oppure no.
L’impressione di sentire voci e suoni che non pensava neanche potessero esistere sulla terra. Ph’nglui. L’impressione di non essere solo, ma circondato da occhi che lo fissavano, lo scrutavano, lo esaminavano. Mglw’nafh. L’impressione di essere destinato a qualcosa di diverso di un innocente gioco in un parco sconosciuto. Fhtagn. L’impressione di essere sul ciglio di un precipizio profondo come la follia più estrema e gelata.
Ma una fortuna, in tutto questo. Non essere solo, ma con due compagni di sventure. Che non potevano infine arrivare in un momento migliore. Cosa stai facendo? Andiamo. Andiamo via. La luce accecante gli cancellò alcune impressioni, ma non tutte. Alcune restarono, albergate com’erano nel più profondo del suo intenso spirito ancora ignaro delle oscurità e perversioni del mondo. E poi la corsa. Quella corsa liberatrice, oltre quel cancello che separava quel parco dalla vita normale. La vita di tutti i giorni. Una corsa da spezzare il fiato, che lo portasse lontano da tutto quello che aveva visto quel giorno. Da quel che aveva sentito, o creduto di sentire.
Quelle scritte. Attaccate agli alberi, bruciate sulle pareti della sua memoria, per l’eternità. Quelle scritte avrebbero torturato i suoi ricordi per sempre, bruciando quei 14 anni di vita e lasciandoli al passato come un foglio annerito dal sole in un deserto arrugginito e dimenticato da dio.
Deserto. Dove l’impossibile diventa possibile.

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