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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
14 Dicembre 2005
SALERNO

Sveglia alle quattro e un quarto per partire alla volta di Salerno. Appuntamento alle cinque e venti sotto casa di Alf per potergli lasciare la macchina. Dieci minuti di coda per ottenere il biglietto al check-in, tra un Harrison Ford e un Paolo Villaggio.

Mi stupisco di me stesso, a volte. Mi ritrovo in bocca parole che non pensavo avrei mai pronunciato, dopo aver pensato pensieri che non sapevo sarebbero potuti essere miei. Cosa mi fa scattare la molla dell’emozione nascosta? A volte credo basti un secondo, un battere di ciglio, una ventata di realismo nel cupo viale della veglia. E scopro immediatamente di essere ancora in grado di comunicare con il mio dio, la mia illusione di essenza superiore, i miei perenni dubbi che conosco per nome, oramai. E quindi sorrido. Un piccolo gesto, una semplice mano tesa, una frase di supporto e tutto passa, tutto muta, tutto scompare. Eccetto un sorriso. Ed è tutto quello che chiedo, null’altro. Un leggero movimento sulle labbra della vita. Una lieve increspatura sulla marea di un oceano in fiore. Che rischia di svanire. Che rischia di morire. Che non potrei sopportare.

Harrison Ford è arrivato e si è seduto davanti a me. Legge un giornale, scartando con calma le pagine già lette, già vissute. Sta masticando qualcosa che odora di menta, con un leggero aroma di sottofondo che mi sembra rosmarino. Di fronte a lui, con l’arroganza che gli viene da una lucente cravatta rossa, siede tra un cespuglio di fogli bianchi il classico ragioniere con valigetta al seguito. Capelli laccati, e braccia in perenne movimento. Un televisore, intanto, trasmette immagini che nessuno nota, complice forse il fatto che è stato privato delle corde vocali. Harrison Ford sa giocare a sudoku, e sorride benevolo ad un passeggino che gli attraversa lo sguardo in un momento di calma. Voci sussurrate tutto intorno. Un bambino parla senza accorgersi che mezza sala si sta interessando ai suoi pensieri ancora puri. Imbarco.

Guardo il mare sottostante, e sorrido. Sorrido perché mi rendo conto di come tutte le nuvole all’orizzonte facciano molta più paura quando le si vedono da lontano, così come una città vista dall’alto acquisisca un fascino segreto che solo gli aironi conoscono. Sorrido e ricordo la gioia provata ogni giorno in cui vi siano state nuvole, nella mia anima, e di come siano svanite al calore del sole nella turbolenza del vento. Una pacifica e pacata distesa blu si stende fino oltre il mio sguardo, a coprire ogni sillaba del mio vestire, a sussurrare ogni lacrima del mio dormire. Luce bianca tutto intorno, siamo sopra il cielo, sopra i pensieri, sopra le preoccupazioni. Gli angeli stessi stanno passeggiando al fianco del mio cuore, e mi stanno cullando e gridando sopra queste soffici colline tutte uguali, tutte candide, tutte incorporee ma allo stesso tempo tangibili. Lascio che il caldo si impossessi dei miei pensieri, e scivolo giù nel frastuono delle voglie latenti, lontano dalla mia vita e da tutto quello che conosco o credo di conoscere.

Ho fatto cambio di posto con Harrison Ford. Seconda fila, finestrino di destra. Niente ala, solo tante nuvole. E la scoperta, inattesa a curiosa, di essere sullo stesso volo di Egidio Astesiano. Quello vero. Le nuvole stanno ora svanendo, lasciando il posto ad una distesa blu, sotto la quale intravedo un’isola. Un’altra, in lontananza. Ancora una. Chiazze scure nel varco di nubi che sta scomparendo. Chiudo gli occhi.

Cosa fa fuggire la sicurezza dagli occhi di un bambino? La paura. L’affanno. La noia. Il dolore. Ai grandi l’amore. La paura scompare, con il trascorrere degli anni. L’affanno diminuisce, con il lento dipanarsi delle stagioni. La noia svanisce, sui battiti dei giorni. Il dolore non è mai esistito, e lo possono testimoniare i secondi. Ma l’amore rimane, ci perseguita, ci assale e travolge quando non lo vorremo neanche conoscere, ci ricorda sussurrandoci nelle orecchie che ogni sillaba pronunciata senza di lui è come una foglia nel vento che mai toccherà il suolo. L’amore è una perenne rincorsa per spiccare un salto che non abbiamo il coraggio di affrontare, è una gara perpetua a chi respira più forte dentro le spire di un uragano, è la folle promessa di un paradiso mancato a cui non è possibile fare ritorno.

Mi è stato assegnato un furgone Ford Transit, col quale ho raggiunto Salerno in meno di un’ora. Qui, facce buone mi hanno supportato in quattro ore di lavoro continuativo per installare e configurare strane macchine con luci curiose che si accendono e si spengono. Sto aspettando il pranzo, e poi si torna a Napoli a riconsegnare il furgone. Non avrei pensato di riuscire a far funzionare tutto. Eppure, quando stamattina ho visto Astesiano, me lo sono sentito. Curioso, vero?

Sono scoppiate tutte le lacrime che portavo dentro, e stanno scivolando giù sulle guance alla ricerca del mare. Sono scoppiate tutte le lacrime e non oso più guardare fuori dalla finestra mentre sta piovendo, per paura di vedere il mio volto senza quelle cicatrici che sto cercando di cancellare con illusioni e speranze. Sono scoppiate tutte le lacrime che non sono mai state mie, e le ho adottate come si accoglie un figlio che nemmeno si conosce, quando non ha nulla in cui sperare, quando non si ha nulla da offrirgli. Sono scoppiate tutte le lacrime, quelle stesse lacrime che fino a qualche ora fa erano di proprietà di qualcun altro, e forse non lo saranno più.

Sono riuscito a perdermi lungo le tangenziali di Napoli, mentre cercavo le indicazioni per tornare all’aereoporto. Pensieri folli di un possibile viaggio di ritorno in volo mi hanno attanagliato lo spirito, ma ho resistito strenuamente. Anche perché, appena congedatomi dal furgone, sono arrivati i miei compagni di viaggio e mi hanno prelevato. Sei ore di viaggio, più un’ora e mezza per la cena in un ristorante di Fabro, e tre soste a vari autogrill. Un totale di circa otto ore di viaggio, alla volta di Genova. Ho ritrovato la macchina, ho portato Alf a casa, e mi sono diretto al mio giaciglio in ufficio. A domani, emozioni perenni che non vedo l’ora di incontrare nuovamente. A domani, solerti compagne di viaggio in questa giornata di ventidue ore che è finalmente finita. A domani, ricordi di ciò che potrei diventare. A domani.

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