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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
26 Dicembre 2004
PAGINE VUOTE - DIECI FIOCCHI

Cade il primo fiocco di neve. Lo inseguo con lo sguardo, cerco di farlo mio. È quasi trasparente, metà bianco e metà del colore stesso dell’aria, e trasmette un odore come di nuvole di passaggio. Lo inseguo con la mente, e lo immagino a sorvolare montagne innevate e coperte di ghiacciai perenni, montagne dimenticate da tutti e destinate a non essere mai segnate da orme umane.
Cade il secondo fiocco di neve. È letteralmente diverso dal primo, come sono differenti il giorno dalla notte. Pare quasi che abbia voluto nascere dal vento invernale un attimo prima che il sole stesso decidesse di tramontare, e si lascia così cullare dal vento che lo porta via. Lontano. Distante dal primo fiocco di neve. Si perde nel vento, e non ha nemmeno la forza di gridare aiuto. È solo. Asseconda i capricci delle correnti aeree, e non può ribellarsi al suo nuovo padrone. È perduto.
Cade il terzo fiocco di neve. Vado con la mente ad un anno fa. Alle diversità e alle esperienze che mi hanno lasciato segni indelebili nel cuore. A quanto la vita sembri ripetersi e allo stesso tempo cambiare anno dopo anno. I sensi di colpa riaffiorano sempre, puntuali come una sveglia programmata male, e mi lascio sopraffare da tutti loro. Sono i benvenuti, in fondo. Come potrei fare, senza di loro? Sarei perduto, come il secondo fiocco di neve. Sarei un fiocco di neve uguale a tutti gli altri fiocchi di neve, mentre dentro di me so benissimo che i fiocchi di neve sono tutti differenti tra loro, che non esistono due fiocchi di neve identici. Perché, poi non lo so. O non lo ricordo, che poi è lo stesso.
Cade il quarto fiocco di neve. È bianco come una qualunque pagina vuota di un libro mai scritto. È bianco come i peccati di un bambino appena nato. È bianco come le note che salgono dal retro della mia stanza fino ad avvolgere ogni singola cellula che mi circonda, ogni tessuto che ricopre la vita di tutti i giorni. È bianco, come lo sguardo di un cieco che scopra d’improvviso che gli stanno cadendo fiocchi di neve sul volto, e si metta a sorridere. È bianco, come la felicità che non esiste, ed è allo stesso tempo la somma di tutti i colori.
Cade il quinto fiocco di neve. Apro la finestra, e lascio che l’aria fresca della sera si adagi sul mio essere, e abbandoni il non essere al calore dei ricordi. Un gatto alle mie spalle fa le fusa, con indisponenza. La volontà comincia a venire meno, e l’ispirazione muore. Aspetto un suono che arriverà tra poco, e mi risveglierà dal torpore che mi sta cullando piacevolmente. Come le fusa di un gatto. Come un fiocco di neve che cada e non lasci tracce dietro di se. Nessuno che sa dove possa essere andato, dove si sia fermato, dove e da chi verrà ricordato. Da un gatto. Da un fiore. Da un cadavere che non si rende conto di essere ancora vivo e rincorre inutilmente il passato.
Cade il sesto fiocco di neve. Una regina di un regno lontano si sveglia da un lungo torpore e chiama i suoi servitori, che accorrono trafelati. Le chiedono che cosa desideri. Sono ai suoi ordini. Come sempre. La regina ha sognato un posto sconosciuto, ed è rimasta addormentata per tre giorni e tre notti per riuscire a capire dove fosse. La regina chiede ai suoi servitori di trovare quel posto. La regina prega dentro di se che riescano a trovarlo, ma questo non le impedisce di minacciarli di mozzar loro la testa in caso di fallimento. Ma sarà tutto inutile.
Cade il settimo fiocco di neve. Ho scoperto di avere una scatola, al mio fianco. È chiusa. Ma si vede perfettamente il contenuto, dato che la scatola è trasparente. Come la mia vita. Come vorrei che fosse, la mia vita. Ma invece, molto spesso, mi scopro a tenere in mano pennelli di colori differenti, e sempre per dipingere quella scatola trasparente che è il mio spirito, e solo per impedire a chi mi sta intorno di riuscire a vedermi dentro. Di conoscermi. Di avvicinarsi a me. Di aprire quella scatola trasparente che è la mia vita. Il mio spirito. La mia, dannata, anima.
Cade l’ottavo fiocco di neve. Rido per il muro dinnanzi a me. Rido per i sussurri che sento nella mia testa. Rido per l’inconsistenza dei sensi dimenticati da dio. Rido per i giorni segnati sul calendario. Rido per i vincoli a cui cerco di sfuggire inutilmente. Rido per l’avarizia e la lussuria, la fede e la virtù. Rido di tutto questo, e ricordo immediatamente che una risata mi seppellirà. Smetto di ridere. Sono appena morto.
Cade il nono fiocco di neve. Rumori di sirene lontane, venute per portare via il mio cadavere. Il mio corpo. Il mio spirito. Le sirene arrivano, e mi portano via con loro, nel più profondo dei mari, là dove nessun pescatore riuscirà mai a raggiungerle, la dove nessun pescatore riuscirà mai a raggiungermi, la dove nessun servitore riuscirà mai a condurre la sua regina.
Cade il decimo fiocco di neve. È ora che il conto si fermi, e la vita prosegua. È ora che i fiocchi di neve si rendano conto che non sono tutti diversi se non lo vogliono veramente. È ora che tutto svanisca, e i miei ricordi con il tutto. Tutto. Bianco. Gatti che fanno le fusa a parte.

[Commento lasciato da Patto il 3 Aprile 2006]
Ciao sono Patto1,
quello buono non come Patto2 quello cattivo. Volevo dire che mi piace molto lo sfondo con vista terminal traghetti, preferirei più la vista via gramsci con un tossico che vomita. ciao.

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