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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
15 Agosto 2005
FERRAGOSTO

Aspettavo questo giorno da un anno. Aspettavo questo giorno da quando, esattamente 365 notti fa, scoprii per la prima volta la bellezza di Genova nel breve dipanarsi di queste ore.
Genova, il giorno di ferragosto, è come uno scrigno che contiene tesori. Pochi osano avventurarvisi, pochi sono coloro che hanno resistito alla tentazione di fuggire via, magari anche solo per poche ore, dalle mura di cemento che li circondano in tutte i giorni della loro vita. Cammino tra questi pochi fortunati e coraggiosi e mi rendo conto di una cosa. Genova, il 15 agosto, non appartiene più ai genovesi.
Le strade sono deserte e silenziose. Sento in lontananza grida di gabbiani, e vedo piccioni volare a bassa quota in un territorio che normalmente è riservato alle macchine ed ai motorini che inesorabilmente sfrecciano via. Ma oggi, di tutte queste macchine e motorini non v’è nemmeno l’ombra. Le strade di Genova sono proprietà dei piccioni e di quei numeri arancioni lampeggianti che compaiono sulla facciata degli autobus, gli unici mezzi che si vedono circolare dopo le 14. Ho quasi la sensazione di vivere in un universo parallelo, se penso che fino a dieci giorni fa queste stesse strade erano solcate da una fiumana di tifosi inferociti che bloccavano il traffico e causavano non pochi disagi a tutti i pendolari che dovevano tornare a casa dopo una dura giornata di lavoro. Oggi, queste larghe strade sono un territorio nuovo, e mi ritrovo ad immaginare che potrei tranquillamente camminarvi al centro senza alcun pericolo. I semafori continuano la loro monotona vita, ma nessuno li guarda in faccia, nessuno avverte il loro eterno cambiare colore, nessuno li rispetta per quello che dovrebbero valere. Nessuno.
Genova oggi non appartiene ai genovesi, dicevo. Si, perché gli unici volti che si incontrano per le strade in questa calda giornata di agosto appartengono a persone straniere. Sui marciapiedi afosi e bollenti vedo proprietari di ristoranti cinesi, praticamente gli unici servizi rimasti aperti, ed enormi zaini sulle spalle di turisti che chiedono indicazioni alla prima persona che incontrano. Spiego velocemente ad un tedesco come arrivare a Palazzo S. Giorgio, e gli lascio la mia cartina dei vicoli che avevo casualmente nella borsa. Mi ringrazia apertamente, e lo saluto guardandolo andare via, con la speranza che il mio gesto di gentilezza possa spazzare via dalla mente di almeno uno straniero il luogo comune sulla chiusura del popolo ligure.
Volgo i miei passi verso il porto antico, e lì la città appare meno deserta, e sempre più invasa dai turisti. Si allontana anche l’ora di pranzo, evidentemente, e allora tutti in giro a guardare il bigo, la sfera di Renzo Piano, l’acquario. Il cielo è limpidissimo, e si specchia sulle onde di un mare piatto e azzurro come non lo vedevo da qualche settimana, oramai. Mi accorgo che cerco di camminare all’ombra perché, non appena finisco sotto i raggi del sole per neanche cinque secondi, mi sembra di esservi esposto da almeno mezz’ora, da quanto faccia caldo. Ammiro sorpreso alcune facciate di palazzi finalmente rimesse a nuovo che non avevo mai avuto la fortuna di notare, nel caos del traffico quotidiano. Osservo ogni singolo lampione e mi rendo conto di come in alcune vie vi siano ancora i cavi per il filobus, e mi ritrovo a pensare che non so nemmeno più da quanto io non vedo un filobus per le vie di Genova. O forse ci sono, e sono io che non me ne accorgo. Eccola, la superficialità con la quale osservo la città in cui vivo.
I vicoli sono percorsi da più poliziotti di quanti ne ricordi in una normale giornata di ottobre. Strano. I negozi sono quasi tutti chiusi, e sulle serrande accuratamente tirate giù spiccano cartelli bianchi con sopra scritte variopinte del tipo “chiuso per ferie”, “riapriamo il 28 agosto”, “buone vacanze anche a voi”, “governo ladro”, “domani aperto”. Anche le grosse catene come Ricordi, FNAC, Mondadori e Feltrinelli sono chiuse. Serrate. Blindate. McDonald, invece, miracolosamente resiste. Uno su due, almeno.
Alla fine, dopo circa tre ore e mezza di passeggio per questo deserto cittadino, decido che è giunta l’ora di tornare a casa, e mi dirigo verso la stazione di Brignole. Entro, e rimango sorpreso dall’enorme quantità di persone che vi sono dentro. Come se tutti i turisti si siano dati appuntamento oggi, a quest’ora, proprio qui davanti all’edicola. Incontro casualmente un amico, che mi svela l’arcano: stanno andando tutti a Koln, in Germania, per la giornata della gioventù, mi sembra di aver capito, e l’incontro con il papa.
Stanco, aspetto l’arrivo del treno, e guardo per l’ultima volta le facciate di alcuni palazzi. Da domani, ne sono quasi sicuro, ricomincerò a non guardarle più...

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