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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
2 Ottobre 2014
GLENN COOPER - DANNATI

Glenn Cooper s'è convinto di poter essere un misto tra Mark Twain e Dante Alighieri.

Partendo da fantomatici presupposti fisici [in pratica: un esemplare di Large Hadron Collider, ma più grosso più bello più fico e solo perché fatto dagli americani] il libro finisce immediatamente nel discorso spiritual-religioso-newage a cui Cooper ci ha già ben abituati con i suoi libri precedenti: viene aperto un passaggio accidentale verso l'Inferno, che è visto come un mondo parallelo dalla stessa conformazione della Terra in cui finiscono tutte le anime al momento della morte, e da lì inizia un'avventura alla ricerca della donzelletta perduta [che in realtà è un fisico delle particelle] da parte dell'eroe berretto verde.
La storia sembra più un pretesto per mettere insieme tutta una serie di personaggi defunti e che l'autore vuole descrivere all'Inferno: incontriamo quindi Enrico VIII, Himmler, Garibaldi, Stalin, il Caravaggio, etc... E tutti raccontano ai protagonisti la storia della propria vita, una sorta di confessione in cui si vantano delle peggiori azioni che li hanno portati in quel posto: alla terza volta, questo espediente narrativo ha già frantumato le palle.

Il protagonista americano, che ovviamente si chiama John, arriva in questo mondo [che è rimasto praticamente fermo a centinaia di anni fa in quanto ad evoluzione] e si mette subito a dare lezioni di tattica militare e di balistica, insegnando a costruire cannoni più potenti e bombe a mano: insomma, una versione potenziata di "Un americano alla corte di re Artù", ma senza la freschezza che Sam Raimi aveva infuso in Ash ne "L'armata delle tenebre".
Ad un certo punto, confesso, la storia e le situazioni mi hanno ricordato di più una versione distorta del viaggio di Elena Gilbert all'Inferno per liberare il suo Grande Amore ne "Il diario del vampiro" [i romanzi, eh, non la serie televisiva: esiste una enorme differenza, ma adesso non posso dilungarmici] di Lisa J. Smith, vale a dire: adesso raccontiamo a orde di lettori la nostra visione di moderno viaggio nell'Ade, e tutto per impartire il solito pippettone moralistico pieno di buoni sentimenti del tipo "siamo all'Inferno ma vogliamoci bene", "siamo all'Inferno ma mostriamo l'onore", "siamo all'Inferno ma uniamoci e preghiamo". Bah.

La lettura scivola via velocemente, perché Glenn Cooper è un ottimo mestierante. Memore di trucchi degni della miglior tradizione feuilleton, il romanzo raggiunge le quasi 500 pagine alternando banali colpi di scena a forzature di trama che a tratti rasentano il ridicolo, e non fanno che farmi rimpiangere quel capolavoro indiscusso che è "Argento vivo" di Neal Stephenson. In più, l'opera di Cooper nemmeno finisce [ovvio: chi non fa una trilogia al giorno d'oggi?] e quindi ora non ci resta che aspettare "Dannati II", il ritorno all'Inferno. O questa volta toccherà al Purgatorio e Glenn Cooper riuscirà a confezionare la sua personale "Divina Commedia" in pura salsa new-age?

Abbiate pietà.

1998


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