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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
4 Aprile 2007
URLA

Graffi. Tagli. Squarci ovunque. Lembi di quercia che lambiscono il terreno come a voler nascondere la natura sottostante. Frammenti di follia bruciata e dimenticata da dio in una radura eletta a tempio di empietà nascoste e maledette.
Urla tutto attorno.
Graffi tracciati da mani disperate. Tagli sulla corteccia che è stata testimone di notti che non avrebbero mai dovuto vedere la luna. Squarci provocati da strumenti di tortura e piacere. Peccato soltanto che il piacere fosse per qualcuno, e la tortura per qualcun altro.
Ancora urla.
Le stesse civette non osano avvicinarsi a quegli alberi, come a voler dimostrare che tutto il mondo sa quello che avviene tra quelle pareti trasparenti che sono delimitate da un percorso nascosto nel parco, celato alla vista di tutti ma praticamente sotto gli occhi di chiunque. Niente civette, niente uccelli che con il loro canto porterebbero allegria e gioia di vivere in qualunque posto poggiassero le ali.
Urla sempre più disperate.
C’è chi chiamerebbe “casa” questo posto, abituato alle empietà più oscure tramandategli da chissà quale convinzione, o per semplice diletto. C’è chi ammirerebbe tutto quello che succede qui attorno per il solo piacere della trasgressione, o della più bieca follia umana. C’è chi scriverebbe racconti su quanto avviene tra questi monoliti di legno per il più puro piacere di provocare brividi lungo la schiena di chi legge, senza far trapelare il fatto che in realtà è tutto vero. Tutto reale. Tutto assolutamente vivo.
Urla di dolore.
Sono un semplice scultore. Mi hanno commissionato una targa in legno, e finisco in questo posto per caso, senza sapere quello che mi si sarebbe parato davanti agli occhi. Davanti alla mente. Avrei dovuto svolgere il mio lavoro e basta, un compito semplice come tante altre volte prima di oggi, ma mi sono bastati pochi sguardi per rendermi conto che questa volta sarebbe stato diverso. Ed in effetti, dovevo rendermi conto che quella scritta era particolare, e che c’era qualcosa di inquietante in tutto quello che mi era stato commissionato.
Urla agghiaccianti.
Consegno il mio lavoro e cerco una scusa per andarmene il prima possibile. No, non mi interessa vedere dove andrà attaccata. Si, sapete, c’è mia moglie che mi aspetta a casa. Devo proprio andare, lo so, mi farebbe veramente piacere assistere al momento del posizionamento. No, veramente. Devo andare. Grazie e arrivederci. Buone cose.
Urla soffocate.
Mi allontano con il gelo nel cuore. Non posso cancellare dalla mente quei graffi. Quei tagli. Quegli squarci che domani saranno ancora allo stesso posto. Ed il problema è che so che altri si affiancheranno ai primi. Altri graffi si uniranno ai precedenti. Altri tagli si intrecceranno con quelli già presenti. Altri squarci disturberanno le tenebre della notte unendosi a quelle urla. A quelle urla.
Urla tutto attorno.
Tornate alla vostra vita quotidiana, perché quello che avete visto non fa parte di voi. Quello che avete sentito ve lo siete immaginato. Quello che avete letto non è vero, non lo è mai stato. Tornate alla vostra vita quotidiana perché il male non esiste, giuro. Era una semplice targa di legno. Signore, ti prego, perdonami. L’impossibile non diventerà mai possibile. Mai. Ma io oggi ho avuto le prove del contrario. Le ho viste con questi miei occhi. Le ho toccate con queste mie rude mani. Le ho sentite con queste mie orecchie.
Urla sconosciute. Fhtagn.

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