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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
7 Settembre 2009
FAVOLA

Lasciate che mi racconti una storia.
E' una storia che risale a tanti anni fa, ma che per un motivo o per l'altro è sempre rimasta chiusa in un cassetto. E' una storia che ha provato a uscire da dove era stata stipata, ma non ha mai avuto la forza necessaria e il coraggio sufficiente per muovere i primi passi, per vedere la luce con le proprie gambe. E' una storia che ho ritrovato sotto troppi centimetri di polvere, e ho infine deciso che è giunta finalmente la sua ora, è arrivato il suo tempo, adesso tocca a lei. E quindi, lasciate che ve la racconti, e che la ricordi a me stesso: tutto inizia così.

C'ero una volta, tanti e tanti anni fa, sotto le spoglie di un ragazzo solo. Avevo tanti amici, è vero, e non ero emarginato dal mondo come purtroppo spesso accade a tanti ragazzi meno fortunati di me... ma non tutte le sfortune brillano sotto la luce del sole. Decisamente no. Ci sono maledizioni che ti si attaccano alle spalle e ti portano via una fetta di normalità che tanto avresti voluto, guardando il mondo intorno a te. Ci sono destini che sembrano beffarsi delle tue volontà e continuano a deriderti senza sosta, incuranti delle lacrime che ogni notte, appena toccavi il cuscino e provavi a prendere sonno, trovavano la loro strada attraverso il buio della tua camera. Dolori ovunque, fitte su tutta la schiena per un male che non avresti voluto, che non riscontravi in nessun altro, che maledivi ad ogni respiro. E le lacrime, incessanti, continuavano a cadere e a rigare quelle lenzuola, notte dopo notte, privandoti del respiro e di quella voce che non risuovana disperata nella tua testa. Quando finirà? Quando diventerò normale? Ogni movimento era un concerto di sofferenze, e non esisteva al mondo una posizione che potesse donarti pace e riposo. La pelle si ribellava alle tue preghiere disperate, e seguiva la sua strada verso quel dirupo fatto solo di ossa, carne e sangue.
"Stai tranquillo, vedrai che poi passa. Ci vuole solo un po' di tempo."
Ma il tempo, a quell'età, si sa: è la peggiore delle punizioni. Un mese assume la durata di un intero decennio, e una semplice pacca sulla spalla come dimostrazione d'amicizia diventava un supplizio destinato a placarsi più di dieci minuti dopo. Giorno dopo giorno, mese dopo mese [e ancora: anno dopo anno], la maledizione non accennava a diminuire minimamente, e la pre-adolescenza aveva oramai ceduto il posto all'adolescenza vera e propria, senza che quel ragazzo trovasse la pace che così ardentemente desiderava. Quella pace che oramai gli pareva quasi un miraggio, abituato com'era a quelle notti insonni passate a urlare a ogni muscolo che si tirava, abituato com'era a quelle giornate in cui un semplice gesto lo rendeva nervoso e lo faceva scattare di paura. Era questo il destino a cui andava incontro? Era questa la vita che gli si profilava davanti, e a cui doveva assistere immobile e senza avere alcuna voce in capitolo?
"Prendi questa medicina, vedrai che guarirai. Vedrai che andrà tutto a posto."
Fu una sorta di fulmine a ciel sereno, dopo così tanti anni di pianti e lacrime a cui nessuno aveva assistito, e che erano rimasti un segreto tra lui e le sue voci interiori. La speranza si era riaffacciata sotto le sembianze di una pillola magica da assumere tre volte al giorno, sotto opportuna ricetta medica. Che fosse la fine di tutto? Forse, in fondo, esiste una cura per ogni male del mondo. Forse, sotto sotto, non esiste malattia o maledizione che non possa venir guarita. Questi erano i suoi pensieri, queste le sue più segrete speranze nei giorni in cui iniziò a seguire quella terapia. Ligio come un condannato a cui viene posta davanti agli occhi la possibilità di salvezza, un magico elisir di resurrezione dalla morte, il ragazzo seguì alla lettera ogni indicazione, e il miracolo infine avvenne. Il corpo reagì. Le ferite che aveva accumulato negli anni poco per volta iniziarono a rimarginarsi, a chiudersi. Non sparirono certo del tutto, restava qualche cicatrice a testimoniare che non si può togliere un quadro da un muro senza che rimanga il buco del chiodo che vi era fissato fino a pochi istanti prima, ma poco importava. Poco gli importava. Era talmente felice che faticava a capire quelle strane sensazioni che iniziarono poco per volta ad assalire la sua mente, il suo subconscio. Non ne aveva mai provate prima di simili, e non riusciva a comprendere da quale angolo del suo cervello potessero arrivare, ma quello che importa è che c'erano. Erano lì, ben presenti, e non accennavano a volersi spostare nemmeno di un centimetro. Il ragazzo smise quindi di seguire la cura prescritta, e non passo molto tempo che quel farmaco miracoloso fosse bandito perchè causava crisi depressive che, nei casi peggiori e più sfortunati, avevano portato direttamente al suicidio.

Non sempre esiste il lieto fine, non sempre "e vissero felici e contenti" compare a carattere gotico sullo schermo di quel cinema infinito che è la nostra vita. Cosa ne fu di quel ragazzo, cosa ne fu di me? Ecco: io sono qui a raccontarvi una storia di tanti anni fa, una storia inutile, una storia che risuona nel silenzio delle notti e che va a raggiungere ancora tutti quei solchi sul cuscino che non scompariranno domani. Io sono qui a scrivere parole vane per ricordare a me stesso che ogni tanto fa bene togliere la polvere da vecchi racconti, da vecchie vicende. E lui? Che fine ha fatto quel ragazzo? A volte lo immagino ancora abbracciato a tutte le sue lacrime, con la rabbia per un male che non scompare e la speranza di vedere finalmente l'alba di un nuovo giorno. A volte lo penso ancora spaventato dal contatto con il mondo. Altre volte lo vedo come se rifiutasse ogni medicina mentre si ripete all'infinito "vedrai che poi passa, vedrai che poi passa, vedrai che poi passa". Ma la verità, in fondo, credo che sia una e una soltanto: è stato più forte di me, e ora non si accontenta più di raccontare vecchie storie nel cuore della notte: oramai lui vive la sua vita felice e sereno, accettando tutte le pacche sulle spalle come segno di quello che realmente sono. Quel ragazzo è riuscito a sconfiggere se stesso, e ne è uscito a testa alta.
Adesso, non è più solo.

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