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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
29 Giugno 2009
CREVARI INVADE

Non tutti i festival estivi nascono dalla passione per la musica: alcuni hanno qualcosa in più.

Arrivare al Crevari Invade non è così facile come possa sembrare. Anzitutto, non bisogna puntare a Crevari, ma a Campenave. E questo perchè, d'altra parte, se si chiama Crevari Invade ci sarà pure un motivo, no? Ed evidentemente chiamarlo Campenave Invasa non era altrettanto allettante, anche se le iniziali sarebbero rimaste le stesse. Comunque, una volta raggiunto il capolinea dell'autobus a Campenave, bisogna ancora percorrere una decina di minuti a piedi attraverso sentierini di campagna puramente liguri, di quelli con le case attorno in principio, e poi fasce con ulivi fino a che non si sentono le prime note della festa, in lontananza. Ecco, quando si sentono le note si è circa a metà strada. Il sentiero a ciottolati diventa ben presto sterrato, ma una volta affrontata l'ultima ripida salita si è finalmente arrivati.

La prima cosa che ti accoglie, quando arrivi a Crevari Invade, è l'odore delle focaccette. Ovunque, nell'aria, si respira questo profumo di sapori praticamente dimenticati, che riportano la mente ad atavici ricordi di qualche sagra paesana a cui si aveva partecipato da piccoli, con i genitori o gli zii lontani [quelli che raccontano barzellette per tutto il tempo, a sfondo sessuale, e che tu povero bambino ancora non capisci]. Crevari Invade è una di quelle feste in cui ci si siede ad un tavolo, e si mangia fino al tramonto in mezzo a gente sorridente, cuochi in lontananza che dialogano tra loro in dialetto mentre ti preparano il pasto, e qualche sorta di musica in sottofondo. Certo, per mangiare bisogna anche armarsi di tutta la pazienza disponibile, per sopportare la coda infinita di centinaia [più di due, non sto esagerando] di altre persone che hanno avuto la tua stessa idea, ma in fondo poco importa: è l'atmosfera che vi si respira, la cosa importante. Una sorte di filo che unisce e porta serenità, in queste calde serate di inizio estate.

E se in quelle feste d'infanzia l'orecchio non prestava ancora troppa attenzione alla musica, adesso è diverso. Adesso uno dei motivi che spingono a raggiungere questa festa, che comunque sarebbe riduttivo limitare al suo aspetto musicale, sono proprio i gruppi che suonano. E così, nella serata di venerdì 19 giugno, assistiamo alla salita sul palco dei Superstereo, combo rock dalle influenze funk, caratterizzato da un doppio cantato che a tratti sembra un po' troppo fuori dalle righe [soprattuto la voce femminile]. Sarà colpa della digestione in corso, ma questi ragazzi convincono poco e anche la gente li guarda con un po' di sospetto: non è ancora arrivato il momento di danzare. Dopo di loro è la volta dei The Hens' Fear, che già riescono ad ottenere più partecipazione dai presenti che poco per volta si avvicinano sotto il palco, ma ancora non si lanciano in danze sfrenate. Ed è un po' un peccato, perchè il repertorio blues e soul che il gruppo propone è di tutto rispetto, e la non più giovane età di alcuni componenti è solo l'ennesima dimostrazione [e la conferma] che la passione per la musica va portata avanti sempre, senza remora alcuna, danzando sul palco anche se il pubblico è fermo e incuriosito. La serata si conclude quindi con lo show degli SconVoltri, con il loro ska con venature rock che va a colpire melodie note e ben ferme nella memoria dei presenti, personalizzandole e rendendole immediatamente ballabili e fruibili da chiunque. I cori da stadio iniziano a sprecarsi, e la musica allegra ha finalmente il sopravvento anche sui più addormentati: è uno spettacolo di danza vero e proprio, quello a cui si assiste nella piazza del Crevari Invade.

Quando infine giunge il momento del ritorno a casa, lo sguardo cerca ancora di posarsi un'ultima volta su quella piazza dal sapore dimenticato, su quel palco tutto adornato con cartelloni delle edizioni passate, su quegli stand che distribuiscono birra agli assetati, su quei ragazzi che vendono magliette a tutti coloro che vogliono portarsi via l'illusione di avere un pezzo di quella serata ancora con loro, nelle serate successive. Lo sguardo è triste, perchè il cuore ha ritrovato per una sera lo spirito dimenticato di un qualcosa che credeva perduto per sempre. Ma quello sguardo è allo stesso tempo felice, perchè ha avuto la certezza che alcune cose non cambiano mai. E Crevari Invade, in fondo, è qui a Campenave proprio per ricordarlo a tutti noi.

[Commento lasciato da Jack il 30 Giugno 2009, 12.57]
"Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il proprio lavoro al nostRo giudizio. Prosperiamo grazie alle recensioni negative, che sono uno spasso da scrivere e da leggere, ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose anche l'opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale."
J.

[Commento lasciato da Pazuzu il 30 Giugno 2009, 14.09]
Facile?
Tutt'altro. Fare critiche non banali, costruttive, ed esteticamente appaganti non solo è difficile, ma quasi impossibile. Inoltre: una critica non è mai cattiva, ma dipende tutto dall'occhio che la legge. Detto questo, io non mi ritengo AFFATTO un critico, ma un partecipante.

E poi, in fondo, ammettiamolo: una critica ad una critica è ricorsivamente inutile.

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