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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Maggio 2000

14 maggio 2000
O DIO

Rancore addosso
istinti liberati
odiare adesso
senza volere
e nemmeno sapere
se ne valga la pena.
Cosa dire, come fare
farsi capire
senza ferire
ma cosa importa
non devo mica
dimostrare qualcosa.
Caldo e freddo
rabbia e amore
malato d’onore
senza volere
e nemmeno sapere
la ragione, la ragione.
Streghe al rogo
dannati bannati
sentimenti lontani
la testa che scoppia
il cuore che soffre
per me, non solo per me.
Vedere il dolore
sapendo che viene
e mai se ne andrà
cercando di dimenticare
anche se
anche se ci fosse il sole.
Domani ancora
domani per sempre
sempre e ancora
perché il sacrificio
non sia dimenticato
non sia stato vano.
Lasciarsi alle spalle il passato
per crescere, per vivere
non solo per dimenticare
e l’inferno sale
sale fino a me
e non mi lascia più.
Caricarsi per andare avanti
come bestie da soma
come muli condannati
a restare per sempre
bestie da soma
strumenti di peso.
E non sapere
alla fine del mondo
che non si vive
per piacere a qualcuno
per ricevere amore
o per giocare con la vita.
Come se tutto il giorno
piovesse a dirotto
acqua e tedio
e niente per far capire
per far notare
l’odio che sale.
Rancore addosso
istinti liberati
odiare adesso
senza volere
ma forse sapere
che ne vale la pena.

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10 maggio 2000
SENTENCED

Un messaggio insolito. Una richiesta d'aiuto.
Il Gatto Fenriz doveva ricorrere nuovamente ai suoi archivi per aiutare un amico. Doveva far luce su un gruppo che gli stava particolarmente a cuore. Lo avrebbe fatto volentieri.
Aprì il vecchio grimorio impolverato e iniziò a leggere.

Dal Vangelo Apocrifo Secondo Pazuzu:

SHADOWS OF THE PAST (1991)
I Sentenced nascono con questo album, e il parto non è decisamente dei migliori. Si tratta di un banale death cadenzato per nulla melodico e senza spunti interessanti, che pertanto si perde in mezzo alle mille altre band dell'epoca. Pubblicato dalla francese Thrash Records, è stato successivamente ristampato nel 1995 dalla Century Media includendo il demo "Journey to Pohjola" del 1992. Se non siete dei fans sfegatati del gruppo, state alla larga da questo disco!

NORTH FROM HERE (1993)
In questo album iniziano a venire fuori le componenti melodiche e NWOBHM che caratterizzeranno il successivo full-length "Amok". È sempre death, ma stavolta le idee ci sono e si sentono! Inizia inoltre a spiccare il talento musicale di Miika Tenkula alla chitarra. In altre parole, la brutalità degli esordi lascia uno spiraglio aperto alla melodia. Registrato per la Spinefarm e successivamente ristampato dalla Century Media, questo disco merita sicuramente un ascolto. La nascita dei northernost killers è da cercarsi qui!

THE TROOPER (ep) (1993)
Questo singolo va ricordato più che altro per la cover degli Iron Maiden, che chiarisce una volta per tutte le principali influenze del gruppo finlandese. La cover è resa decisamente più brutale ma non si decide a brillare di vita propria. Gli altri tre pezzi seguono le orme dell'album precedente, senza aggiungere o togliere nulla. Peccato. Il tutto ancora sotto l'ala protettrice della Spinefarm, che comincia ad andare stretta ai quattro killers.

AMOK (1995)
Il vero ed ineguagliato capolavoro dei Sentenced, l'album che ha segnato il passaggio sotto Century Media. Il death delle origini è stato mescolato con dosi di pura NWOBHM realizzando così un mix perfetto di accattivante cattiveria e schietta melodia. L'estro chitarristico di Miika Tenkula pervade l'intero album, ed è impossibile dimenticare canzoni quali "nepenthe", "new age messiah" o "moon magick". Se vi fate sfuggire questo album non saprete mai che cosa vi siete persi... vi ho avvisati! Da avere assolutamente!

LOVE & DEATH (ep) (1995)
Questo semplice singolo di 5 pezzi è un leggero passo indietro rispetto al precedente "Amok", in quanto l'amore per la melodia riceve un piccolo colpo e i brani non sono più immediati e assimilabili al primo ascolto, a discapito del feeling d'impatto che si era raggiunto. Curiosità: è presente la cover "white wedding" di Billy Idol. Va ricordato inoltre che questo è l'ultimo lavoro registrato col cantante Taneli Jarva, all'epoca al lavoro anche con gli Impaled Nazarene.

DOWN (1996)
La svolta melodico-depressa dei Sentenced inizia con questo album, facilitata dall'arrivo dietro il microfono di Ville Laihiala. Una voce pulita, non più screaming, che arricchisce di pathos e di tristezza le composizioni del gruppo finnico. Sono canzoni come "noose" e "keep my grave open" che lasciano il segno, con un inizio trascinante e le linee di chitarra e basso che si rincorrono e giocano per tutto il tempo. Il death degli esordi è completamente sparito. La porta della malinconia è stata aperta...

GREATEST KILLS (1997)
Questo "best of" raccoglie brani da tutti i precedenti lavori, compresi alcuni episodi del primo disco che sinceramente stonano un poco. Ha il pregio di includere tutte le canzoni presenti su "The Trooper" (che non era stato ristampato ed era oramai introvabile). Contiene il brano inedito "no tomorrow" che però non aggiunge niente a quanto i Sentenced avessero già detto su "Down". Perché non pubblicare un live piuttosto? Solo per i fans!

FROZEN (1998)
Le composizioni depresse aumentano, il ritmo rallenta e l'impatto inizia a dissolversi gradualmente. I Sentenced sembrano involvere più che progredire, e il disco scivola via con una sensazione di "dejavu'" e di insoddisfazione terribile. Sono pochi i brani che si ricordano immediatamente, e si comincia a rimpiangere il vecchio Taneli Jarva alla voce. Un album di passaggio, dalle potenzialità sprecate. Esiste una versione limitata di questo disco con quattro cover, tra cui va segnalata "digging the grave" dei Faith No More.

CRIMSON (2000)
Preceduto dal singolo apripista "Killing me killing you", questo album è un ulteriore rallentamento del sound dei Sentenced. I brani si allungano e si dilatano, le pause strumentali sembrano aumentare come se volessero aggiungere dei momenti di riflessione nelle composizioni. Si potrebbe quasi parlare di dark metal, se le limitazioni vocali di Ville Laihiala non facessero pensare ad un mezzo passo falso. L'impatto dov'è finito? Bersaglio mancato di striscio.


Formazione fino a "LOVE & DEATH"
Taneli Jarva – vocals
Miika Tenkula - lead guitars & bass
Sami Lopakka - rhythm guitars
Vesa Ranta – drums

Formazione da "DOWN"
Ville Laihiala – vocals
Miika Tenkula - lead guitars
Sami Lopakka - rhythm guitars
Vesa Ranta – drums
Sami Kukkohovi – bass

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10 maggio 2000
IN THE WOODS... - THREE TIMES SEVEN ON A PILGRIMAGE

Tre volte sette. Un titolo curioso per l'ultimo lavoro degli In The Woods..., che raccoglieva i tre "sette pollici" pubblicati negli anni passati. E questi norvegesi sembravano proprio voler giocare con i numeri in questo loro disco numero quattro, che sommato ai tre singoli raggiungeva proprio la magica quota sette. Tre volte sette. Ventuno. Due più uno. Tre. Il numero perfetto.
E perfetto sembrava anche l'album, al punto che il Gatto Fenriz si chiedeva cosa mai ci poteva essere nell'atmosfera in Norvegia per far uscire gruppi geniali come i Motorpsycho, i The 3rd And The Mortal, e appunto gli In The Woods...!
Recensire questo disco significava in un certo senso gettare uno sguardo su tutta la carriera passata, perché racchiudeva in se l'evoluzione subita e creata dai tempi di "HEart Of The Ages", quando ancora il suono richiamava quegli eccessi black metal che erano invece cominciati a svanire nel successivo "Omnio", per essere soppiantati definitivamente dalle melodie acide e psichedeliche di "Strange In Stereo".
Quattro dischi, che erano sempre stati intervallati dall'uscita dei sette pollici. Il primo, "White Rabbit", conteneva l'omonima cover dei Jefferson Airplane e "Mourning the death of Aase" (dedicata ad Edvard Grieg, da sola meritava l'acquisto del disco!), una rivisitazione di una canzone apparsa sul primo disco, stravolta per l'occasione dalle gelide, lancinanti e in un certo senso erotiche qualità vocali della straordinaria singer.
Il successivo singolo "Let There Be More Light" (la cover dei Pink Floyd) preannunciava quello che sarebbe stato il sound del terzo disco, ed era quindi più acido e oscuro. L'altro brano "Child of universal tongue" vantava un suono meno immediato, perché racchiudeva un senso di fatica, di melodia che soffre per uscire fuori, che si agita ma sembra non riesca a farsi notare.
Il terzo e ultimo mini "Karmakosmik" era una vera e propria bomba. Persa un po' di quella acidità ossessiva dell'album precedente, riapriva la strada ad una triste melodia sempre condita dal doppio cantato maschile e femminile e da linee di chitarra che soavemente districavano l'intera composizione. "Epitaph", la cover dei King Crimson, non era da meno ma anzi esaltava ancor di più quella sensazione di triste tranquillità (chi ha detto o pensato "prati verdi e cagnolini" non potrebbe essere più lontano dalla verità!).
Quattro brani nuovi infine completavano il nuovo disco. Un'intro strumentale, che aveva le sorti di aprire le danze all'intero lavoro, basata su una chitarra liquida e cosmica che navigava all'interno dello spazio artistico creato dagli In The Woods..., uno spazio che partiva direttamente dagli anni '70 e portava a "Empty room", song dapprima lenta ed evocativa che poco per volta cresceva e cresceva, fino a scoppiare in urla di dolore e rassegnazione placate solo in un secondo tempo da una voce ora angelica ora alienata. Erano inoltre state aggiunte delle basi campionate quasi trasparenti che si fondevano e quasi scomparivano tra le chitarre, per poi ricomparire nella canzone "Soundtrax for cycoz", più inquietanti di prima, più oniriche che mai.
Il disco infine si chiudeva con "If it's in you" di Syd Barret, dallo struggente inizio pizzicato e dai suoni decisamente retrò. Per trovare l'anima degli In The Woods... bisognava infatti andare indietro di almeno trent'anni, quando in giro c'erano ancora gruppi quali gli Hawkwind, per capire il senso della melodia e il gusto di fare musica che traspariva dalle nuove composizioni. Ipnotiche sperimentazioni sonore. Decisamente ammalianti.
Era la musica che comandava, al punto che gli In The Woods... in passato non avevano mai pubblicato nei booklet le loro foto. Nei primi album erano invece raffigurate immense distese boscose colpite da luminosi raggi solari o coperte dalle più oscure tenebre. Si dava così la parola ai suoni, alle emozioni che immancabilmente riuscivano a trasmettere con quelle canzoni che entravano nell'anima per non uscire più. Solo in "Strange In Stereo" erano comparse per la prima (ed unica) volta i volti dei norvegesi. Ora erano nuovamente scomparsi.
Quattro brani nuovi, quattro cover. Il disco numero quattro. Tre volte quattro, tre volte sette. Il Gatto Fenriz spense lo stereo, si alzò e si diresse verso il salotto. Era appagato di quell'ora abbondante di musica, ma adesso accese la TV e avviò il televideo. La pagina 777 lo stava aspettando...

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10 maggio 2000
CEMETARY 1213 - THE BEAST DIVINE

Massiccio. Così si presentava al primo impatto il nuovo album dei Cemetary 1213, ed il Gatto Fenriz ne era pienamente soddisfatto. Seguiva il gruppo da quando si chiamava semplicemente Cemetary, e aveva continuato ad interessarsene quando avevano cambiato nome in Sundown, pubblicando quel noto capolavoro di "design 19".
"The beast divine" apriva adesso il massacro con "the lighting / firewire", canzone che chiariva l'evoluzione subita dal gruppo capitanato da Mathias Lodmalm nel corso degli anni: chitarre distorte e aggressive che danzavano attorno alle vocals ora screaming ora pulite che sfociavano nel distorto e filtrato in alcuni passaggi. La matrice era chiaro metal svedese, della scuola che aveva partorito i Tiamat di "Clouds" e sicuramente ispirato anche i primi Sentenced. A tutto questo in alcune canzoni erano state aggiunte parti elettroniche che non snaturavano affatto il suono ottenuto, impreziosendolo anzi con nuove trovate e anthems che entravano nella testa per non uscire più. Brani trascinanti, guidati spesso e sovente da una batteria fuori dalle righe che intrecciava il ritmo con riffoni di chitarra da cardiopalma.
Ma non tutti i brani erano iperveloci; alcuni presentavano pause riflessive e cadenzate che avrebbero fatto muovere la testa anche ad un profano. E inoltre come si poteva dimenticare "antichrist 3000", una composizione ambiziosa che ricordava i Samael di "Passage", con le sue linee industriali, e andava oltre proponendo uno sconvolgente ritornello filtrato-urlato...
Il metal proposto dai Cemetary 1213 in certi momenti strizzava l'occhio anche a certe nuove mode new metal, ma senza inutili pacchianate o trovate commerciali. Che cosa si poteva chiedere ancora?
"The beast divine" era solo il primo atto di una trilogia musicale che avrebbe impegnato il gruppo negli anni a venire. Il Gatto Fenriz aspettava fiducioso.

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