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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
21 Ottobre 2004
PAGINE VUOTE - INTRODUZIONE

Sono l’ultimo uomo rimasto sulla terra. L’ultimo vivo.
Intorno a me vedo camminare orde infinite di morti viventi, persone che si accalcano e si spingono per riuscire a raggiungere l’ultimo oracolo di vita che è stato loro promesso da qualche dio maligno e beffardo, per dar loro l’impressione di essere ancora vivi, per dar loro l’illusione di non essere già morti. Le strade ne sono piene. Camminano, parlano tra loro, comunicano nel loro linguaggio oramai a me ostile, ma non un pensiero pulito e genuino esce dalle loro menti, non un gesto è originato dalle loro vere volontà.
Ho paura. Ho paura a camimnare tra loro. Ho perfino paura a rivolgermi ad uno solo di essi, perché ho paura di essere riconosciuto come un "non morto", uno che non fa parte della loro realtà. Ho paura di tutte le conseguenze che potrebbero conseguirne.
Sono io ad essere ancora vivo? Credo di si. Penso, dunque sono.
Ma cosa sono? Analizzo tutti i miei pensieri più profondi, e scopro che vi sono ancora tutti quei dubbi e quelle paure che hanno sempre accompagnato la mia esistenza, da quando ricordo di aver avuto coscienza. Ho sempre il dubbio di non fare la cosa giusta. Ho ancora il dubbio di essere sempre io a sbagliare qualcosa, nei miei rapporti con le altre persone. Ho il dubbio di essere sempre io a sbagliare tutto.
Come sempre, mi rispondo che già l’avere il dubbio è importante. Vuol dire che almeno mi rendo conto che ho qualcosa che non va. Che potrei cambiare. Che potrei migliorare. E poi?
Sono proprio io ad avere qualcosa che non va? In fondo, sono l’ultima persona viva rimasta sulla terra. E per chissà quanto.
Scrivo queste pagine vuote nella speranza di riuscire, un giorno, a trasmettere un po’ di vita nello spirito di qualcun altro. Spero che veramente, prima o poi, le cose cambino e la realtà torni ad essere quella che è sempre stata prima di questo intimo apocalisse interiore.
È brutto essere soli. È triste non avere nessuno con cui parlare, nessuno con cui confidarsi. Ma che senso avrebbe parlare con dei morti camminanti? Tanto varrebbe, allora, assumere una lapide di cimitero come proprio psicoanalista personale. Almeno, starebbe ferma, lei. E otterrei da lei le stesse risposte che sono già dentro di me, che so già essere giuste.
In fondo, quindi, non mi posso certo lamentare dello stato delle cose. Sono ancora vivo, almeno.

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