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Daniele Assereto
Daniele
Assereto


 
Gennaio 2002

27 gennaio 2002
LIBERTÀ

Libera una tigre
dalla sua gabbia d’argento
e lascia che rincorra
le nuvole dei suoi timori,
libera un gabbiano
dalla sua prigione dorata
e inseguilo fino al mattino
finchè fiato avrai nel corpo,
libera la tua mente
da tutte le sue idee
e dimentica le tue paure
che non esistono,
è il vento che te lo chiede
è il mare che ti ascolta,
non lasciare che tutto scorra
senza scriver la tua firma.
Ricorda che la tua vita
è un soffio in una tempesta,
diventa una tigre
che fugge dalla sua gabbia
e diventa un gabbiano
nel sole del mattino,
prima che tutto scivoli via
e trascini con sè
la vergogna di quel che sarai.

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26 gennaio 2002
NOTTE

Ridi pure
finchè fiato avrai nel corpo,
e continua la tua finta vita
costruita su specchi graffiati
e logori dal tempo,
perché cadrà prima o poi
quel giorno maledetto
in cui tutto svanirà,
sotterrato dalla consapevolezza
che sei rimasto da solo
in una città straniera
dove tutto scolora,
ed il domani
non avrà più senso
perché non avrai più niente
su cui fare affidamento.

Cogli il fiore quando sboccia
ed insegui sulle ali del vento
il soffio del tuo cuore
ed il respiro di Dio,
per non trovarti prima o poi
su di un cuscino fradicio
dalle tue lacrime amare,
sgorgate una sera
al ritorno a casa.

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21 gennaio 2002
ASPETTA

Aspetta
che il vento ti sfiori il viso
e soccomba
tra nuvole di dubbi
e perplessità.

Ti spetta
il richiamo del vento
succube delle volontà
di un dio malato
che non può sopportare
le paure dell’anima.

Rispetta
e cerca di sperare
che il fuoco ti sfiori il viso
prima che scenda la sera
e crollino le verità
che rifiutasti un giorno d’estate
quando le vestigia del tuo cuore
crollarono sotto il peso
del tuo bicchiere vuoto.

Aspetta
il suono del tuo strumento
di felicità,
e costruisci il tuo passato,
e inventa il tuo futuro.

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20 gennaio 2002
SPECCHIO

Ciao
spicchio di luna
che splendi nel cielo,
tu mi guardi di lassù
e vedi tutto
osservi dentro il mio spirito
e leggi persino
quel che io stesso ignoro.
Vorrei avere prima o poi
la tua conoscenza di me
per sapere quel che penso
quando sono confuso
e per sapere quel che temo
e non oso confessare.

Ciao
spicchio di luna
ti ricordi quel giorno
in cui rincorsi piangendo
il vento d’estate
inseguendo i miei sogni
e la dura realtà
mi crollò addosso
con la strana consapevolezza
che non sarei più stato lo stesso
da quel giorno in poi.
È duro accettare
la realtà che viene dal cuore,
le emozioni di una sera
si protrarranno per molto
prima che il fuoco
le bruci con sé
in un tiepido mattino primaverile.
Quel che è stato è stato
e quel che è dato è dato
ma il mio spirito
è ancora pieno,
saturo di sensazioni
che non spariranno
al sorgere del sole
con lo sciogliersi dei ghiacci
o nelle maree che sorgono.

Ciao
spicchio di luna
io sono la zona buia e oscura
che ti è di fianco,
ciao
spicchio di luna
io sono la tenebra
che alberga in te
e non sai di avere,
ciao
spicchio di luna
io sono quel che sono
e quel che non sarò mai,
ma tu continua
a guardarmi di lassù
e veglia su di me
prima che il vento
porti via le nuvole
dal cielo di sempre.

Addio
specchio di luna
è stato bello conoscerti
ma il tempo mi chiama
ed io
ora non ne ho più.

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15 gennaio 2002
LA BALLATA DEL CUORE DI DIO

Narrami ancora
o menestrello fatato
e conducimi fin dove
tu sia o non sia stato,
affinchè la mia vista
possa essere appagata
e affinchè il mio cuore
abbandoni questa landa desolata.
Raccontami ancora
una delle tue storie
di vita vissuta
o solamente immaginata,
una storia tremenda
e allo stesso tempo serena
come quelle scogliere altissime
che si specchiano su di un limpido mare.
È la sola tua presenza
che porta benessere,
e la tua ostentata allegria
sull’essere e non essere,
la tua voce sopra tutto
e le note con lei,
oh, come vorrei che il tempo si fermasse
come vorrei che tu non ti fermassi mai.
Ma il destino ti è avverso
lo so e lo rimpiango
perché capisco la tua sorte
di eterno ramingo
condannato da un dio
mai amato e conosciuto
a vagare per la terra
senza fermarti un minuto.
Tu porti il nome della serenità
è scritto nelle tue parole
ma è un dono destinato
solo agli altri, solo a noi,
ed il tuo viaggio continua
tra una lacrima ed un sorriso
incurante del maltempo
e delle rughe sul tuo viso.
Narrami ancora
o menestrello fatato
una delle tue storie
di vita immaginata,
e ricordati di me
quando solcherai quel mare,
ricordati di me
dall’alto di quelle scogliere.

Questa è la storia
di un granello si sabbia
che un giorno decise
di essere qualcuno,
di voler contare qualcosa
e non semplicemente essere contato.
Ma la natura è sadica
e non sempre si ottiene
quel che si vuole
sperando soltanto
che le cose cambino
prima che cambiamo noi.
E così il granello
sommerso nel deserto
non venne notato da nessuno,
perché la diversità
era solo nella sua mente,
era solo nel suo cuore.
Passarono gli anni
e con essi la speranza
ma il granello non si arrese
perché dentro di sé
era certo, convinto, e sicuro
di voler essere un altro.
Poi venne la siccità
che corrose anche il deserto
e lo disperse in un momento
sulle fragili ali del vento
fino ad una terra lontana
primitiva e abbandonata.
Fu solo lì che il granello
si accorse di essere solo,
di aver perduto la sabbia
tutta intorno a lui
e con essa i suoi compagni,
e con essi il suo cuore.
Questa è la storia
di un granello si sabbia
che un giorno decise
di essere qualcun altro,
di andare contro natura
e non essere se stesso.
Questa è la storia
di un granello si sabbia
che perse l’identità,
mantenne l’ambizione,
dimenticò gli amici
e non fu più lo stesso.

Questa è la storia
di un prato fiorito,
una distesa enorme
colma di felicità
e di gioiosi cagnolini
che abbaiando correvano sereni.
Un’oasi di pace
per l’animo stanco,
una cura per i dolori
dello spirito affaticato,
un piacere per gli occhi
dei fortunati prescelti.
Ma dove si trova
questo spettacolo divino,
come si può raggiungere
questo paradiso terrestre
che ci fu proibito
per il seme del peccato?
È dentro di noi,
dentro le nostre idee,
parole e convinzioni,
e germoglia ogni giorno di più
proprio come un prato fiorito
stracolmo di cagnolini.
Questa è la storia
di un prato fiorito
cresciuto dentro l’anima
di uno spirito puro
che racchiudeva dentro di sé
dolore e felicità.

Narrami ancora
o magico menestrello
le gesta dei tuoi eroi
disillusi,
e conducimi a quella fonte
ove un giorno si dissetò
un cervo impazzito
dal dolore
e dalla gioia,
e conducimi a quella fonte
ove un giorno un cacciatore
abbandonò il suo fucile
e colse il primo fiore
sbocciato da una lacrima.
Narrami ancora
o magico menestrello
le gesta dei tuoi eroi.

Questa è la storia
di un ragazzo perduto
che scriveva parole
convinto di dialogare con Dio
e con la sua anima,
un ragazzo malato
delle sue convinzioni
che un giorno si perse
nei labirinti delle nuvole,
nei fiumi delle stelle
e nei sorrisi degli alberi.
Lunga è la strada
necessaria per essere sereni
come una giornata d’estate,
lungo è il cammino
da percorrere da soli
per comprendere i segreti
delle formiche e dei palazzi,
del tramonto inebetito
e del pianto di una conchiglia.
Ma la soluzione è sempre lì
davanti a te, ai tuoi occhi, al tuo cuore
nelle parole dei compagni e nei pensieri dei nemici
nei sorrisi del vento ululante
e nel silenzio di una penna che scrive.
Un ramo che si spezza
fa meno rumore
di un urlo del cuore,
un cuore malato
delle sue convinzioni
che non esistono.
Questa è la storia
di un ragazzo perduto
che cercava la strada
per raggiungere Dio
nuotando controcorrente
senza accorgersi nemmeno
che Dio era lì,
il Dio che cercava,
bramava e piangeva,
Dio era già al suo fianco
e anche lui cercava,
bramava e piangeva
per il dolore del suo ragazzo.
Questa è la storia
di un ragazzo perduto
che alla fine di una giornata
ritrovò le sue parole
in una penna che scrive.

Questa è la storia
di una croce di legno
piantata su di una collina
spoglia ed isolata.
Tanto sangue sulle sue radici
sgorgato dalle vene recise
di tutte quelle vite
che aveva distrutto
con la sua forma malvagia,
il suo carico d’odio
e la sua anima disincantata.
Questa è la storia
di una croce di legno
che sapeva dentro di sé
di essere innocente
ma assisteva impotente
alla follia di uno, di tanti,
troppi volti disumani
che mandavano a morte
i loro stessi fratelli.
Schegge di salice
e istanti di dolore
si susseguivano senza pietà,
alba dopo alba
incuranti di Dio,
tramonto dopo tramonto
sicuri di quella certezza perduta
di chi ha smarrito la fede.
Questa è la storia
di una croce di legno
bruciata e stuprata
da tante lacrime di ferro
chiamate chiodi,
e con una sola,
grande e tremenda
domanda.
“Veramente, chi odi?”

Addio,
mio caro menestrello,
con te se ne partono le gioie
di serate trascorse
al lume di una candela
a sentir raccontar storie
che forse vere non sono
ma non importa.
Addio,
mio caro menestrello,
so che il tuo cuore è pesante
per l’imminente partenza,
ma i commiati sono tristi
e non desiderati,
ti ricorderemo soltanto
per tutto quel che ci hai donato
con le tue ballate.
Addio,
mio caro menestrello,
non dimenticarti di noi
ma porta le tue parole,
canzoni ed emozioni
nella prossima città
che vedrai nel tuo cammino
senza fine.

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10 gennaio 2002
FOGLIA

Questo è il valzer
di una foglia morta
trasportata dal vento
e mai risorta.

Su castelli di pietra
e palazzi di sabbia
leggiadra volteggiò,
cullandosi nell'aria
fresca e pungente
di una terra primeva.

Vide uomini sudare
dalla fatica del lavoro,
osservò donne partorire
il seme della gioia,
e pianse coi fanciulli
sui primi dolori
di una vita bastarda
che non lascia scampo.

Virò sulle città affollate
per guardare da vicino
la vita di tutti i giorni
di una civiltà impazzita,
solo per scoprire
che era già avvizzita.

Tornò lungo il fiume
da cui era caduta
e scoprì con dolore
il dolore di una madre
che suo figlio il mare
si era allontanato
controcorrente.

Questo è il valzer
di una foglia morta
trasportata dal vento
e mai risorta.

Si poggiò finalmente
sul suolo annerito
da un incendio doloso
e scoprì dentro di se
di essere ancora verde
nel profondo del cuore
e di essere ancora viva
negli abissi del suo tenuo colore.

Questo è il valzer
di una foglia risorta
trasportata dal vento
e mai, mai morta.

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9 gennaio 2002
LACRIMA

Brillerà mai
una stella per me?

Splenderà mai,
sul mio spirito,
la luce divina
di un altro spirito,
il calore infinito
di un amore infinito,
l'eterna dolcezza
di un fiore del cielo?

Le notti si accorciano,
le ore volano via
come rondini in primavera
portatrici di sole
e di malinconia,
gli anni svaniscono
ed io sono ancora qui,
in questa stanza spoglia
e vuota
che è il mio cuore,
spoglio di certezze,
vuoto come un calice spezzato
ma colmo di ideali
e voglia di vivere
ancora un altro giorno.

Ricordo ancora
come fosse ieri
l'emozione provata
quando la prima stella cadente
scomparve davanti ai miei occhi
in una fredda serata d'estate,
o quando il sole svanì
fumando su una distesa d'acqua
in un caldo pomeriggio d'autunno,
ma non posso
non ricordare anche
gli abissi che porto dentro,
i crateri della mia volontà,
il buio che mi avvolge
nel suo caldo abbraccio invernale,
allontanando da me
le rondini della vita.

Se potessi chiedere aiuto
o solo consiglio
ad un oracolo fatato
che dispensi risposte
e non mezze verità,
avrei paura di sapere
quello che magari già so
e non oso domandare.

Brillerà mai
una stella per me?

E la risposta,
quella dolce verità
lungamente agognata,
fortemente desiderata,
ma mai ottenuta,
comparirà davanti a me,
nudo e puro
come un infante cresciuto,
per scaldare lo spirito
incenerito
di un animo bruciato.

Prenditene cura,
e ricordati sempre
che l'unica cosa
che non si può ricevere
è quella
che non si è mai donata.

Prenditene cura,
e ricordati ancora
che le stelle nel cielo
son guerrieri di sogno
che cadendo
torneranno tra noi.

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8 gennaio 2002
PENSACI

Pensaci,
le ultime parole
dette da un amico
in una sera d’inverno
prima che il vento
portasse con se
tutte le certezze
di una vita.

Pensaci,
una parola sola
sola come un bicchiere
vuoto
svuotato dal nulla
in un batter di ciglia.

Pensaci,
e riflettici sopra
perché è la tua vita
che stai gettando,
perché è il tuo tempo
che non tornerà.

Pensaci,
e dormici su
ma la notte non porta consiglio
a chi
ha già le risposte dentro di se.

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7 gennaio 2002
PAROLE

Un vegetale
con il cervello spento.

Una pianta
con le foglie morte
dal freddo del tempo.

Un uomo
con l’animo sporco
dalle sue convinzioni
credute affidabili,
ma invano.

Un uomo sicuro
delle sue incertezze
che gli gonfiano il petto,
gli spezzano il fiato,
gli tagliano le gambe.

Un uomo solo
come sempre
è stato finora.

Cosa potranno mai avere
in comune
un vegetale, una pianta
e quest’uomo?

Parole scritte dalla mano di un dio
su quel foglio di carta
che è la vita.

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6 gennaio 2002
LIMONETTO

La notte solitaria
è appena iniziata,
e le voci corali
sono sparite
svanite nei fumi
di una settimana
da sogno.

Un incubo solitario,
e la certezza inesistente,
che quel che si sente
non verrà capito
non verrà udito
e non verrà saputo.

Coricarsi in un letto
in una notte solitaria
dopo una settimana
da sogno
è un incubo,
una certezza,
un sapere che comunque
niente svanirà dalla memoria,
nulla sarà perduto
se non il tempo
che non passeremo
insieme.

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5 gennaio 2002
I RINTOCCHI DELL'ANIMA

Piangere dentro
senza far vedere
e senza far capire
quello che si prova
realmente,
soffrire fortemente
solo perché
non si è capaci
di trasmettere
quello che si vuole
e quel che si sente.

Le restrizioni interne
vengono da noi,
da quello che si è,
da quello che si vive,
e abbandonarle
è un rischio altissimo
come una montagna innevata
che d’estate
si erge
spoglia e solitaria.

Ti amo solitudine,
ma vorrei dentro di me
che tu sparissi
all’istante.

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